Conseguenze non intenzionali della Brexit

Diritti & Lavoro

CRITICA LIBERALE “NONMOLLARE” riceviamo e volentieri pubblichiamo 

Alle 23 ora inglese del 31 gennaio 2020 la Gran Bretagna ha deluso le speranze di quanti, in questi tre lunghi anni dal referendum del 2016, si sforzavano di scorgere i segni della reversibilità della Brexit in ciascuno dei continui ostacoli e delle molte battute d’arresto che hanno fatto fuori un Primo Ministro dopo l’altro. Ma non il desiderio della maggioranza degli inglesi di lasciare l’Unione europea: Leave means Leave.  

di Claudia Lopedote e Andrew Morris  

Come è potuto accadere? E che ne sarà di loro? Era il 1996. Cos? parlavano due importanti figure della politica britannica:

    «Abbiamo combattuto per la democrazia. La democrazia era importante. Ora la trattiamo con disprezzo. Abbiamo voltato le spalle ai valori che abbiamo costruito nel corso di centinaia di anni, a beneficio dei politici in Europa. Per me è straziante».

    «L’intera base del trattato di Maastricht è l’istituzione di una banca centrale europea che è gestita da banchieri, indipendente dai governi nazionali e dalle politiche economiche nazionali, e il cui l’unica politica è il mantenimento della stabilità dei prezzi[.] Ci? minerà qualsiasi obiettivo sociale che qualsiasi governo nel Regno Unito vorrebbe realizzare … Il trattato di Maastricht non ci porta nella direzione dei controlli e dei saldi contenuti nella costituzione federale americana[.] Ci porta nella direzione opposta di un organo legislativo non eletto – la Commissione [europea] – e, nel caso della politica estera, una commissione politica che imporrà la politica estera agli Stati nazionali che hanno combattuto per la propria autodeterminazione democratica».

    «Abbiamo una burocrazia europea totalmente non responsabile di fronte a nessuno, i poteri sono passati dai parlamenti nazionali – non al Parlamento europeo – ma alla Commissione e in una certa misura al Consiglio dei ministri. Queste sono questioni abbastanza serie».

     Chi parlava cos? più di 25 anni fa?

     La prima dichiarazione è di Nigel Farage, e chi altri senn?? Farage che nel 1992 lasciava i Tories per fondare UKIP per protesta contro la ratifica del Trattato di Maastricht: troppa integrazione per i cittadini senza obbligo di carta d’identità. Evidentemente, non era il solo a pensarla cos?, tant’è che – per portare il messaggio in Europa – nel 1999 fu eletto al Parlamento europeo!

    Le altre due dichiarazioni sono di Jeremy Corbyn (1996). L’improvvisato leader del Labour Party da sempre antieuropeo in disaccordo con la linea del suo stesso partito, che alle elezioni dello scorso dicembre, pur avendo imparato a fare il vago per convenienza, con il suo programma di nazionalizzazione e socializzazione della povertà, ha portato il partito al suicidio elettorale. Prima, Corbyn si era opposto al trattato di Lisbona nel 2008 e ha sostenuto un referendum sul ritiro britannico dall’Unione europea nel 2011. Inoltre, ha accusato l’istituzione di agire “brutalmente” nella crisi greca del 2015, imputando all’UE di consentire ai finanzieri di distruggere una nazione.

    Perché accostare due figure cos? distanti?

    Non certo per appiattire il grottesco dei due profili su una qualche comune teoria cospirazionista, quanto invece per smentire il sentimento italiano verso la Brexit nei termini di una straordinaria quanto orribile opera di manipolazione delle menti degli inglesi, “la vittoria di Cambridge Analytica”, la bieca cospirazione dei banchieri per avere mani libere nel trasformare definitivamente la Gran Bretagna in un paradiso fiscale, il ritorno dei più bassi istinti coloniali e imperialisti mai sopiti nella perfida Albione, e via dicendo con crescenti gradi di fantasia.

    La Brexit è ben lontana da essere un mood populista indotto ed estemporaneo come forse sono alcuni altri fenomeni in giro per l’Europa, in Italia ad esempio. Essa è invece espressione di un sentire politico, sociale ed economico molto chiaramente situato, forse male indirizzato, ma non per questo meno reale e radicato in tre distinti campi: identitario, di sovranità nazionale, di salute dell’economia inglese. Basterebbe leggere i dati relativi alla composizione sociale e geografica del voto al referendum del 2016 e alle elezioni politiche del 2019. Non sono affatto i centri finanziari e le grandi aree metropolitane dei ricchi capitalisti e sfruttatori ad avere votato per lasciare l’Unione. Il contrario. E neanche Corbyn l’ha compreso, mentre la composizione demografica del suo partito mutava profondamente, con la working class che ormai votava i conservatori e che dell’Unione europea vede più che altro il disagio dell’immigrazione non più del benessere ma della crisi e che tanto all’estero non ci vanno, viaggiano in camper tra la Cornovaglia e il Galles; e l’accademia e le élites che invece votano Labour e vogliono l’Unione europea e l’Erasmus. Quindi, niente cospirazione dei banchieri.

    Piuttosto, c’è tutta la retorica di Corbyn e di Farage – laddove si incontrano nella rivendicazione di autonomia per risollevare le sorti del popolo britannico.

Ricordiamo che anche i LibDem di Jo Swinson, prima di cambiare idea, hanno sostenuto la Brexit e le ragioni del referendum.

    Il discorso del Brexit Day di Boris Johnson, in soldoni, ha parlato a queste orecchie, se lo si ascolta. Senza alcuna enfasi, come gli è infatti stato rimproverato addirittura dal Guardian (anche), con misurata speranza, il Premier identificato oggi come l’artefice della Brexit solo perché è stato l’unico a sopravvivergli (Cameron e May non ce l’hanno fatta) ha salutato l’uscita dall’Unione europea dal numero 10 di Downing Street un’ora prima, su Facebook, come l’era della rinascita: «the era of national renewal and change». Soprattutto, Johnson ha speso molte parole per l’opera difficile che attende tutti, la riunificazione sociale della nazione lacerata da questi anni di attesa e battaglia interna. 

    L’orizzonte non è terso, tuttavia. Resta da vedere come si vorrà misurare il successo di questo nuovo inizio: punti di PIL (la richiesta e speranza dei brexiters contro le previsioni un po’ malevole degli europei traditi), tenuta interna e coesione sociale (il nodo della Scozia e la questione dell’Irlanda del Nord), sicurezza (Theresa May, ad un certo punto, ha provato a venderla anche cos?: restiamo in Europa perché siamo meglio garantiti contro crimine e terrorismo), durata del Governo di Johnson, o che altro?

    Finora, nessuno è stato in grado di anticipare le mosse degli inglesi in questa complicata e stancante partita di scacchi. Del resto, si sa, la Regina pu? muoversi in tutte le direzioni.