“Mio nonno aveva un sogno: avere successo in America”

Politica & Diritti

di Barbara Minafra

LOS ANGELES – Questa estate John Turturro è tornato nella terra del padre, Giovinazzo, in provincia di Bari, e qui ha ricevuto la cittadinanza onoraria della cittadina pugliese da cui partì il padre e dove è tornato per la prima volta nel 1986, alla ricerca della famiglia d’origine. Barbara Minafra de L’Italoamericano lo ha seguito e racconta l’uomo prima ancora che la cronaca dell’evento in un lungo articolo pubblicato sulla versione on line del giornale bilingue di Los Angeles.
“”Mio nonno aveva un sogno: avere successo in America. Io sono parte di quel sogno. E sono parte di Giovinazzo, dove sono nati mio padre, mio nonno e mia nonna”. A parlare non è un italoamericano qualsiasi che in estate torna a casa, nella terra delle radici, per ritrovare un pezzo di sé insieme a quel che resta della famiglia d’origine. Ma è Pino di “Fa’ la cosa giusta”, Jesus del “Grande Lebowski” (dove gli basteranno due minuti per entrare nella leggenda) e il faraone Seti di “Exodus. Dei e re”.

È il caleidoscopico John Turturro, il caratterista grottesco e divertente di una ottantina di film, il regista, produttore e sceneggiatore di talento ma è soprattutto l’attore di teatro e di cinema amato dai fratelli Coen, da Spike Lee, Woody Allen, Martin Scorsese, Francesco Rosi, William Friedkin, Ridley Scott, Ron Howard, Michael Cimino. Ha recitato accanto a Paul Newman ne “Il colore dei soldi” e a Sophia Loren nella miniserie “Mamma Lucia”. Insieme a Jack Nicholson e Johnny Depp, Winona Ryder e Susan Sarandon, Julianne Moore, Tom Cruisce, Robert De Niro, Willem Dafoe, Samuel L. Jackson, John Travolta e Denzel Washington solo per citarne alcuni. Con “Barton Fink. È successo a Hollywood” ottiene nel 1991 il premio come miglior attore al Festival di Cannes e il David di Donatello come miglior attore straniero. L’interpretazione del 1994 in “Quiz Show”, diretto da Robert Redford, gli vale la nomination ai Golden Globe come miglior attore non protagonista, ai Chicago Film Critics Association Award e agli Screen Actors Guild Award.

Ma anche qui, citiamo solo qualche riconoscimento.
A Hollywood vanta una filmografia importante che la dice lunga sulla caratura del suo talento. Formatosi a teatro, dopo la borsa di studio alla Yale School of Drama che si conclude con il Master of Fine Arts, arriva l’esordio sul grande schermo. Fa la comparsa nientemeno che in “Toro scatenato” (1980), film di Martin Scorsese con Robert De Niro che racconta la vicenda del pugile italoamericano Jake LaMotta. Un tocco di italianità segna da subito la sua carriera eclettica e prestigiosa.
Spazia con naturalezza dal drammatico al comico. Passa con disinvoltura dal cinema indipendente (Tom DiCillo, Noah Baumbach) ai blockbuster (Transformers). È istrionico e camaleontico. Sensibile e versatile, è ammirato per uno stile recitativo che mescola umorismo e malinconia.
Ma quando decide di tornare in Italia, si sente semplicemente “un bambino del Sud, mezzo pugliese e mezzo siciliano”. È lui stesso a descriversi così.
Il padre Nicola (poi Nicholas) partì a sei anni per New York da Giovinazzo, in provincia di Bari, per diventare muratore e carpentiere. La mamma Caterina Incerella (poi Katherine), cantante jazz, era originaria di Aragona nell’Agrigentino.

Lui nascerà a Brooklyn il 28 febbraio 1957 e a sei anni, come suo padre, si trasferirà con la famiglia nel Queens dove vivrà fino agli anni del college. Si laureerà alla State University di New York di New Paltz in Theatre Arts grazie ai sacrifici di una famiglia che ascoltava Puccini a tutto volume.
L’infanzia e la cultura italoamericana, nonostante il forte imprinting newyorkese, matureranno dentro di lui e, oltre a servire per caratterizzare alcuni personaggi, ispireranno i suoi film da regista: “Mac”, Caméra d’or a Cannes nel 1991, mette in scena tre fratelli italoamericani che vogliono aprire un’impresa di costruzione nei nuovi quartieri residenziali della New York degli anni Cinquanta; “Romance & Cigarettes” nel 2005 evoca i tormenti di una famiglia proletaria del Queens.
È italoamericano per formazione personale e scelta artistica. Ha genitori che non spezzano il filo con la terra lontana e ha un’attrazione, naturale e culturale, per le sue origini che spiegano un legame con l’Italia ufficializzato con l’ottenimento nel 2011 della cittadinanza italiana per discendenza diretta. Ma è un rapporto che costruisce anche con frequenti ritorni nel Belpaese, lontano dalle luci della ribalta, parlando un po’ di italiano e lavorando in Italia.

Sin dagli anni ‘90 si avvicina alla letteratura italiana, poi nel 2006 si dedica al teatro interpretando e dirigendo al Teatro Mercadante di Napoli, “Questi fantasmi” di Eduardo De Filippo. Successivamente lavora con Spike Lee in “Miracolo a Sant’Anna” (2008), girato in gran parte in Italia, come già era successo per “La tregua” di Francesco Rosi (1997) sulla storia di Primo Levi, film per il quale perde molti chili per rendere più credibile la sua interpretazione, e poi per il cartone ambientato a Napoli “Opopomoz” (2003) di Enzo D’Alò, a cui presta la voce.
Si cimenta nel 2009 con “Fiabe Italiane”, liberamente ispirato al testo di Italo Calvino e alle favole del siciliano Giuseppe Pitrè. Il viaggio alla riscoperta della sua italianità prosegue con il suggestivo documentario “Prove per una tragedia siciliana”, dichiarazione d’amore di un figlio lontano per la terra dei nonni, narrata dalla voce intensa dello scrittore siciliano, scomparso da poco, Andrea Camilleri e fotografata da Marco Pontecorvo. Nel 2010 torna in Italia e partecipa alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia con il suo documentario musicale “Passione” che omaggia la musica partenopea e la città di Napoli, che definisce luogo del cuore.

Nel 2018 curerà per la prima volta la regia di un’opera lirica scegliendo il Rigoletto di Giuseppe Verdi per la bellezza della musica, la modernità tematica, la ricchezza di contraddizioni. Varie anche le produzioni italiane. Nel 2015 entra nel cast di “Mia madre”, storia drammatica diretta da Nanni Moretti presentata in concorso a Cannes. Nello stesso anno appare in “Tempo instabile con probabili schiarite” diretto da Marco Pontecorvo, ambientato nella Marche. Forse non è un caso che diventi Guglielmo da Baskerville, il monaco detective protagonista della serie tv “Il nome della Rosa”, ispirata al romanzo di Umberto Eco tradotto in 40 lingue e di cui sono state vendute 50 milioni di copie in tutto il mondo. Otto episodi in onda da quest’anno su Rai1.

“Ho vissuto esperienze professionali importanti in Italia. In “Mac” (1992), il mio primo film da regista, raccontai la storia di mio padre: un muratore, un uomo molto tradizionalista. Mia madre invece, era una cantante jazz che si esibiva con i fratelli in una big band, ma voleva una famiglia e così continuò a cantare in chiesa e a casa; cantava anche mio padre: sapeva a memoria tutto Il Trovatore. Entrambi – ha raccontato in un’intervista di un paio di anni fa – hanno lasciato dentro di me una traccia molto forte. Quando ho girato il film-documentario “Sicilia” (2008) ho bussato alla porta dove abitavano i miei nonni. La riscoperta delle radici è stata fondamentale per capire chi sono”.
Commendatore dell’Ordine della Stella d’Italia dal 27 dicembre 2018, dopo il doppio passaporto del 2011 e la cittadinanza di Aragona, da dove era partita la nonna Rosa Terrasi, rimasta sempre di nazionalità italiana nonostante una vita passata a New York, quest’estate ha ricevuto la cittadinanza onoraria della cittadina pugliese da cui partì suo padre e dove è tornato per la prima volta nel 1986, alla ricerca della famiglia d’origine, in occasione della fiction italo-statunitense “Mamma Lucia”, girata con la Loren e tratta dal romanzo dello scrittore italoamericano Mario Puzo.

Ed è qui che torniamo all’inizio della storia che raccontiamo.
Una storia in cui il figlio dell’emigrante torna a casa, mostra ai “paesani” il successo di suo padre, di suo nonno e di sua nonna: il riscatto dalla povertà, di chi è riuscito a dare ogni opportunità alla propria famiglia. Di chi al di là dell’Oceano ha davvero trovato l’America.
Ma in questa storia non c’è clamore o divismo. Camicia bianca e occhiali da sole, disponibile e rilassato, Turturro è sembrato davvero l’uomo della porta accanto a spasso per il paese paterno.
La banda, le foto ricordo con i parenti, gli abbracci, l’incontro con il sindaco e quello con il parroco che gli regala l’atto di nascita del padre partito nel lontano 1931 per arrivare a New York avvolto in panni poveri ma pieni di speranza, tenuto per mano da chi parlava solo dialetto, nemmeno l’italiano e figuriamoci l’inglese.
Commozione, strette di mano e sorrisi per tutti. Le cerimonie in Comune e quelle all’aperto, fronte mare, organizzate perché in città non c’era soltanto il grande attore di Hollywood ma un pezzo di storia di Giovinazzo nel mondo, perché a casa era tornato il suo cittadino più illustre, hanno avuto tutte il sapore della domenica in famiglia, della passeggiata sul lungomare, dell’incontro spontaneo e affettuoso.

“Sono molto felice di essere qui, con la mia famiglia allargata”. Nella sala comunale i suoi 69 parenti. Il suo è uno di quei cognomi tipici di Giovinazzo, che portano decine di famiglie perché, fino a qualche generazione fa, era normale avere cinque-sei figli. Gli hanno regalato olio d’oliva, libri, una rosa ricamata, un uovo di cioccolato dipinto ad aerografo, un cocktail creato per l’occasione che racconta la sua storia mescolando estratto d’olio extravergine d’oliva con succo di limoni di Sicilia e un gin prodotto a Brooklyn, un’icona della Madonna di Corsignano, patrona della città. Lui, per condividere un momento insieme, ha radunato tutti i parenti in gelateria.
Poi, lasciando trasparire la gioia del momento, ha riassunto il senso di una cerimonia che di formale ha avuto solo l’ufficialità di sancire un legame coltivato negli anni. “Li conosco tutti personalmente ed è una grande emozione”.

Più volte è tornato a casa e lo ha fatto lontano dalle telecamere per vivere un rapporto sincero, autentico. Questa volta era accompagnato dalla moglie Katherine Borowitz e dal figlio Amedeo, che si sono lasciati avvolgere dalla numerosa famiglia e che, racconta Turturro, “sono affascinati dall’Italia” come l’altro figlio Diego, rimasto a casa. Con loro si è fatto fotografare davanti al grande murale eseguito dall’airbrusher Fabio Franchini, che lo ritrae.
Turturro ha ricevuto la cittadinanza onoraria nel corso di una vera festa di paese, perché questa è l’atmosfera che si vive nell’incantevole borgo che vanta uno spettacolare affaccio sull’Adriatico ad appena 15 km a nord di Bari.
Poco più di 20mila abitanti, un porticciolo in pietra calcarea, le mura che costeggiano un torrione aragonese che domina il mare blu punteggiato dalle barche dei pescatori, la cattedrale di Santa Maria Assunta in perfetto stile romanico del 1113 con inserti barocchi all’interno e un pavimento musivo del XII secolo, un centro storico dove si scoprono torri medievali, palazzi nobiliari e corti interne, scalinate, terrazze, balaustre e balconcini fioriti che si aprono sulla piazza più grande della Puglia. Giovinazzo, divisa tra il passato contadino e la tradizione marinara conserva la dimensione paesana, dove tutti si conoscono e dove la domenica è un rito immancabile la passeggiata in piazza, cuore pulsante della comunità, che ha un fitto calendario di feste patronali, processioni, appuntamenti folkloristici e spettacoli all’aperto.

Uno scenario incantevole che prima o poi si potrebbe ritrovare proiettato a Hollywood. “Maybe, maybe, maybe. È una possibilità”, dice Turturro metà in inglese e metà in italiano. È un’idea che non gli dispiace quella di girare un film a Giovinazzo che vanta storia, architettura e un impeccabile skyline mediterraneo: “Serve la storia giusta per il luogo giusto ma – ha assicurato – ci sto pensando e ho un’idea”.
In realtà prima arriverà l’atteso spin-off del Grande Lebowski, basato sul personaggio di Jesus Quintana. Turturro ha confermato in un’intervista con l’Independent di aver quasi terminato la produzione iniziata nel 2016: “È fondamentalmente un’esplorazione di Jesus che esce di prigione. È una commedia molto umana”.
Nel frattempo ha lasciato un pezzo di cuore in Puglia dove, ha detto, “ho nuotato e mangiato molto: ho preso almeno due chili in questi giorni!” e dove, ricevendo le chiavi della città, si è sinceramente commosso. “Tra queste mura – gli ha assicurato il sindaco Tommaso Depalma consegnandogli le chiavi della città – troverai sempre la tua casa”.
“È stato un sogno coltivato per cinque anni, ma – ha detto il sindaco – me lo aveva promesso l’unica volta che ci siamo visti, nel 2014, a Roma. Averlo qui, per la prima volta in via ufficiale, non è solo un sogno che si avvera ma è la gioia e l’orgoglio di una città, perché quelli come John sono i nostri ambasciatori nel mondo e rappresentano le nostre radici, che ci tengono stretti nonostante le distanze””.