Vedremo, faremo, provvederemo, stanzieremo…  

Diritti & Lavoro

di Renzo Balmelli 

INCURIA. Verrebbe da dire – citando impropriamente Brecht – che può ritenersi beato il Paese che non ha bisogno di eroi, ma solo di uomini di buona volontà. E tale a tutti gli effetti può considerarsi la coraggiosa guardia giurata che sul ponte di Savona, sbriciolatosi come fosse di cartone, ha evitato una tragedia. Un anti eroe, che con le braccia allargate come una figura deamicisiana ha fatto ciò che il senso del dovere gli dettava di fare: salvare vite umane. Quel senso del dovere e del fare che per l’ennesima volta invece è venuto meno da parte delle cosiddette autorità, sempre in ritardo nel cogliere gli allarmi e nell’affrontare l’eterna piaga dell’incuria. Vedremo, faremo, provvederemo, stanzieremo compongono il solito, stucchevole e penoso giro di parole del “dopo” e mai del “prima”. Si perpetua insomma l’incoerente teatrino della politica, mentre la popolazione, giustamente preoccupata per la propria incolumità, attende risposte. Questa volta nessuna auto è precipitata nella voragine, ma la sciagura scongiurata che evoca il tragico ricordo del ponte Morandi, solleva inquietanti interrogativi sulla tenuta delle strutture viarie. 

EMERGENZA. Correva l’anno 1392 quando Eleonora d’Arborea, grande donna del medioevo italiano e sardo, per prima legiferò contro lo stupro. Quel che è certo è che oltre sei secoli dopo la violenza sulle donne non smette di essere emergenza pubblica. I dati e le testimonianze raccolte in concomitanza con la Giornata internazionale dedicata al grave problema, ne sono l’eloquente e triste conferma. Anzi, complice l’assurda concezione maschilista del potere, al peggio non c’è mai fine. Da un sondaggio risulta infatti frequente in una certa categoria di uomini abituati al possesso e incapaci di accettare un rifiuto, l’insana tendenza di considerare le donne istigatrici delle aggressioni per colpa di come si vestono. Un concentrato di arretratezza e pregiudizi che andranno sradicati solo con un cambio di mentalità e di cultura in grado di fare crescere la consapevolezza di quanto sia intollerabile l’oltraggio fatto alle vittime di tragedie e soprusi. Le scarpette rosse dell’artista messicana Elina Chauvet unite in tutto il mondo da un filo a sua volta rosso, sono un grido d’allarme per fermare il femminicidio, un crimine bestiale che non di rado rimane impunito. Accanto al rosso delle scarpette, spicca l’arancione, il colore del messaggio voluto dall’ONU quale sprone per un futuro luminoso, libero dalle brutali prevaricazioni contro “l’altra metà del cielo”. 

ENERGIE. Dopo avere esaurito la scorta dell’acrimonia, i detrattori delle “Sardine”, il movimento che la destra tremare fa, salgono in cattedra per impartire lezioni di buona educazione e chiedersi che cosa faranno da grandi. Uno di loro, nientemeno che un professore “anti sardine” e “razzista” per sua stessa ammissione, una risposta l’ha già trovata. Dimentico che l’educazione è un concetto basilare della buona scuola, il “docente” di nome ma non di fatto minaccia di bocciare e di rendere la vita dura agli studenti che parteciperanno alle manifestazioni. Un “fesso”, l’ha definito lo scrittore Saviano; un pessimo insegnante che non ha capito nulla di quanto sta accadendo. E ancora non si è reso conto che quello delle Sardine è un movimento spontaneo, nato dal basso senza mire elettorali, ma capace in poche settimane di liberare nuove energie e mostrare l’altro volto dell’Italia, rimettendo al centro ciò di cui la politica non si occupa più da tempo Quanto dureranno è difficile da pronosticare, ma a giudicare dalle reazioni piccate sui social, Salvini le teme rendendosi conto che forse non sarà un fuoco di paglia e che non tutto il Paese è ai suoi piedi. Tanto più che all’insegna del pesce azzurro c’è una società civile variegata, composta da centinaia di nonni, genitori, nipoti, uomini, donne, e non soltanto da coloro che la terminologia a trazione leghista definisce “giovinastri fannulloni solo buoni a fare casino”. Come esordio davvero non c’è male. 

MONITO. Non sappiamo se all’orecchio di Barak Obama siano giunte le parole del cantautore Vasco Rossi il quale in un’intervista al Corriere della Sera tesse gli elogi del primo presidente di origini afro americane. Da quando non è più alla Casa Bianca, Obama ha praticamente rarefatto le apparizioni in pubblico. Tuttavia, pur limitando al minimo il suo stare sotto i riflettori, è opinione corrente che il vero anti-Trump sia sempre lui. Se ora ha sentito la necessità di tornare a calcare la scena lo fa non certo per ambizioni personali ma per avvertire l’opinione pubblica dei rischi che sta correndo l’America con il caotico balletto del leader repubblicano e con l’uso disinvolto delle notizie false, le fake news manipolate ad arte. Tanto manipolate da non riuscire più a farci capire cosa è vero. Il monito si rivolge anche ai democratici affinché ritrovino la compattezza e l’unità che consenta loro di riprendere in mano le redini del Paese senza inciampare nuovamente nel marasma di una presidenza avventurosa. Un secondo Trump sarebbe una caduta di stile davvero pesante da sopportare. 

DILEMMA. Woody Allen, Roman Polanski, Clint Eastwood. Un terzetto ultra ottantenne e un cast di leggende hollywoodiane che fanno palpitare gli spettatori quando il loro nome nelle locandine appare accanto alla dicitura “prossimamente su questi schermi”. Ed è stupefacente poiché questi arzilli maestri della settima arte ancora hanno le risorse per bagnare il naso alle nuove generazioni. C’è però il rovescio della medaglia. Allen e Polanski, arrivano nelle sale preceduti dalla fama sulfurea di episodi poco edificanti per le accuse di violenza sessuale – oggetto di varie inchieste – che ne hanno macchiato l’immagine pubblica. Come con gli scrittori maledetti alla Celine, autore del suo indimenticabile Viaggio al termine della notte, anche per il pubblico si pone un serio problema di coscienza nel distinguere tra l’arte, indiscutibile, ed il comportamento privato segnato da ombre e misteri. La critica è unanime: “L’ufficiale e la spia” sul caso Dreyfus, potente opera del regista di origini polacche, e “Un giorno di pioggia a New York”, romantica commedia del migliore Allen, sono capolavori. Ciò nonostante il giudizio morale sui due registi resta sospeso. Insomma, questi terribili vecchietti del cinema tra genio e sregolatezza ci pongono un bel dilemma.