Due temi di gran peso. E una nota più leggera

Politica & Diritti

La destra italiana dice che la sinistra giunta al governo, ponendosi in difesa degli immigrati, si suiciderà. Ed è tutto dire, dopo il suicidio politico in grande stile compiuto un mese fa dall’ex ministro degli interni… 

di Andrea Ermano 

Oggi nel nostro Paese si parla molto di fine vita, e non solo in senso metaforico. Pensiamo alla morte volontaria di Fabiano Antoniani (detto Dj Fabo) nel febbraio 2017 a Zurigo. In seguito a quell’episodio, il leader radicale Marco Cappato, che aveva accompagnato Antoniani presso una struttura “Dignitas” in Svizzera, si era autodenunciato al suo rientro in Italia per il reato di “Istigazione o aiuto al suicidio”, di cui all’articolo 580 del codice penale, residuo per altro di un regio decreto di età fascista.

    Dopo avere chiesto senza successo l’archiviazione del caso, la Procura di Milano ha presentato nel corso del procedimento contro Cappato una memoria affinché si sollevasse la questione di legittimità costituzionale in ordine al predetto art. 580 in quanto e per quanto esso sanziona anche chi agevoli il suicidio assistito di un malato terminale che abbia consapevolmente inteso procedere all’eutanasia senza esserne materialmente in grado.

    La Corte di Milano si è rivolta alla Corte Costituzionale e questa, un anno fa, ha sollecitato il Parlamento a legiferare sulla questione entro il settembre 2019. Da allora nulla è accaduto e, dunque, la Consulta si appresta a deliberare, mentre in Vaticano si prepara un’alzata di scudi.

    Tra non molto potremmo venire assordati dagli opposti anatemi in difesa assoluta della “vita” come pure quelli in difesa assoluta della “libertà”. Presa in mezzo tra questi due “assoluti”, la questione in realtà è molto delicata e complessa, come si comprende nel caso di Remo Cerato che, colpito da grave malattia neurodegenerativa, è morto pochi giorni fa a 58 anni dopo avere pubblicato su Facebook una toccante lettera alla moglie, ai figli e agli amici, non senza appellarsi però anche al mondo politico affinché esso trovi il coraggio di affrontare e sanare una mancanza grave, in colpevole ritardo per una legge sul fine vita «che, se fosse stata in vigore, mi avrebbe regalato qualche sofferenza in meno».

    Diversamente dai casi di accanimento terapeutico su pazienti in coma privi di attività cerebrali collegate alla coscienza, i malati terminali come Remo Cerato e Dj Fabo erano perfettamente capaci d’intendere e di volere. Qui, dunque, dobbiamo parlare di fine della vita umana a tutti gli effetti.

    Ma – per un verso – nessun intelletto, nessuna volontà e nessuna libertà può conferire a nessuno una licenza di uccidere, e quindi nemmeno di uccidere se stesso.

    Per l’altro verso, però, è il progresso tecnico a tenere artificialmente in vita anche persone per le quali vivere significa ormai solo soffrire. In un numero crescente di casi l’accanimento terapeutico equivale a una vera e propria tortura, aggravata dal lungo decorso e dall’indifferenza collettiva per le sofferenze, a volte atroci, della persona malata.

    Le assolutizzazioni della “vita” e della “libertà” non servono a molto. In nome della “libertà” non si può astrattamente praticare una sorta di neutralismo di fronte al suicidio. Ma in nome della “vita” non è astrattamente lecita la tortura. Occorre individuare un punto di equilibrio ragionevole, tenendo ben presente l’articolo 32 della Costituzione. Ora, se il Parlamento italiano, in tutt’altre faccende affaccendato, non riesce a trovare il coraggio d’occuparsene, bene farà la Consulta a riempire il vuoto normativo.

 

Veniamo ora al “suicidio” profetizzato sul piano politico dagli indovini della destra italiana alle forze di sinistra qualora queste intendessero intervenire in senso umanitario nei riguardi dei migranti. Posto che i profughi africani finiscono torturati e ammazzati in Libia o messi in mare su natanti votati al naufragio, che cosa dovrebbe fare l’Italia? La risposta sovranista è sostanzialmente questa: “Lasciarli perire, affinché tutti gli altri si spaventino e restino a casa loro”. Una strategia terribile, disumana e anche parecchio sconsiderata.

    L’Italia e gli altri paesi economicamente avanzati si caratterizzano per un saldo demografico negativo o nullo, a fronte di un aumento notevole della vita media. Un rapporto delle Nazioni Unite stima attualmente la popolazione africana intorno a un miliardo e centomila persone. Il dato del 1960, quando l’intera Africa contava 285 milioni di abitanti, risulta quadruplicato. E in rapporto all’oggi si calcola un quasi raddoppio ulteriore, a quota due miliardi e centomila, intorno all’anno 2050.

    Questa prospettiva futura (che vede l’Italia in prima linea!) consiglierebbe di ben guardarsi dalla tentazione neo-nazionalista, anzitutto perché l’unica forma realistica di sovranità politica per noi praticabile è quella europea. Solo l’Europa possiede la grandezza di scala atta ad affrontare la situazione africana. E affrontarla non può che comportare tre cose: amicizia, amicizia e amicizia.

    L’amicizia – e null’altro che l’amicizia – può evitarci uno scenario di conflitto euro-africano, verso il quale i sovranisti ci piloterebbero invece in nome di una “sicurezza” falsa e bugiarda. Che il nazionalismo sia prodromo di guerra, ce lo ha insegnato con lezione non controvertibile il Novecento europeo. E nessuna “sicurezza” potrà in alcun modo venirci dalla guerra. Ma che altro, se non proprio la guerra, potrebbe conseguire dall’esplosione demografica africana in un clima di crescente ostilità intercontinentale? L’Italia e l’Europa non potranno semplicemente stare lì a guardare digrignando i denti e pretendendo ossessivamente che nessuno violi “i sacri confini della patria”.

    Solo politiche di accoglienza/integrazione molto ben strutturate e strettamente correlate a un lungimirante piano di cooperazione in sostegno allo sviluppo

in entrambi i continenti possono aiutarci ad affrontare le sfide di un domani già imminente. Non c’è altra via, se vogliamo evitare non solo la crisi in Africa, ma anche il terzo, e definitivo, suicidio dell’Europa.

 

Per concludere su note meno gravi, non si può non menzionare qui – in tema di suicidi politici – l’ex ministro degli interni Matteo Salvini che in preda a un raptus balneare ha ammazzato la gallina dalle uova d’oro.

    A quanto pare, però, l’ex ministro degli interni non intendeva produrre questo effetto. Salvini non puntava davvero a nuove elezioni, ma solo a “re-inciuciare” insieme a Luigi Di Maio l’assetto del precedente governo. Senonché – questa la tesi del filosofo Massimo Cacciari – il premier Conte con il suo discorso al Senato del 20 agosto avrebbe «bloccato ogni possibilità di “re-inciucio” tra Di Maio e Salvini. Che erano sostanzialmente d’accordo. Conte è stato abilissimo e – insieme a Grillo e, probabilmente, a Casaleggio – ha impedito che questo “re-inciucio” avvenisse. Perché Salvini era già d’accordo nel dare a Di Maio la presidenza e far fuori Conte e Tria».

    Indirettamente, la ricostruzione cacciariana è confermata da Di Maio stesso, quando rievoca la sua disponibilità a cedere alla Lega dopo le Europee il ministero dell’economia insieme alla designazione del Commissario a Bruxelles. E, dato che nessuno dà niente per niente, va da sé che, nell’ipotesi di un rimpasto, il capo politico dei Cinquestelle si aspettasse Palazzo Chigi in contraccambio.

    Seguendo la linea di questa congettura, ognuno può ben immaginare che il premier Conte davanti all’ormai famoso preavviso di sfratto da parte del leader nazional-leghista reagì sollevando la cornetta del telefono (si fa per dire) per chiamare Veltroni, D’Alema e Amato, affinché convincessero loro il segretario del PD a intavolare una trattativa con i Cinquestelle.

    Pare che Nicola Zingaretti abbia acconsentito alle richieste dei “tre saggi”, ma non senza porre questa precisa condizione: che il primo ad aprire a un patto di legislatura tra PD e Cinquestelle avrebbe dovuto essere l’ex premier Matteo Renzi, dominus dei gruppi parlamentari e contrarissimo, fino all’inizio di agosto, a qualsivoglia forma di commercio demo-grillino.

    E fu così che il sogno di una notte di mezza estate tra due vice-premier onnipotenti si trasformò nel suicidio accidentale di un autarchico.