Adunata non oceanica

Diritti & Lavoro

di Renzo Balmelli 

STABILITÀ. A Roma, neanche fosse la Pietrogrado della Rivoluzione d’ottobre, che però era una cosa più seria, la destra ha confuso Montecitorio col Palazzo d’inverno. Per la sua tumultuosa insurrezione alla romana, tra l’altro lungi dall’essere un’adunata oceanica, ha palesemente sbagliato tempi, modi e obbiettivi. La protesta in sé poteva anche starci, è il sale della democrazia. Altrettanto lecito e improrogabile era tuttavia il cambio di passo alla guida del Paese, sempre più disorientato. Il nuovo governo perfettamente legittimo, nato su basi di procedure costituzionalmente impeccabili e suffragato dalla fiducia di Camera e Senato, non ha rubato nulla, non ha commesso nessun scippo ai danni delle istituzioni. Ha fatto soltanto il suo dovere. Ora il Conte bis è atteso da uno dei compiti più difficili: lasciarsi alle spalle le scorie e l’arroganza del passato e provare a rimettere le cose in carreggiata per assicurare un periodo di indispensabile stabilità a tutti i cittadini. L’endorsement di Moody’s, di solito mai tenera con l’Italia, è di buon auspicio. Imboccata questa strada, la sola d’altronde praticabile, il resto seguirà. 

TORSIONI. Mai come in questi ultimi tempi la democrazia ha dovuto resistere agli assalti di chi prova a imporle torsioni del tutto arbitrarie. Dalla Russia all’Italia, passando da Londra, gli esempi si moltiplicano. Nelle splendide sale del Cremlino Putin vince, ma perde punti. Nonostante l’esclusione dei candidati indipendenti, l’opposizione è riuscita a scalfirne il predominio incontrastato. Al numero 10 di Downing Street Boris Johnson si fa beffe della Magna Charta per la sua rischiosa visione della Brexit ad ogni costo che può fare molto male al Regno Unito. Infine Salvini. L’ex ministro ancora non si rende conto delle conseguenze del suo gesto e si ostina a considerarsi la vittima designata di fantomatici complotti orditi all’estero. Invece ha fatto tutto da solo, come l’uomo che volle farsi re. Per fortuna democrazia e pieni poteri rimangono concetti inconciliabili che la storia provvede a tenere ben separati. 

LA MELA. Ormai il populismo di grana grossa è arrivato anche in Svizzera. In prossimità dei grandi appuntamenti elettorali come l’imminente chiamata al voto di ottobre per il rinnovo del Parlamento federale, la destra anti-sistema affila le armi. La tradizionale compostezza elvetica si trova confrontata agli affondi di un modello di propaganda estrema che non lascia nulla di intentato per lanciare messaggi provocatori, estranei alla cultura politica del Paese. Su questo terreno si muove l’UDC, il partito con marcate connotazioni nazionaliste, che ricorre a immagini forti e spesso sgradevoli alla vista per mobilitare l’opinione pubblica e mostrare quali pericoli importati dall’estero possono portare alla distruzione della Confederazione. Con una strategia che solleva imbarazzanti paragoni con le tecniche usate in tempo di guerra, il linguaggio visivo non lascia dubbi su chi siano i nemici da eliminare. Prima ci furono gli immigrati, equiparati a orrendi topi voraci, mentre ora sui manifesti vengono presi di mira i “sinistroidi e gli europeisti” raffigurati come vermi affamati e contrassegnati dai colori dell’UE, intenti a divorare la mela rossocrociata di cui non resterebbe che un torsolo immangiabile. Gli esperti di comunicazione tuttavia dubitano che l’UDC possa guadagnare consensi con una tattica che alla lunga può risultare stucchevole e controproducente. Lo schema permette di sviare l’attenzione dai veri problemi, ma può anche essere la fotografia di un partito già in difficoltà, debole e senza idee. 

SCIROPPINO. È un mondo difficile, cantava Tonino Carotone. Felicità poca, e futuro incerto. Le cose tuttavia potrebbero cambiare, anche più in fretta di quanto possa sembrare. Basta non disperare e passare al contrattacco con l’impegno e le armi giuste. È quanto si propongono di fare le ragazze ed i ragazzi di ogni continente in marcia verso New York per partecipare al primo vertice ONU dei giovani sul clima dal 20 al 24 settembre. Sulle orme di Greta Thunberg, che ha dato un bello scossone alle coscienze assopite, subito dopo il raduno giovanile è in programma il summit che raccoglierà i Grandi al capezzale della Terra senza più possibilità di ricorrere allo sciroppino delle frasi fatte e degli impegni disattesi. È ora di reagire dando scacco matto alle speculazioni più abbiette. Gli “haters” che sui social hanno sommerso la battagliera ragazza svedese di insulti irripetibili, dovrebbe come minimo andare a nascondersi dalla vergogna. Grazie a lei, ma non solo, si è creato un movimento globale per consegnare alle prossime generazioni un pianeta purificato dai veleni in cui valga la pena di vivere. 

AUSPICIO. “La prima cosa bella della giornata” è il titolo della lodevole iniziativa di Repubblica per iniziare la lettura del giornale aprendosi alla speranza. Uno degli ultimi racconti parla di una bambina senza frontiere di tre anni e che ha – come scrive l’autore del servizio – “più visti sul passaporto di un reporter di guerra”. Non a caso. Ciò deriva dal fatto che i suoi genitori lavorano entrambi per “Medici senza frontiere”, l’organizzazione umanitaria che della guerra – se così si può dire – è la più acerrima nemica, combattendola in tutte le sue manifestazioni e curandone le spaventose ferite ovunque il dovere chiama valicando ogni confine. La piccola è sempre con loro, va in giro con il pupazzo di un panda che nella sua innocente simbologia sembra concedere una tregua “alla stagione del cinismo e dell’insensibilità”. Repubblica – alla quale chiediamo in prestito la citazione – alla fine della narrazione esprime un auspicio sul quale non possiamo che essere completamente d’accordo: se il mondo di domani assomiglierà a quella bimba, “forse non saremo in pericolo”.