Un nuovo modello di sviluppo Costruire il futuro dell’economia tarantina

Economia & Finanza

(Seduta del Consiglio camerale dell’11 novembre 2019) 

Le origini della monocultura dell’acciaio

Negli anni Cinquanta, l’economia tarantina era fortemente vocazionale: l’agricoltura, l’artigianato le attività mitilicole e di cantieristica navale erano i settori principali. Nel 1960 fu posta la prima pietra del IV Centro Siderurgico, polo che nella visione dell’epoca avrebbe determinato ricchezza, sviluppo indotto e diffuso, crescita e consolidamento dell’industria italiana di base. Era un tassello della politica industriale del Paese, fu una scelta condivisa dai più, sostenuta nel tempo dall’iniezione di benessere che Italsider rappresentò per il nostro territorio: imprese, reddito e occupazione.

Il modello economico pre – esistente venne modificato in modo repentino e violento, ricevendo un imprinting che ha legato in modo pressoché indissolubile Taranto alla siderurgia. È questo il momento in cui l’economia tarantina diventa eterodiretta.

Le attività imprenditoriali sono sorte e si sono naturalmente orientate verso l’impresa siderurgica, costituendo, appunto, quell’indotto che la politica dei grandi insediamenti intendeva far nascere. 

Dallo Stato al privato (e ritorno)

Nel 1995 entra il primo imprenditore privato: il Governo aveva deciso che le partecipazioni statali erano un buco nero, il cuore della siderurgia italiana non era più gestibile dall’apparato pubblico. Riva produce, vende, fa profitto.

Nel 2012, il sequestro dell’area a caldo di Ilva scoperchia il vaso di Pandora di un sistema di relazioni deviate,  sistema che ancora è sotto il giudizio della Magistratura. L’area tarantina, già perimetrata nel 2000 come sito d’interesse nazionale per le drammatiche problematiche di inquinamento, è in realtà letteralmente devastata sotto il profilo ambientale e sanitario. Le responsabilità, enormi, gravissime, sono anche dell’impresa siderurgica.

Ilva viene affidata ad una gestione commissariale, sostanzialmente ritornando sotto l’egida dello Stato italiano. Molti decreti ne impediscono la chiusura.

Le imprese dell’indotto, già provate dalla crisi internazionale, restano in piedi a stento, vantando ingenti crediti a tutt’oggi non rifusi (ben 150 milioni di euro).

L’Accordo 2018

Nel 2018 Arcelor Mittal acquisisce Ilva. L’Accordo sottoscritto con il Governo e con i Sindacati prevede l’attuazione di un Piano ambientale e di un programma industriale ed occupazionale volti a ridurre il problema dell’inquinamento che è da anni a livelli inaccettabili e a tornare ad una produzione profittevole ma sostenibile, assicurando insieme il lavoro diretto e delle imprese dell’indotto. Obiettivi molto ambiziosi, corredati di ulteriori impegni di responsabilità sociale d’impresa. Ma un serie di circostanze concorrono al disimpegno dell’affittuario.

il 4 novembre 2019, AMI annuncia che restituirà impianti e dipendenti all’Amministrazione Straordinaria, compiendo gli atti formali necessari a svincolarsi entro 30 giorni. 

Oggi

La “questione Taranto” giunge al massimo livello emergenziale: per i lavoratori diretti e dell’indotto, per le prospettive di risanamento ambientale e per quelle sanitarie, per la produzione ridotta che incide negativamente sul PIL e sull’export nazionale, sulla capacità degli stabilimenti collegati, sulle attività del Porto di Taranto, per l’indotto tutto, con i crediti ancora una volta bloccati (50 milioni di euro che si sommano ai precedenti, per un bilancio negativo di 200 milioni di euro sottratti alle imprese, ai possibili investimenti, all’economia locale nel suo complesso).

Si profila nuovamente il collasso di un intero sistema, che trascinerebbe con sé l’intero manifatturiero italiano collegato alla siderurgia tarantina.

Guardare al contesto

Il tasso di disoccupazione provinciale è vicino al 17 per cento, il tasso di crescita delle imprese non supera il ricambio fisiologico, il grado di innovatività espresso dal territorio è del tutto inadeguato a parlare di transizione diffusa verso le nuove economie.

Questi pochi dati evidenziano, da un lato, che la grande impresa genera solo un certo tipo di ricchezza che, quantitativamente e qualitativamente, contribuisce in modo assolutamente insufficiente al benessere della nostra comunità; dall’altro, la staticità del sistema economico locale, in parte direttamente gravato oggi da una nuova crisi industriale, in parte soffocato da un continuo e strutturale stato di emergenza che ne ostacola la crescita, di più, la rende asfittica.

Fatti esogeni significativi hanno segnato questa tendenza, non ultimi il grave dissesto del Comune capoluogo che ha drenato ingenti liquidità, nonché il persistente gap logistico e infrastrutturale. La provincia tarantina è una vera e propria area di frontiera, al confine peraltro con un Mediterraneo agitato da trend migratori che vedono in Taranto un hot spot di arrivo e redistribuzione.

Tale è lo stato di prostrazione dell’economia tarantina che nel 2015 l’area di crisi industriale complessa di Taranto (dichiarata tale proprio nel 2012, l’anno del sequestro Ilva) diventa oggetto di un piano di riconversione coordinato da un Tavolo istituzionale permanente che, per legge, sostituisce ogni altro Tavolo e luogo di discussione sulla riconversione dell’area stessa.

L’unico componente del Tavolo chiamato a rappresentare il mondo dell’economia nella sua interezza è la Camera di commercio di Taranto.

Fin dalla prima riunione del Tavolo e sino a  non più tardi di alcuni mesi fa (prima che i lavori fossero interrotti dall’ennesimo cambio di Governo), l’Ente camerale, in solitudine,  ha portato una posizione chiara: visione complessiva e di lungo periodo, approccio sistemico, cambio di modello, orientamento allo sviluppo sostenibile, attenzione prioritaria alle imprese in crisi, a quelle tradizionali, nuove e future.

“Vox clamantis in deserto”: il TIP opera a singhiozzo, il Contratto di sviluppo sottoscritto è dotato di notevoli risorse recuperate da precedenti finanziamenti non utilizzati dagli stessi enti del territorio e a tutt’oggi solo parzialmente spesi. Abbiamo una serie di ipotesi ancora non esecutive sulla programmazione dello sviluppo.

Dopo 60 anni di “Taranto strategica per l’industria italiana”, 60 anni di acciaio a tutti i costi, di crisi, ammortizzatori sociali, fallimenti, tragedie e processi, speranze e disillusioni, mentre il Mondo si muove verso il futuro, noi siamo fermi in un loop interminabile – quel modello novecentesco – dal quale non riusciamo a tirarci fuori.

Le decisioni, da sempre prese in posti lontani, sulle teste dei rappresentanti del mondo dell’economia, si dimostrano completamente contrastanti non solo con il sentire diffuso di una comunità, ma anche in pieno conflitto con le logiche dell’economia.

Le ragioni che la politica e l’impresa stanno esprimendo non risolveranno il problema alle sue radici se non si faranno scelte concrete, smettendola una volta per tutte di accontentarci di sopravvivere in un circolo vizioso.

La necessità di una visione “bioculare”

È giunto il momento in cui la nostra visione e quella di chi ci governa deve diventare “bioculare”: con una lente, si osservano i problemi urgenti e si mettono in sicurezza l’ambiente, i livelli occupazionali e le imprese dell’indotto, mantenendo la continuità della produzione siderurgica e risolvendo una volta per tutte la questione Ilva, che ormai ha assunto le caratteristiche di un muro di gomma contro il quale sprechiamo ogni nostra energia.

Con l’altra lente, si guardi alle opportunità ed al futuro, smettendo di produrre periodicamente piani strategici che non arrivano a finalizzazione ed elaborando un approccio finalmente sistemico allo sviluppo che tenga in massima considerazione la necessità di una bonifica integrale del territorio, tale da assicurare la crescita di ogni comparto, recuperando anche la reputazione nazionale e internazionale dell’area.

Il coinvolgimento delle Istituzioni locali per un nuovo modello di sviluppo

Tutte le Istituzioni locali devono essere pienamente e fin dal principio co-protagoniste di questo processo, poiché sono esse che lo devono vivere quotidianamente e portare a termine. La simbiosi estrema dello stabilimento con il territorio comporta la necessità che sia il territorio a discutere del futuro, anche del futuro di Ilva.

Il paradigma decisorio deve cambiare drasticamente: dalla periferia al centro, è il territorio a far valere le proprie istanze, alle quali lo Stato deve rispondere.

La nostra economia locale non può dipendere solo dal destino della produzione manifatturiera di acciaio. La nostra economia deve trovare stimoli e strade percorribili per la valorizzazione di una logica complementare delle attività produttive legate alle vocazioni naturali, turistiche e culturali, l’economia de mare, la Green economy, la cantieristica navale, l’aerostazione, l’innovazione della base produttiva.

Taranto può ancora essere un punto di riferimento per la produzione dell’acciaio, ma non al prezzo già pagato in termini ambientali e sulla salute dei lavoratori e dei cittadini.

Troviamo insieme lo strumento amministrativo attuativo, purché quello strumento abbia l’obiettivo di produrre un effettivo cambiamento per il sistema delle imprese, per l’occupazione di qualità, per il lavoro. La Camera di Commercio di Taranto, avendo preso atto del recente rapporto SVIMEZ che fotografa gli effetti devastante per la comunità ionica sull’ipotetico abbandono dell’attività siderurgica, ritiene che si debbano attivare tutte le strategie nazionali per la ricerca di un metodo produttivo non impattante sulla vita dei lavoratori e dei cittadini. Le prossime settimane che ci separano dal dichiarato abbandono di Arcelor Mittal ci devono impegnare a trovare dunque soluzioni che non si basino più sul braccio di ferro tra interesse nazionale e territoriale e su questo il Governo deve fare la sua parte a partire dall’ascolto con il confronto continuo con gli stakeholder locali.

L’alternativa esiste solo se sappiamo costruirla noi.

Le azioni della Camera di commercio

La Camera di commercio di Taranto è interlocutore diretto del Governo insieme agli altri soggetti decisori e, nella piena rappresentanza delle categorie economiche, sociali e professionali componenti il Consiglio camerale e per le attribuzioni di legge che le impongono di tutelare l’interesse generale dei sistemi locali, ha l’obbligo di contribuire alla discussione ed all’analisi degli scenari e alla individuazione di soluzioni possibili, tempestive e concrete, concorrendo alla loro attuazione.

A tal fine, il Consiglio camerale: 

  • chiede, attraverso il legale rappresentante dell’Ente, l’urgente convocazione del Tavolo Istituzionale Permanente per l’Area di Taranto per la ripresa della discussione sullo stato di attuazione del Contratto di sviluppo, l’accelerazione degli interventi ivi ricompresi, la definizione del piano di azioni necessarie ad individuare gli ulteriori interventi finalizzati allo sviluppo delle nuove economie e le risorse aggiuntive necessarie, sin qui non determinate;
  • sostiene le iniziative volte alla messa in sicurezza delle imprese dell’indotto Ilva, sia quelle di natura emergenziale ed immediata, sia quelle di lungo periodo, anche autonomamente prese dai comparti per la tutela, il consolidamento, l’eventuale riconversione; 
  • trasmette questo documento alle Istituzioni al fine di animare un dibattito costruttivo, unitario e condiviso.