Prima opera letteraria completamente in dialetto altamurano

Cultura & Società

Prima opera letteraria completamente in dialetto altamurano –            Orlando alla distruzione di Altamura

 Giovanni Mercadante

Michele Pennacchia

L’autore Michele Pennacchia dimostra grande competenza narrativa.

E’ la prima opera letteraria completa, con traduzione in italiano a fronte, che appare nella lingua madre (dialetto). 

Le poesie in dialetto, giusto per chiarire, hanno un fine a se stesso. Testi brevi, rime baciate o meno; gli autori  non si spingono oltre. La letteratura locale ne è piena, senza togliere niente ai poeti altamurani che hanno arricchito e continuano a dare il meglio di sé su questo versante.

Sono dei “fabbri” della parola. Bravi artigiani linguistici. Ce ne sono tanti da nominare; però uno voglio  citarlo: il dr. Francesco Popolizio, da me definito il Dante della poesia altamurana. Lui vanta una ricca collezione di poesie declamate su un Cd.

L’opera di Michele Pennacchia invece è “monumentale” in tutti i sensi: per struttura narrativa, per genialità di declinare tempi e personaggi, soprannomi e luoghi.

Una leggenda, quella di Orlando, come da distico che accompagna lo stemma di Altamura: “Orlandus me dextrutis”, che si è trasformata in una “storytelling” chiara, spedita, senza artifizi pomposi (del resto il dialetto non permette un linguaggio aulico; è piuttosto spartano, diretto).

Il talento letterario dell’autore è evidenziato nella prefazione dal prof. Bartolo Segreto che coglie in pieno con le sue riflessioni quanto constatato dallo scrivente; mi occupo di Linguistica e vedo l’opera sotto questa luce.

Il titolo “Orlande a la destrutte di Jaltamure” (Orlando il Furioso alla distruzione di Altamura”) si può collocare tra le prime opere letterarie della lingua madre di Altamura (dialetto), edito dalla Tipografia D&B Stampagrafica Bongo/Gravina in Puglia/giugno 2019 con la sponsorizzazione del Lyons Club Jesce Murex Distretto 108Ab, presidente Domenico Mario Loizzo.

Narrazione bilingue dialetto/italiano con traduzione a fronte. Mai nessuna opera era stata concepita finora da uno scrittore locale di questa portata, accompagnata da un Cd audio per agevolare le attuali e future generazioni all’ascolto e alla comprensione immediata dei testi.

Come accennato innanzi, i lavori fatti dai poeti (con le stesse modalità), certamente encomiabili, si riferiscono esclusivamente alle poesie. Come si sa, il tempo fa maturare nuovi progetti e nuovi autori pronti a mettersi in gioco.

Michele Pennacchia, ottantenne, commercialista in pensione, è un uomo maturo, pieno di esperienze di vita vissuta. Nel  libro ripercorre quanto si era sedimentato nella sua memoria adolescenziale. Si è inventato un canovaccio, la cui trama poggia sulla figura di Orlando il Paladino di Francia, braccio destro di Carlo Magno. Il castello del Garagnone è sempre stato per gli altamurani un luogo leggendario, sulle cui rovine aleggia ancora oggi il suo spirito, celebrato tra l’altro nella Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso. Il nostro autore è accostabile al grande poeta e scrittore sorrentino, i cui personaggi storici diventano “fantastici” per le loro imprese.

La riflessione si focalizza già  all’incipit con la  struttura narrativa, in cui la lingua madre (dialetto) assurge a dignità linguistica attraverso il definitivo utilizzo del “morfo”, cioè della desinenza  “e” capovolta come segno fonetico, inteso come suono muto nel corpo o alla fine di una parola, preso in prestito dall’alfabeto internazionale. Il prof. Vito Ciccimarra già docente d’inglese, a questo proposito si è ampiamente occupato nel suo dizionario dialetto altamurano-italiano.

Superato questo “gap” fonetico-linguistico, Michele  Pennacchia procede spedito nella trascrizione del suo lavoro. Il linguista e l’antropologo trovano pane per i loro denti. Per il primo è più facile analizzare le parole, la declinazione dei verbi e l’ortografia, da cui  si possono estrapolare le basi per una grammatica comparativa.

Per l’antropologo è una miniera di dati: i soprannomi dei personaggi, i luoghi del centro abitato e del territorio; gli appellativi ricorrenti nel ‘900,  molto significativi. Chi non aveva un soprannome era  un fantasma.

I protagonisti di M. Pennacchia non vengono chiamati per nome, bensì per soprannome e ne riporta a decine. Orlando, occupato il centro abitato alla testa dei suoi soldati, dialoga con persone del secolo scorso.  La trasposizione storica avviene con un susseguirsi di azioni.

La genialità dell’autore sta nell’aver coniugato tempi e luoghi della memoria con personaggi realmente vissuti, in un contesto “fantastico”, quasi  “meraviglioso”, i cui dialoghi sono sempre anticipati dal narratore. Figure scomparse  rivitalizzate attraverso indicazioni dialogiche che li hanno caratterizzati in vita (es. Mest Cicce, un nano che si intratteneva nella sartoria di mest Mingucce  di fronte al Palazzo Serena, in via S. Caterina, padre defunto della prof.ssa Vittoria Fiorentino).

Col soprannome si indicava tutta la stirpe e si individuavano facilmente le  abitazioni del clan: es. Checajagghje, Sciaqualattughe, Cazze-de-ferre.

Tuttavia, l’autore  aggiunge delle brevi introduzioni sulla caratterizzazione dei personaggi, es. Scopette, era il personaggio che all’ottava del  Corpus domini conduceva la carrozza accesa lungo il Corso Federico II, a cui aggiunge  una nota di richiamo alla fine del libro per completare la descrizione.

E poi ancora La Quercia (sala ricevimenti a Cassano delle Murge del noto ristoratore “U’ Cicatidd”, noto negli anni ’60-80 del secolo scorso); Ningo-nango pag. 24; Baraccone pag. 24-25; Ligge-ligge (Leggero-leggero, nonno dello scrivente) pag. 25; angolo de cimice pag. 25, e tanti altri ancora.

Non poteva non mancare un omaggio al Pane di Altamura, di cui Orlando si era informato transitando col suo esercito da Venosa diretto verso la Murgia.

Le note di rimando, descrittive,  sono 150  ben ordinate. L’autore si è avvalso di una vasta bibliografia, da cui ha attinto notizie interessanti, partendo dai registri dei battezzati, dei matrimoni e dei morti conservati nell’archivio della diocesi nonché da  pubblicazioni di autori locali (tra cui anche quelle dello scrivente).

Le immagini, anche se sacrificate come dimensioni, assolvono degnamente il fine dell’opera.

L’audio del Cd è chiaro, spedito e pulito  nella fonazione (suoni delle parole) della voce del narrante; nessuna esitazione, nessuna sbavatura.