[Il caso] Dietro la crisi con Ilva, la vendetta dei 5 Stelle rimasti senza incarico nel Conte 2. E non solo questo

Diritti & Lavoro

Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, e il capo politico del M5S, Luigi Di Maio

Due nuovi macigni sull’iter della manovra: il passo indietro di Arcelor-Mittal e la bocciatura del Reddito di cittadinanza nel Rapporto Svimez. Lo scaricabile Salvini, Renzi, Calenda per darsi la colpa

Una mina dietro l’altra lungo il percorso già accidentato della legge di Bilancio incardinata ieri al Senato tra gli editti, le minacce e gli sfottò di Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Entrambi, ma per vie separate, si sono precipitati a palazzo Madama per dire la loro su questo complicato lunedì che arriva dopo un ponte di Ognissanti pieno di stop and go per la maggioranza. Come se Salvini non fosse stato al governo fino a tre mesi fa e non fosse quindi responsabile di quello che sta accadendo.

 

Due mine

La prima mina si chiama rapporto Svimez dove l’Istituto per lo Sviluppo del Mezzogiorno oltre a fotografare la distanza sempre più profonda tra nord e sud, certifica che il Reddito di cittadinanza “ha avuto effetto nullo” sul mondo del lavoro. Peggio: invece di “richiamare persone in cerca di occupazione, le sta allontanando dal mercato del lavoro”. Il punto è che i Dem al governo avrebbero tanto voluto mettere mano al Reddito per usare in maniera più efficace quei soldi sia contro la povertà che in favore delle politiche del lavoro. I 5 Stelle hanno, invece, ovviamente mostrato il petto perchè il Reddito è loro creatura prediletta. Nei prossimi due mesi saranno numerosi i tentativi di attaccare la misura, frontalmente o con emendamenti-trappola. Giorgia Meloni lo ha già detto: “Abolire il Reddito di cittadinanza”. Che poi sarebbe il sogno neppure tanto segreto del Pd e di Italia Viva che ha già detto di voler abolire Quota 100.

La seconda “mina” è la lettera di recesso che Alcelor-Mittal ha fatto recapitare all’indirizzo mail dei delegati sindacali della fabbrica per annunciare la riconsegna ai commissari dell’impianto siderurgico di Taranto. Siamo a fine mattinata. Il dibattito fino a quel momento aveva insistito sulla Manovra e la polemica dentro e fuori la maggioranza sulle microtasse, dalla plastica allo zucchero passando per il diesel, che già avevano tenuto banco nel lungo ponte di Ognissanti. La lettera dei vertici del gruppo angliindiano cambia agenda:da ieri il governo si trova a dover fronteggiare anche il rischio di 15 mila licenziamenti e la “morte” produttiva di un intero distretto, quello di Taranto, in quel sud disgraziato fotografato dallo Svimez. Una mossa prevedibile (da giugno Arcelor annuncia il recesso se viene meno, come è accaduto, lo scudo penale), probabilmente studiata a tavolino, che scatena un indegno scaricabarile dentro e fuori la maggioranza: Salvini contro il governo, Calenda contro Renzi, Italia Viva contro Calenda, Renzi contro Salvini, Cinque Stelle contro tutti, tutti contro i Cinque Stelle.

L’emendamento Lezzi

Tutti contro tutti, con speciale cinismo, tranne i veri responsabili: Luigi Di Maio e la fronda 5 Stelle che lo vuole detronizzare. Perchè alla fine se lo scudo penale è scomparso dal decreto Crescita e oggi siamo a questo punto, la colpa è dell’emendamento della senatrice Barbara Lezzi, l’ex ministra per il Sud colonna dei 5 Stelle che ha preteso l’approvazione di due righe che hanno cancellato per sempre l’immunità chiesta e concessa nel 2015 al gruppo angloindiano per assumersi l’onere del mantenimento della produzione e della riqualificazione ambientale. Insomma, una ripicca tra i 5 Stelle sarebbe alla base di un affaire che da ieri pomeriggio alle 14 sta occupando il premier Conte, il ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli (su cui tavolo finirebbe subito la vertenza Ilva) e la collega al Lavoro Nunzia Catalfo. Veramente un brutto guaio per il Conte 2 che oggi incontrerà a Roma i vertici di Alcelor. “Non c’è alcuna possibilità di recesso, faremo di tutto per mantenere la produzione” ha detto ieri sera Patuanelli uscendo dal vertice a Palazzo Chigi. Lo stabilimento Ilva di Taranto vale 24 miliardi, l’1,4% del nostro pil. Nessun governo può permettersi di perdere questa ricchezza.

Il vero problema

Fonti del Mise lasciano intendere che “il vero problema è che l’azienda vuole andarsene perchè perde 2,5 milioni di euro al giorno e non ce la fa mantenere la produzione richiesta, cioè 5,1 milioni di tonnellate di acciaio”. Altro che scudo, insomma. Piuttosto, Arcelor “vuole almeno 5mila esuberi e approfittando di un quadro politico incerto sta usando l’assenza dello scudo penale come alibi per andar via”. Esigenza produttiva o alibi, l’occasione è e resta lo scudo penale. La cui storia la dice lunga su come vanno le cose in questo paese dalla fine del 2016 a oggi.

Breve storia dello scudo penale per Ilva

Lo scudo penale fu introdotto nel 2015 dal governo di Matteo Renzi perchè – nell’ottica di poter far lavorare i commissari dopo l’inchiesta giudiziaria che nel 2013 ha consegnato il gruppo fino ad allora in mano alla famiglia Riva accusata, tra le altre cose, di aver provocato gravi danni ambientali – si pensò di poter continuare a far lavorare il più grosso stabilimento siderurgico europeo dando una sorta di immunità a chi se ne faceva carico in un contesto giudiziario molto esposto e complesso. Quando nel 2018, sul finire della legislatura e del governo Gentiloni, il gruppo Arcelor vinse la gara e si aggiudicò il gruppo, lo stabilimento e anche le sue incertezze giudiziarie e di fatturato, pretese anche che l’immunità fosse mantenuta. Come si fa a lavorare in una fabbrica che è praticamente sotto sequestro? La nascita del governo giallo verde, dunque Salvini-Di Maio, ha definito la gara ma anche cambiato la prospettiva. Di Maio, allora ministro del Lavoro e al Mise, si vantò di “aver migliorato le condizioni dell’accordo”. L’ex ministro Calenda e la vice Teresa Bellanova hanno sempre contestato questa ricostruzione. Fin dal 2018 i 5 Stelle hanno promesso, al grido onestà-tà-tà, che sarebbe stato abolito ogni tipo di scudo penale. Quell’integralismo tipico dei 5 Stelle, un po’ come la Tap e la Tav. E così è stato nel Decreto crescita di maggio 2019.

Tutti i passaggi

Dunque per fissare bene i passaggi: il governo Salvini-Di Maio ha tolto lo scudo penale ad Arcelor Mittal a maggio. Col passare del tempo, maturando esperienza al Mise e comprendendo che con la purezza ci si fa poco, Di Maio a è giunto poco dopo a più miti consigli. E nel decreto Crescita ha inserito una nuova forma di scudo penale. Più blanda ma c’era. Il decreto ha avuto un percorso accidentato causa crisi di governo e ferie estive. Quando poche settimane fa è stato approvato al Senato, il contesto era nuovamente cambiato: governo giallo-rosso; Di Maio capo delegazione ma allergico ad ogni problema relativo ai suoi due vecchi ministeri; soprattuto il fuoco amico di Barbara Lezzi, ex ministra grillina al Sud. La pasionaria pugliese ha fatto in modo di far approvare un altro emendamento che ha cancellato la proposta di Di Maio. Pur di tenere unito il Movimento – la Lezzi si era nel frattempo tirata dietro l’ex ministra Grillo e tutti i bocciati del Conte 1 – Patuanelli ha raccolto la sfida e ha convinto la maggioranza (anche Pd e Iv) a seguirlo: avanti senza scudo penale. Con Arcelor-Mittal , ha promesso, sarebbe stata trovata la soluzione. Ma il gruppo siderurgico ha fatto invece quello che aveva promesso: ha chiesto il recesso dal contratto. Così è impossibile lavorare.

Il pil e i condizionatori

Per essere chiari, Barbara Lezzi è colei che nel 2017, quando l’Italia segnò +1,7 di crescita e i consumi energetici testimoniavano la ripresa, disse che il merito era del caldo e del super uso dei condizionatori per combatterlo. E da subito, appena fatta fuori dalla squadra del Conte 2, ha iniziato a tessere i fili dello scontento. Insieme con Giulia Grillo e Danilo Toninelli. I 15 mila posti di lavoro a rischio in provincia di Taranto, la “bomba sociale” come è stata definitiva dai sindacati, risulta quindi essere figlia di una vendetta interna ai 5 Stelle. Ma anche di un calcolo preciso da parte dell’azienda che veramente, senza lo scudo penale, non può far lavorare i suoi dirigenti in quel sito. Vedremo come se ne esce. Una statalizzazione sembra impossibile. Impossibile trovare i soldi.

Lo scaricabarile

Ancora più incredibile è ciò che è successo dopo l’annuncio delle recessione. Di Maio è in missione in Cina come ministro degli Esteri e se ne guarda bene dall’intervenire. I 5 Stelle hanno scelto, per fortuna, di parlare poco e provare a fare qualcosa. Tutti gli altri, Salvini, Renzi, Calenda,si sono massacrati a vicenda a colpa di tweet. “Salvini si è dimenticato che lo scudo fiscale è stato abolito quando lui era ministro dell’Interno. Se cerca il responsabile, si faccia pure un selfie” gli ha mandato a dire Matteo Renzi. Calenda, uscito dal Pd in agosto per non doversi alleare con i 5 Stelle, ha proposto, sempre via social, un brutale ripasso della storia: “Pd e Italia viva hanno votato l’emendamento Lezzi per cancellare lo scudo penale Ilva. Piantatela con le fesserie e adoperatevi per reinserirla”. Prima c’era stato un caloroso scambio di tweet con Luciano Nobili e David Faraone, capogruppo di Italia Viva in Senato che ha chiesto un’informativa in aula. E dire che dovrebbero stare tutti dalla stessa parte. Alleati. Si può quindi immaginare cosa è uscito fuori dalle bocche di Salvini e Meloni. Solo che Salvini era vicepremier e ministro quando hanno dato la prima fucilata al gruppo anglo-indiano sbarcato in Puglia. Memoria cortissima.

La strategia di Conte

Il premier è andato fuori di sè ieri quando ha letto la notizia del recesso. Apprezzamenti molto irati sono stati pronunciati verso il Movimento prigioniero di una serie infinita di ripicche. “Così è difficile andare avanti” avrebbe ammesso il premier. Che ha messo sul tavolo una duplice strategia: battaglia senza esclusione di colpi a Arcelor Mittal; la ricerca di una via alternativa per salvare lo stabilimento. Da un punto di vista strettamente giuridico il governo potrebbe far valere con i vertici dell’azienda quell’articolo 51 del codice penale secondo il quale “l’esercizio di un diritto o l’adempimento di un dovere imposto da una norma giuridica o da un ordine legittimo della pubblica Autorità, esclude la punibilità”. Di fatto, secondo il governo, l’articolo esclude che ArcelorMittal sia punibile nel momento in cui attua, come da contratto, il piano ambientale previsto fino al 2023. Dunque, smontato l’alibi, resta il problema vero: l’azienda non può sostenere il livello occupazionale concordato, nè la bonifica necessaria di uno dei due forni o i finanziamenti necessari per realizzarla. Allo stesso tempo, nel governo si cerca di correre ai ripari. Torna l’ipotesi della nazionalizzazione con l’intervento di Cassa depositi e prestiti. E va avanti anche la ricerca di un altro acquirente. Non solo da parte di palazzo Chigi. Tutto pur di evitare la “bomba sociale” già promessa dai sindacati.

Il Reddito “inutile e dannoso”

Il punto è che tutto questo rischia di essere scaricato sulla legge di Bilancio esponendola a trappole e imboscate. Il nuovo scudo penale per Ilva potrebbe entrare nel testo della manovra come emendamento. E così alcune risposte da dare con urgenza alla fotografia scattata dallo Svimez: lo spopolamento (due milioni di persone, la metà giovani, hanno lasciato il sud in cerca di ciò che mancava a casa: lavoro, opportunità, certezze, ma anche istruzione e assistenza sanitaria); la recessione con il pil a -0,2%; il tasso di disoccupazione femminile intorno al 20%, il doppio del centro nord Italia e tra le ultime posizioni in Europa. L’unica cosa che cresce è il lavoro part time (+1,2%). Peserà, sulla manovra e sulla maggioranza, la bocciatura del Reddito di cittadinanza: “inutile sul mondo del lavoro” e dannoso perchè “allontana le persone dal mercato del lavoro”. Meloni ha già detto di voler abolire il Reddito con la Manovra e usare quei soldi per altro. Il Pd non aveva idee molto diverse prima di andare al governo. Italia viva che insisterà su Quota 100, a maggior ragione proverà a convincere che è il caso di cambiare qualcosa. Un membro importante del Mef ieri sera ha smentito che ci possano essere revisioni delle due misure bandiera del Conte 1.