L’abbandono di un territorio produce mafia

Diritti & Lavoro

di Antonio Vox

IL 16 Gennaio 2020, leggiamo che, a Foggia, una bomba è esplosa in un centro anziani, il cui gestore è testimone di mafia.

È l’ultimo di una serie di attentati che subisce quel territorio e rivela la prepotenza, il cinismo, la ostentazione del potere dell’attentatore.

Ma cosa è successo in Terra di Capitanata?

Addirittura, Wikipedia scrive, del fenomeno Foggia, come fosse una voce d’enciclopedia.

Basta leggere per rimanere trasecolati:

“La ‘Società foggiana’ (nota anche come Quarta mafia) è un sottogruppo criminale di stampo mafioso della Sacra Corona Unita, operante nella città di Foggia e in buona parte della sua provincia, ma con cospicue infiltrazioni anche in altre regioni italiane; è considerata come una delle mafie italiane più brutali e sanguinarie”.

Ma come ha fatto una organizzazione che è censita con un “organico” attivo di oltre mille affiliati distribuiti in 28 organizzazioni criminali, a non apparire per tanti anni e a far credere che attentati e omicidi fossero casi sporadici e accidentali?

Come hanno fatto i media a dormirci sopra?

Conte, subito dichiara: «lo Stato non abbassa la guardia».

Non sembra forse, questa dichiarazione, l’incipit di un de profundis per Foggia e la sua provincia? L’innesco della guerra santa fra Stato e Clan, che foraggerà di news, per anni, i media finora in silenzio? Non è forse l’ouverture del noioso refrain di un Meridione svogliato e illegale, passivo e ignavo, parassita? Non è forse il tentativo di articolare fittizie discriminazioni fra foggiani onesti, cui Conte certamente appartiene, e foggiani cattivi, ai quali addebitare ogni sorta di malaffare?

E allora: contrasto alla criminalità, basato sulle indagini, sulla repressione poliziesca, sulla presenza di consistenti forze dell’ordine.

Ma, invece di criminalizzare un territorio e la sua popolazione, basta capovolgere il punto di vista, per vederci chiaro.

La verità è, infatti, che lo Stato ha già abbassato la guardia da tanto tempo;

lo Stato ha abbandonato il territorio: senza una politica di crescita e sviluppo, senza manutenzione, senza un barlume di futuro.

È in questo lassismo, in questo abbandono, in questa incapacità di governo che la foresta della criminalità ha preso lentamente e inesorabilmente il sopravvento, conquistando il territorio, diventando sempre più efferata. Ha trovato e occupato ogni spazio possibile.

Come è possibile che, nel terzo millennio, non si capisca che il miglior contrasto alla criminalità è rappresentato dall’entusiasmo e dalla sicurezza che promana da una politica, attenta e competente, di crescita e sviluppo? Come si fa a non capire che la sicurezza è data dal benessere? Come si fa a non capire che i fattori economico sociali debbono rimanere fermamente in mano alla società civile? Come si fa a non capire che la Politica, pertanto, deve traguardare questi semplici obiettivi?

Qui i cittadini, quelli buoni e quelli cattivi, nulla centrano: sono solo vittime sacrificali rese deboli da una politica imbelle dedita ad alchimie politiche e non al Paese; che lascia spazi che qualcuno poi va ad occupare.

Da qui emergono, spontaneamente, criminalità e vessazione; illegalità e lo “stato alternativo” che, addirittura distribuisce reddito, posti di lavoro, attività in modo più agevole di quanto sia il rivolgersi ad una burocrazia, la vera presenza statale, asfissiante, oppressiva, ostacolo alla libera iniziativa; essa stessa humus d’illegalità.

L’infezione si diffonde, rapidamente, come una ragnatela di relazioni e compromessi che, per natura, è resistentissima.

E magari, si scopre (come asserisce Panorama) che il vertice (il ragno) non sta lì ma altrove perché la grande disponibilità finanziaria, accumulata illecitamente, da un lato, facilita i rapporti e i collegamenti con altre mafie; dall’altro favorisce sorprendenti impieghi di capitali da ripulire.

Cosa fare, dunque?

Le indagini e le repressioni, benché necessarie, non sono sufficienti ad estirpare il cancro; perché, quandanche fossero vincenti, produrrebbero desertificazione certa nel tessuto socioeconomico.

È, pertanto, opportuno obbligatorio e urgente, accompagnare queste iniziative poliziesche e giudiziarie di contrasto con una vera politica di crescita e sviluppo, non assistenziale, ma affiancata da una burocrazia efficace leggera e propositiva: questo è l’unico vero concreto e logico antidoto al fenomeno mafioso e, in generale, alla illegalità.

E’, comunque, sempre molto meglio “prevenire” l’infezione piuttosto che intervenire a malattia conclamata.

Antonio Vox

Coordinatore PLI delle Politiche per il Mezzogiorno

Portavoce della Segreteria Nazionale PLI per il Mezzogiorno