La penna di Augias a Bianca Berlinguer

Cultura & Società

Il simpatico scrittore Corrado Augias, durante la trasmissione “Cartabianca” condotta da Bianca Berlinguer, ha detto: “La mia vita appartiene a me. Chi dice che la vita è un dono di Dio, dice una sciocchezza”. E porgendo una penna alla conduttrice: “Il dono è questo: io mi spoglio della proprietà di questa penna e lei la prende e la butta via. E’ titolata a fare questo. E’ bella la frese che la vita è un dono di Dio, ma non ha senso. La vita è nostra, è una delle poche cose che ci appartengono”.
Messo in questi termini, il ragionamento è un po’ debole. E’ accettabile forse da un punto di vista legale, ma non da un punto di vista morale. Finché, infatti, si tratta di una penna, magari che non scrive bene, che perde inchiostro, possiamo anche buttarla non facendoci vedere dal donatore, che altrimenti ci resterebbe un po’ male. Ma se si tratta di un bene prezioso (per i credenti il dono comprende la vita eterna), gettarlo via è una vera mancanza di riguardo verso il donatore. Un infischiarsene del donatore.  Ovviamente sono d’accordo con Augias che siamo padroni di porre fine alla nostra esistenza qualora diventi per noi insopportabile e senza speranza.
Ma il ragionamento sul dono lo posi in termini diversi, più giusti, in una una vecchia lettera che riporto qui di seguito. Fu pubblicata da “Il Riformista”, un giornale che non esiste più, il 23 gennaio del 2007, col titolo: “Il regalo di Dio”. 
 «Gentile direttore, mettiamo il caso che io generosamente le regalassi un prezioso dipinto in una bella cornice. Ovviamente, anche per gratitudine verso di me, lei avrebbe gran cura di simile dono. Passa il tempo, ed un giorno lei si rende conto che i tarli hanno fatto scempio completo della bella cornice: il legno si sfarina e cade a pezzi. Mettiamo anche il caso che lei non abbia la possibilità di cambiarla, e che faccia invano tutto il possibile per ripararla. Che dice, le sembrerebbe mancanza di riguardo verso di me, amorevole donatore, liberare il dipinto dall’ormai inutile telaio destinato inesorabilmente a diventare polvere? Penso proprio di no. Il dono più importante è salvo. Pazienza per la povera cornice diventata orribile, che lo teneva prigioniero, e che lei in qualche modo è costretto a gettare via. Ora, immagini che il dipinto sia la vita eterna, e la cornice la vita terrena, e si renderà conto che l’affermazione ai credenti tanto cara, che la vita è «dono di Dio», non implica necessariamente che in determinate, particolarissime circostanze non possiamo disporre della parte terrena di essa. Io donatore amorevole, buono, comprensivo e intelligente, non mi offenderei, figuriamoci il buon Dio! Un’offesa invece sarebbe per me se lei deliberatamente sciupasse la cornice, o se ne disfacesse pur non essendo essa irrimediabilmente rovinata. E peggio sarebbe, se lei non tenesse nel massimo conto il dipinto, il vero dono».
Il simpatico scrittore Corrado Augias, durante la trasmissione “Cartabianca” condotta da Bianca Berlinguer, ha detto: “La mia vita appartiene a me. Chi dice che la vita è un dono di Dio, dice una sciocchezza”. E porgendo una penna alla conduttrice: “Il dono è questo: io mi spoglio della proprietà di questa penna e lei la prende e la butta via. E’ titolata a fare questo. E’ bella la frese che la vita è un dono di Dio, ma non ha senso. La vita è nostra, è una delle poche cose che ci appartengono”.
Messo in questi termini, il ragionamento è un po’ debole. E’ accettabile forse da un punto di vista legale, ma non da un punto di vista morale. Finché, infatti, si tratta di una penna, magari che non scrive bene, che perde inchiostro, possiamo anche buttarla non facendoci vedere dal donatore, che altrimenti ci resterebbe un po’ male. Ma se si tratta di un bene prezioso (per i credenti il dono comprende la vita eterna), gettarlo via è una vera mancanza di riguardo verso il donatore. Un infischiarsene del donatore.  Ovviamente sono d’accordo con Augias che siamo padroni di porre fine alla nostra esistenza qualora diventi per noi insopportabile e senza speranza.
Ma il ragionamento sul dono lo posi in termini diversi, più giusti, in una una vecchia lettera che riporto qui di seguito. Fu pubblicata da “Il Riformista”, un giornale che non esiste più, il 23 gennaio del 2007, col titolo: “Il regalo di Dio”. 
 «Gentile direttore, mettiamo il caso che io generosamente le regalassi un prezioso dipinto in una bella cornice. Ovviamente, anche per gratitudine verso di me, lei avrebbe gran cura di simile dono. Passa il tempo, ed un giorno lei si rende conto che i tarli hanno fatto scempio completo della bella cornice: il legno si sfarina e cade a pezzi. Mettiamo anche il caso che lei non abbia la possibilità di cambiarla, e che faccia invano tutto il possibile per ripararla. Che dice, le sembrerebbe mancanza di riguardo verso di me, amorevole donatore, liberare il dipinto dall’ormai inutile telaio destinato inesorabilmente a diventare polvere? Penso proprio di no. Il dono più importante è salvo. Pazienza per la povera cornice diventata orribile, che lo teneva prigioniero, e che lei in qualche modo è costretto a gettare via. Ora, immagini che il dipinto sia la vita eterna, e la cornice la vita terrena, e si renderà conto che l’affermazione ai credenti tanto cara, che la vita è «dono di Dio», non implica necessariamente che in determinate, particolarissime circostanze non possiamo disporre della parte terrena di essa. Io donatore amorevole, buono, comprensivo e intelligente, non mi offenderei, figuriamoci il buon Dio! Un’offesa invece sarebbe per me se lei deliberatamente sciupasse la cornice, o se ne disfacesse pur non essendo essa irrimediabilmente rovinata. E peggio sarebbe, se lei non tenesse nel massimo conto il dipinto, il vero dono».
 
Renato Pierri