John Travolta si è raccontato al pubblico della Festa del Cinema di Roma

Cultura & Società

 

Ballare gli manca, è evidente, e lo dichiara subito al direttore artistico Antonio Monda. Poi racconta di Tony Manero, della bocciatura al provino per Jesus Christ Superstar e dell’ingratitudine di Richard Gere

john travolta roma 

John Travolta

 

Ballare gli manca, è evidente, e lo dichiara subito al direttore artistico della Festa del cinema di Roma Antonio Monda all’inizio dell’”Incontro ravvicinato” che lo vede protagonista, anticipato dalle clip dei sui grandi film, dalla “Febbre del sabato sera” a “Pulp Fiction” al nuovo “The fanatic”. Tant’è che, informa, ha partecipato al video “3 Tango” del rapper Pittbull, “andatelo a vedere su YouTube”, esorta il pubblico.

Se Travolta è diventato Tony Manero ne “La febbre del sabato sera” e poi Danny Zuko in “Grease” è l’aneddoto più gustoso, è anche perché a 17 anni fu scartato al provino per “Jesus Christ Superstar”, proprio per il ruolo di Gesù: “Il produttore mi bocciò per questioni anagrafiche ma scrisse su un pezzo di carta “è troppo giovane ma tenetelo d’occhio perché diventerà grande” – racconta – e me lo mostrò quando anni dopo mi ingaggiò per “La febbre del sabato sera” e poi per “Grease”. Un’esperienza che gli ha regalato una nuova prospettiva esistenziale: “Le esperienze negative possono trasformarsi in cose fantastiche, dai semi piantati possono nascere delle grandi magie”.   

Mentre le immagini dei due film passano il pubblico applaude, canta, gli grida “I love you” e lui risponde “I love you too”, spiegando che lui, diversamente dall’artista che ossessiona nel suo nuovo film “The fanatic” diretto da Fred Durst non ha mai avuto a che fare con gli stalker: “Ho sempre avuto una buona relazione con i fan, loro amano me e io loro, anche se questa ossessione arrivo a capirla e mi servita per interpretare lo stalker”, chiarisce prima di ricevere alla fine dell’incontro dalle mani di Monda (che i premi non li ama ma stavolta si è sentito di dover fare un’eccezione) il “Premio speciale” per l’interpretazione di The fanatic.

Nella sua ora trascorsa sulla poltroncina della Sala Sinopoli, Travolta ha raccontato al pubblico che è diventato attore grazie alla mamma regista e attrice come sua sorella che gli hanno introdotto “lo spirito dello spettacolo nel sangue, volevo emularle, sono stato molto fortunato”. Oltre a guardare in famiglia i film di Fellini e di Sophia Loren, sua madre gli ha insegnato ad essere “un professionista, un attore profondo, a costruire personaggio come una ricetta”.

Da attore nei film interpretati Travolta ha lasciato parecchi segni: In “Pulp fiction” ha deciso lui il taglio di capelli del suo personaggio: “I capelli lunghi sono stati una idea mia, il personaggio era particolare, io avevo trascorso un paio d’anni ad Amsterdam e avevo visto quelle capigliature lunghe”. Il regista Quentin Tarantino non era poi così convinto ma lui continuò ad insistere: “Vogliamo provare? Poi ho cominciato ad agitare i capelli, ho suggerito pure un orecchino e Quentin mi ha detto: “Sai che c’è.., funziona”.

john travolta roma 
John Travolta

Brian De Palma, che l’ha diretto in “Blow up” gli ha dato proprio carta bianca: “Era entusiasta, si fidava così tanto delle mie scelte, mi faceva decidere: “Brian, preferisci che faccia questo o quello?” gli chiedevo e lui mi rispondeva : “Io sono solo il regista, recitare è il tuo lavoro, devi essere tu a scegliere”. Travolta è stato anche Bill Clinton in “I colori della vittoria”, diretto da Mike Nichols: racconta di essersi sottoposto a uno studio accurato del governo e dell’amministrazione americana “perché un presidente deve conoscere queste cose” e se non avesse rifiutato la parte, avrebbe potuto essere anche il protagonista di quattro grandi film (“I giorni del cielo”, “American gigolò” “Ufficiale e gentiluomo” e “Chicago” poi interpretati da Richard Gere, che non lo ha mai neanche ringraziato per il quadruplo favore, risponde alla curiosità di Monda.

Non l’ha ringraziato neanche Tom Hanks per la parte avuta in “Splash” dopo il suo rifiuto, scherza “Ma con Tom ho un altro rapporto…” chiarisce. Dei rifiuti vari ai film donati a Gere non si è mai pentito (erano tutti motivati da impegni precedenti, e per Uffciiale e gentiluomo, invece, “la vita vera ha prevalso sulla finzione visto che stavo prendendo il brevetto da pilota”) eccezion fatta per “Chicago”: glielo avevano offerto per tre volte, lui, cresciuto, ha spiegato, in un’era cinematografica in cui le donne amavano gli uomini, dalla Taylor alla Bardiot, aveva visto Chicago in teatro e non gli era piaciuto quel testo dove le donne odiavano gli uomini, e così disse no: “ Poi ho visto il film e mi sono reso conto che avevano cambiato i personaggi, le donne avevano più cuore e sentimento. Colpa mia che quando mi hanno offerto la parte non ho chiesto incontro con il regista per capire come volevano modificare il testo teatrale”.

Un rifiuto invece gli ha appesantito il cuore: sul grande schermo della sala Sinopoli passa una clip de “La sottile linea rossa” in cui è diretto da Terrence Malick e Travolta racconta di averlo fatto soffrire, suo malgrado con un “no” precedente, per motivi contrattuali al suo “I giorni del cielo”: “Mi raccontarono che ferito dal mio rifiuto Terrence non aveva più lavorato per 17 anni, lui me lo confermò dicendomi che l’altolà di Hollywood alla mia partecipazione gli aveva spezzato il cuore”.

Una frase che Travolta non avrebbe mai voluto sentirsi dire, perché racconta, quando da bambino insieme alla famiglia vide morire Giulietta Masina ne “La strada” chiese la ragione a suo padre, lui gli spiegò che si era trattato di crepacuore, che di sentimenti feriti si può morire e lui decise, racconta, “che non avrei spezzato il cuore nessuno”. Alla Festa del cinema però ha riempito quello del pubblico. 

Se avete correzioni, suggerimenti o commenti scrivete a redazione@corrierepl.it