È  scomparso Pio Rasulo, scrittore della Unisalento

Cronaca

Un vero intellettuale tra estetica e antropologia

di Marilena Cavallo

Si piange  Pio Rasulo. È scomparso con la pazienza del suo vissuto. Un maestro. Il mio docente di estetica alla Università di Lecce. Quanti libri presentati. Molti libri scritti in collaborazione. Insieme a Neria De Giovanni, Gerardo Picardo, Pierfranco Bruni, Giulio Rolando, Carmen De Stasio. Lucano ma profondamente mediterranea e internazionale. Innovatore dal punto di vista della interpretazione estetica della critica letteraria. Voglio ricordarlo con un suo libro che ha avuto diverse edizione e con il quale si confrontava con Leonardo Sciascia:  “La lunga notte della civetta”.

Con questo testo compie un viaggio nella civiltà di un popolo e di una cultura.  Ripubblicato  nel 2009 dalla casa editrice “il Coscile” in una veste sobria e accattivante con in copertina un disegno di Carlo Levi. La prima edizione uscì addirittura nel 1963. La nuova edizione è arricchita da un significativo saggio di Antonio Basile che fa  da postafazione.
Subito si legge: “Troppe cose m’avevano fatto credere che mai più avrei trovato su questi monti gli stessi pastori di allora, ridotti solo nel numero, quelle stesse case che per decenni hanno raccolto da ognuno pochi argomenti, parecchie speranze e molte preghiere. Avevo creduto che la guerra avesse distrutto anche il mondo vergine e acerbo, magico e primitivo: un mondo tradizionale, fatto sempre di uguali rapporti, che perpetua nel Sud la cosiddetta ‘civiltà contadina’”.
In questo viaggio il significato e il significante si incontrano per raccontarsi la celebrazione del ricordo. E c’è tanta nostalgia. La nostalgia dei paesaggi che ritornano ed è come se si vestissero di sogno.
Si legge: “La nostalgia dei monti carichi di neve, del focolare domestico, del bel presepe artistico della piccola chiesa non li abbandona mai”.
È    sostanzialmente un attraversamento di paesi. Sono i paesi della Lucania. I paesi di Isabella Morra, di Rocco Scotellaro, di Leonardo Sinisgalli, di Carlo Levi, di Rocco Montano. Ci sono i contadini del Sud: quelli che recitano malinconia e nenia, fatica nei campi e alzate nelle ore antelucane. Usi e costumi. Riti e liturgie. Miti e leggende. Canti e rosario recitato.
Tra i paesi della Lucania e della Puglia ci sono immagini mai dimenticate. Ogni paese o ogni cittadina ha il suo ritratto. Un ritratto che resta indelebile. Con i colori delle fotografie in bianco e nero riporta sulla scena gli antichi scenari rituffandoli nel presente. Un presente che era ieri e che oggi il tutto si legge con una pacata malinconia che sa di tempo depositato nel cuore. Tira fuori tutta quell’anima impregnata di tradizioni che lasciano segni nel cavo della mano.
Immagini che decodificano un vissuto e disegnano il cammino di un tempo: “A Stigliano ci svegliò la notte del 17 gennaio uno strano tipo di rumorosa processione; a Pisticci c’è il rauco suono della ‘cupa – cupa’”. La nostalgia ritorna nello spezzettamento delle ore e il tutto si intreccia. I fenomeni storici con gli eventi naturali. Il brigantaggio con i suoi briganti con il canto religioso.
La grande nostalgia di un popolo è nella magia della poesia. Una poesia che è anche linguaggio.
Si legge ancora: “Da Orazio ai nostri giorni centinaia di poeti lucani hanno sintetizzata liricamente la vita del loro popolo in ogni manifestazione, inquadrata secondo le istanze storiche, economiche e sociali del tempo. Quasi tutti hanno rilevato un attaccamento ed un amore pensoso per questa loro terra amara. Anche quando i versi esprimono ansia di evasione si sente in essi una nota dolente, permeata di sofferenza e di malinconica nostalgia”.
Citazioni che ci riportano a un mondo che è quello che resta nella nostra memoria e nel nostro vissuto e ritorno come viaggio della nostra (o nella nostra) interiorità. Veniamo tutti da un mondo contadino. È un insegnamento,quello di Rasulo, ricco di valori che richiamano i segni di una tradizione che è dentro il nostro tessuto territoriale e umano.
Un esteta. Un conoscitore profondo delle “terre del rimorso” che ci riconducono a Ernesto De Martino, al quale come Liceo Moscati di Grottaglie, nel 2018 abbiamo dedicato un interessante convegno. Rasulo di Stigliano, nella Basilicata dei nodi di dune scavate nella storia, ha vissuto tutto ciò che Carlo Levi ha raccontato nel suo “Cristo si è fermato ad Eboli”.
Con quel Levi e con Scotellaro amici profondi di Rasulo. Uomo che ha incontrato Sciascia e da Sciascia è stato recensito. Uomo della scuola. Da insegnante a direttore didattico, da componente di commissioni universitarie a docente universitario.
Stigliano del 1926 resta al centro del suo vissuto, ovvero delle sue radici.
La sua cultura aveva il marchio della pedagogia della saggezza. Nasce come poeta e il suo ultimo libro è un libro di versi: “Asfodeli”, nel quale si recita la vita e il tempo, i paesaggi e la perdita di un nipote. Diversi sono i suoi saggi sul meridionalismo. Pierfranco Bruni ha dedicato a Rasulo un saggio nel quale si percorre tutta la sua biografia di intellettuale, di scrittore e di giornalista.
Al giornalismo dedica, infatti i suoi primi scritti, partendo dal “Corriere del giorno” fino a dirigere settimanali in Calabria e con l’editore Pellegrini. Esperienze internazionali lo vedono in primo piano sia in Francia che in Grecia.
Con lui scompare un leale uomo di cultura e uno scrittore che ha saputo scavare i meandri di quella letteratura che non ha mai smesso di confrontarsi con le antropologia.