Ignazio Silone a 120 anni dalla nascita. La sua scrittura è un’uscita di sicurezza

Cultura & Società

Pierfranco Bruni

Sono trascorsi 120 anni dalla sua nascita dalla nascista di Ignazio Silone. Era nato a Pescina dei Marsi, in provincia dell’Aquila, il 1° maggio del 1900 e morto a Ginevra il 22 agosto del 1978. Recentemente  come Centro Studi e Ricerche “Francesco Grisi” abbiamo pubblicato un testo (dal titolo Spirito e verità. Lettere inedite di scrittori contemporanei, Csr) nel quale compaiono due lettere inedite di Silone indirizzate, appunto, a Grisi.   Due lettere che hanno un valore sia etico – letterario sia ideologico se si pensa che in una di queste lettere si legge: “…è piuttosto raro trovare in Italia un critico che sappia leggere e che avvicini un autore senza preconcetti estetici o ideologici”. Un segno importante che definisce sostanzialmente un percorso culturale. Le lettere risalgono al 1957 la prima e al 1966 la seconda. Uno scrittore che ha raccontato il radicamento alla terra, l’appartenenza, ha “disegnato” il paesaggio dei suoi paesi e di un mondo che la memoria costantemente ripercorre.

Da Fontamara a Severina. Ignazio Silone, lo scrittore della Marsica e dei cafoni, del cristiano senza chiesa, della terra come appartenenza, della nostalgia sempre assopita, della solitudine ancorata alla parola, della realtà che diventa storia, del superamento di quel comunismo che è stato vissuto non solo come tradimento ma come indefinibile incoscienza, di quella “uscita di sicurezza” che ha permesso di catturare non solo la libertà ma anche il senso della libertà. Silone  è stato comunista. Anzi è stato uno dei fondatori del comunismo e ne conosceva gli orrori e le sciagure, le finzioni e le maschere. Quando si rese conto che la sua storia incamerava l’oppressione dell’uomo ha tentato di guidare quell’uscita di sicurezza che lo ha condotto fuori le mura di quella inconsapevole bugia.

Palmiro Togliatti su “Rinascita” dell’agosto – settembre del 1951 scrisse di Silone: “Quando Silone se ne andò, anzi fu messo fuori dalle nostre file (per conto suo ci sarebbe rimasto per dir bugie e tessere l’intrigo), l’avvenimento contò. Silone ci aiutò, in sostanza, non solo a approfondire e veder meglio, discutendo e lottando, parecchie cose; ma anche a riconoscere un tipo umano, determinate, singolari forme di ipocrisia, di slealtà, di fronte ai fatti e agli uomini”. E il confronto che Togliatti tesseva in quell’articolo era tra Vittorini e Silone. Entrambi “fuoriusciti” dalla casa madre del comunismo ed entrambi “illusi” inizialmente che nel comunismo potesse nascondersi il barlume della libertà. Pura illusione e mero inganno.

Da quel romanzo che racconta i suoi paesani (i fontamaresi) al destino “religioso” di Severina. E’ un viaggio lungo, nel corso del quale l’avventura dell’uomo diventa prima l’avventura di una politica il cui disegno ideologico si è consumato in uno scontro tra fede e libertà e poi l’avventura dello scrittore che ha attraversato il fiume della politica stessa attraverso i codici e le definizioni della letteratura.

Fontamara è certamente il romanzo rivelazione. E’ il romanzo dell’appartenenza alla terra, al suo Abruzzo, oltre ad essere il romanzo di una iniziazione a un processo narrativo che non sopprime mai l’io narrante. Questo io narrante assorbe la contestualità non solo di una realtà storica ma soprattutto di una “territorialità” esistenziale.

Nella Prefazione al romanzo Silone avverte: “Un villaggio insomma come tanti altri; ma per chi vi nasce e cresce, il cosmo. L’intera storia universale vi si svolge: nascite morti amori odi invidie lotte disperazioni”. Questa è Fontamara. Una comunità, un paese, dove “La lingua italiana è per noi una lingua imparata a scuola, come possono essere il latino, il francese, l’esperanto”. Ma, soprattutto in letteratura, “ognuno” ha “il diritto di raccontare i fatti suoi a modo suo”.

E’ questo il Silone di Fontamara che troviamo poi in Pane e vino e nella edizione riveduta di Vino e pane. E’ questo il Silone de Il seme sotto la neve, di Una manciata di more, de Il segreto di Luca, de La volpe e le camelie, de L’avventura di un povero cristiano, di Severina. E’ il Silone di Uscita di sicurezza e dei suoi saggi. La realtà e il sogno sembrano incontrarsi con la favola. “Un bel sogno”. “Una bella favola”. In Vino e pane: “Un bel sogno… I lupi e gli agnelli pascoleranno assieme nello stesso prato. I pesci grossi non mangeranno i pesci piccoli. Una bella favola. Ogni tanto se ne sente riparlare”.

Ma cosa era la politica per Silone? Come la intendeva? Una manciata di more è una dichiarazione non riluttante che mette a confronto, al di là del gioco – destino dei personaggi, l’uomo con la politica. In un discorso tenuto a Milano nel 1949 Silone sottolinea: “…Nella nostra attuale posizione è implicita la confessione delle sconfitte politiche subite; noi siamo certamente le persone che sono state più sconfitte”. Ma Silone si aggrappa costantemente all’utopia: “Se l’utopia non si è spenta, né in religione, né in politica, è perché essa risponde a un bisogno profondamente radicato nell’uomo. (…) La storia dell’utopia è perciò la storia di una sempre delusa speranza, ma di una speranza tenace. Nessuna critica razionale può sradicarla, ed è importante saperla riconoscere anche sotto connotati diversi” (da L’avventura di un povero cristiano).

L’utopia e l’eresia sono un intreccio non di valori ma di significati esistenziali. Trovano una loro esplicazione ultima proprio in Severina. Un romanzo postumo e incompiuto ma non minore nella produzione siloniana. Severina è la testimonianza del dolore ma anche dell’amore. Silone fa dire a Severina: “Io penso che non bisogna temere il dolore. Vi è un dolore inevitabile, inerente alla stessa condizione umana, e quello bisogna saperlo affrontare e diventare suo amico. Non bisogna temere, io penso, neppure la disperazione; perfino Gesù all’inizio della sua interminabile agonia, dell’agonia che ancora dura, si credè abbandonato ed ebbe un istante di scoraggiamento”.

Il finale di Fontamara (“Dopo tante pene e tanti lutti, tante lacrime e tante piaghe, tanto odio, tante ingiustizie e tanta disperazione, che fare?”) rispecchia questa cesellatura ponendosi una domanda alla quale risponde la frase citata di Pier Celestino alla quale Severina risponde a sua volta con l’eresia per tentare di sconfiggere quel cristianesimo diventato ideologia.

Silone si annovera tra quelle coscienze inquiete (sul piano umano e culturale) che hanno caratterizzato e segnato il Novecento letterario italiano. Uno scrittore che non aveva mai perso il senso dell’indignazione. Sino alla fine. Il suo ultimo romanzo (si deve molto di questo romanzo alla moglie Darina) è una confessione che richiama anche uno stile di vita.

Proprio in questo ultimo romanzo si legge: “Non perdere mai la nostra indignazione morale di fronte all’ingiustizia. Non abbandonare mai la ricerca della verità, neanche in mezzo alla notte oscura. Per strada ritroveremo Cristo, che è la verità. Qualsiasi cosa avvenga, coloro che conserveranno intatta, in fondo all’anima, la fede nei sacri principi della vita saranno i più forti”. Severina è un personaggio metafora che chiude la parabola non solo letteraria di Silone ma anche esistenziale. 

Oltre ogni steccato politico resta lo scrittore: quel Silone così eretico è così tanto bisognoso di speranza. Non c’è perdizione ma una costante penetrazione nel vissuto Cristo logico che ha comunque, anche qui, di un richiamo fortemente paolino. Forse in questa battuta il tutto della sua vita: “Per darsi, bisogna anzitutto possedersi”. E poi in quest’ultimo accenno di Severina a suor Gemma: “Spero, suor Gemma, spero. Mi resta la speranza”. Un bisogno forte d’amore. E lo si nota anche in Ed egli si nascose. Qui la speranza e l’amore devono fare i conti con la disperazione e con la follia. Ma il tutto si risolve. C’è la costante ricerca della libertà. Dice Fra Celestino ad Annina (nel testo appena citato): “Non disperare, Annina. Chi ama non può disperare”. E Annina in un’altra circostanza pronuncia a Don Paolo – Pietro Spina: “… l’amore è follia”.    

Così in Severina. Un libro che è un diario e si lascia leggere, quest’ultimo, come la memoria in viaggio di uno scrittore. Insomma Silone nel suo ultimo scritto attraversa a frammenti la sua vita e la sua letteratura. Se si andasse a leggere attentamente quel capitoletto dal titolo: “et in hora mortis nostrae”, sempre del romanzo in questione, ci si renderebbe conto della vera forza eretica espressa da Silone. Così: “Il cristianesimo ufficiale è diventato un’ideologia. Solo facendo violenza su me stesso, potrei dichiarare di accettarlo; ma sarei in malafede”.

Un Ignazio Silone dunque che è lontano dall’ideologia ma è lontano anche dalla fede come cultura. L’eretico di Fontamara, del libro dedicato a Celestino IV e del romanzo che centralizza la figura di suor Severina è oltre ogni visione politica.