Corruzione, malaffare e disastri ambientali: è davvero questa la Basilicata?

Diritti & Lavoro

di DONATELLO D’ANDREA

In questi giorni la splendida regione del meridione è finita di nuovo nell’occhio del ciclone a causa di alcune indagini condotte dalla magistratura su dei presunti casi di corruzione e di traffico di informazioni riservate. Inoltre, come se non bastasse, questi sono i giorni del rinnovo delle concessioni petrolifere alla multinazionale ENI, le quali stanno provocando parecchi dissidi all’interno delle coscienze dei lucani. Da un lato si resta affascinati dalle promesse di sviluppi “green” e dall’altro permane la paura degli ultimi avvenimenti in tema di disastro ambientale.

La piccola regione sembrerebbe non conoscere pace, la tranquillità è solamente un vano ricordo e mentre i cittadini si riuniscono sotto la regione per protestare contro le concessioni, la magistratura continua a scavare all’interno della politica collusa con il malaffare.

L’indagine della magistratura

Il quadro dipinto dalla magistratura potentina appare abbastanza chiaro: c’è un avvocato che gode di fama di uomo potente, influente, un intermediario di grandi affari. Al suo fianco c’è un personaggio molto noto della Guardia di Finanza, in servizio all’Intelligence che mette mano alle banche dati per fornire informazioni riservate in cambio di denaro. Infine c’è il portaborse dell’ex governatore Marcello Pittella, il quale comunica solo con “pizzini” dopo l‘inchiesta Sanitopoli di qualche mese fa, la quale lo portò a rassegnare le dimissioni prima della fine del suo mandato. Questi uomini si scambiano favori, mazzette e informazioni confidenziali anche sulla vita privata del neo-Governatore ed ex generale GdF Vito Bardi.

Il Gip del Tribunale di Potenza ha emesso un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti dell’avvocato Raffaele De Bonis, del finanziere Paolo D’Apolito e di Biagio Di Lascio, il portaborse di Pittella. Messa così, sarebbe la classica storia di corruzione italiana (e lucana): in mezzo ci sono mazzette da 5mila e 7mila euro se non fosse che, stando alla ricostruzione della procura, ci siano di mezzo anche altri 25mila euro per la campagna elettorale di Pittella, informazioni d’Intelligence e soprattutto la vita privata del Governatore Vito Bardi.

In quest’ultimo caso, la procura ha scoperto un dossier contro il neo-eletto Governatore, ex generale, messo insieme dal finanziere indagato, vicino al centrosinistra di Pittella. D’Apolito conosceva non solo l’esatta ubicazione della villa della famiglia Bardi, a Filiano, ma addirittura anche i nomi delle persone che frequentava, informazioni che possono sorgere solo se frutto di osservazione e pedinamento.

L’avvocato De Bonis si frequentava molto spesso con il portaborse di Marcello Pittella, Biagio Di Lascio, il quale secondo la procura “non avrebbe avuto nessun motivo professionale per frequentare in modo così assiduo l’avvocato De Bonis” se non quello di fungere da “collegamento” tra l’imprenditoria e l’apparato politico regionale, il quale ruotava attorno alla figura dell’ex Governatore. La magistratura potentina, a quanto sembra, avrebbe scoperchiato il “classico” vaso di Pandora: un giro di malaffare e corruzione che coinvolge l’apparato amministrativo pubblico e privato dell’intera regione.

Stando all’inchiesta l’avvocato De Bonis caldeggiava la risoluzione di alcune vicende che interessavano il noto imprenditore Vito Barozzi, anche lui finito al centro della vicenda per alcune tangenti. In questo contesto si collocherebbe la presunta tangente da 25mila euro, ufficialmente destinata alla campagna elettorale di Pittella ma che nella realtà, secondo i giudici, sarebbe stata più un vantaggio economico riconosciuto per la mediazione del Di Lascio negli affari tra l’avvocato e i suoi clienti con la Regione, Barozzi compreso il quale gestiva una imponente opera pubblica dal valore di 100 milioni di euro (lo Schema Idrico Basento).

Per il Gip emerge anche l’utilizzo di piccoli pizzini da parte di De Bonis per comunicare con Marcello Pittella, per tramite del Di Lascio. Una pratica comunicativa venuta fuori grazie a delle intercettazioni dove è apparso chiaro che anche in questo caso il portaborse fungeva da mediatore tra una parte e l’altra. Pittella ha risposto a quest’accusa dichiarandosi disponibile a chiarire la vicenda davanti ai giudici.

Ciò che ha fatto scattare le esigenze cautelari nei confronti del finanziere e l’avvocato sono state due mazzette da 5mila euro: D’Apolito le ha intascate una per aver aggiornato l’avvocato sulla situazione patrimoniale della figlia, l’altra per averlo tenuto informato su un’indagine in corso della GdF nata da una denuncia legale che aveva fatto. Le somme venivano definite “regalie per il figliolo” (il figlio del finanziere). La magistratura ha sottolineato l’illiceità delle operazioni di denaro.

Un giro di tangenti, informazioni e corruzione da far rabbrividire: la magistratura ha scoperchiato una vicenda davvero deplorevole e che non rende onore all’intera regione, composta da bellezze naturali impareggiabili ma anche di persone oneste che non si meritano di essere accostate alle attività di malaffare che coinvolgono il settore pubblico e privato della Basilicata.

Il disastro ambientale

La scorretta estrazione del petrolio, condotta con metodi poco ortodossi e dannosi per l’ambiente, ha portato la magistratura locale ad indagare alcuni dirigenti e responsabili dell’ENI, i quali son stati accusati di “disastro ambientale” perpetrato contro il territorio lucano, deturpandolo e inquinandolo. La buona notizia è che la Regione Basilicata, nel processo in corso, si dichiarerà “parte civile”.

Enrico Trovato, ex responsabile del Centro Oli della Val d’Agri di Viggiano è stato citato nell’ambito di quest’inchiesta sulla fuoriuscita del petrolio verificatasi tra l’agosto e il novembre di 3 anni fa e che ha causato l’inquinamento di 26mila metri quadri di territorio. Secondo l’accusa, l’ex responsabile sapeva già da diverso tempo della perdita ma non ha fatto nulla per “evitare che la situazione peggiorasse”. Rischia fino a 5 anni di reclusione.

Oltre al dirigente ENI, ci sarebbero altri 9 indagati facenti parte del Comitato tecnico regionale, il quale avrebbe dovuto controllare l’attività estrattiva. Solo a Febbraio 2017 la multinazionale aveva ammesso pubblicamente il misfatto ma se nell’Aprile dello stesso anno la Regione aveva deciso di chiudere lo stabilimento, poco tempo dopo lo stesso era ritornato ad operare.

Trovato sapeva delle perdite ma non ha fatto nulla. Secondo gli inquirenti l’ex dirigente avrebbe seguito una precisa strategia condivisa con i vertici di Milano mirante a nascondere il problema. Nel frattempo 26mila metri quadrati di territorio sono stati inquinati.

Riguardo alla situazione del Centro Oli di Viggiano, la deputata di Liberi e Uguali Rossella Muroni ha presentato un’interrogazione parlamentare per ricordare che non state prese ancora delle misure di decontaminazione delle aree inquinate, né tantomeno sono stati rafforzati i sistemi di controllo e monitoraggio del Ministero dell’Ambiente nella tutela del mare e della terra. La deputata chiede anche chiarimenti circa l’incontro del Ministro Matteo Salvini e l’amministratore delegato dell’ENI, Claudio De Scalzi, riguardante il nuovo memorandum del petrolio in Basilicata: un piano di investimenti dal valore di 4 miliardi di euro, il quale avrebbe concesso alla multinazionale più spazio di manovra nello smaltimento dei rifiuti.

In questo scenario si colloca il rinnovo delle concessioni petrolifere, in “scadenza naturale” il prossimo 26 ottobre. Il governatorato di Bardi avrebbe interrotto ogni tipo di negoziazione, rimandando il tutto a Roma e ad un futuro tavolo di trattative tra ENI e Mise. Il tutto si è svolto nella massima riservatezza, senza far trapelare nessuna notizia. Le proposte della Regione e quelle della multinazionale sono state tenute in gran segreto. Il risultato? Il nulla cosmico.

Fatto sta che l‘ENI continuerà ad estrarre e a muoversi come ha sempre fatto. La Regione Basilicata non è riuscita ad elaborare uno straccio di proposta da imporre con forza e decisione, soprattutto dopo tutto quello che è successo. Un disastro ambientale che passerà inosservato, grazie alla connivenza “pacifica” delle istituzioni, chiuse dentro una bolla di propaganda, che si rinnova ogni elezione, e che alla fine porta sempre gli stessi deludenti risultati. C’era chi voleva rinegoziare le concessioni, chi voleva interrompere l’estrazione. Ora, invece, non c’è più nessuno.

Una cosa è certa: più la magistratura continua a scavare, più la Lucania continua a toccare il fondo. Prima l’inchiesta Sanitopoli, sulla sanità, poi quella sul petrolio ora quella sulle tangenti. Finirà mai questo scempio?

E’ davvero questa la Regione Basilicata? Malaffare, corruzione, inquinamento e disastri ambientali? L’anima di una regione bellissima può davvero essere ridotta a questi casi di cronaca? E’ questo quello che meritano i lucani? E’ davvero questa l’immagine della regione in cui si sta svolgendo Matera 2019? Oppure è proprio questa manifestazione a nascondere quello che sta accadendo dietro le quinte?

La realtà dice altro: la Basilicata è una terra bellissima, piena di biodiversità e di meraviglie ancora incontaminate. E’ una regione con un potenziale turistico ancora inespresso, nonostante da anni il politicante di turno prometta grandi investimenti in questo settore. Il lucano onesto si trova a dover combattere quotidianamente con una classe dirigente collusa con il malaffare e con le multinazionali senza scrupoli, le quali continuano ad estrarre petrolio senza remore, con serie conseguenze anche sull’inquinamento e sulla salute dei lucani.

Chissà se un giorno, non molto lontano, questa terra bistrattata potrà avere quello che si merita.