Encomi e carriere

Cronaca

di Lorenzo Lorusso

Elogi, encomi semplici e solenni, fanno ormai parte delle scorciatoie poste in essere da talune gerarchie militari per agevolare alcuni dipendenti nell’ambito della loro carriera. Sia gli elogi sia gli encomi semplici – ed a maggior ragione quelli solenni – vengono concessi per iscritto, l’interessato riceve una sorta di pergamena, ovvero di attestato cartaceo, che poi viene registrato agli atti, sul cosiddetto “foglio matricolare” (una sorta di memoria storica che accompagna il dipendente delle Forze di Polizia sin dal primo giorno di arruolamento e per tutta la carriera).

In realtà, questi encomi, nascono con una finalità nobile ben precisa, premiare chi si è distinto in servizio o anche fuori dal servizio, per avere salvato delle vite umane o per aver partecipato ad importanti operazioni di polizia e/o di intelligence, che hanno consentito il sequestro di ingenti quantità di droga, di armi oppure l’arresto di pericolosi latitanti.

Esaminiamo, il più fedelmente e dettagliatamente possibile, il caso emblematico della Guardia di Finanza, di cui persino noti e diffusissimi quotidiani nazionali si sono occupati più volte.

Così scrive il Giornale nel giugno del 2014, nell’ambito di un articolo firmato da Stefano Sansonetti: «Sembra che per i massimi vertici della Fiamme Gialle sia impossibile tenere a bada la fantasia quando si tratta di scegliere le ragioni per le quali assegnare encomi a esponenti del Corpo. E così si accede a una cuccagna di premi per le ragioni più disparate, dall’organizzazione di eventi presso il salone d’onore del Comando generale alla promozione mediatica del calendario storico del corpo, dall’attività lobbistica svolta in parlamento per spuntare norme più favorevoli alle Fiamme Gialle fino ad arrivare all’organizzazione della parata militare in occasione delle cerimonie istituzionali. E le operazioni sul campo di contrasto alla criminalità economica? Quando si tratta di assegnare premi sono praticamente assenti. E questo la dice lunga sulla situazione in cui versa un Corpo già finito nel mirino delle recenti inchieste su appaltopoli e tangentopoli varie, a cominciare da quella sul Mose di Venezia». Sansonetti, nel ripercorrere scrupolosamente questo fenomeno cita un documento di 56 pagine, in possesso del giornalista, nel quale, uno degli ex comandanti generali della Guardia di finanza, nella fattispecie il generale Saverio Capolupo, ha individuato ben 171 suoi dipendenti a cui concedere gli encomi. Ma vediamo chi sono. Nel primo semestre del 2014, quasi tutti questi encomi sono stati concessi dal capo di stato maggiore delle Fiamme Gialle, Luciano Carta. Il colonnello Alessandro Popoli – scrive Sansonetti – ha ricevuto un encomio perché «con esemplare dedizione forniva qualificato apporto personale nell’organizzazione logistica delle complesse e articolate attività connesse all’evento di presentazione e promozione mediatica del calendario storico del Corpo 2014». Con un’espressione praticamente identica sono stati insigniti anche il tenente colonnello Mercurino Mattiace e il tenente colonnello Antonio Michele Rodinò. Complessivamente, per ragioni connesse alla promozione dell’indispensabile calendario sono stati elargiti ben 14 encomi. Ciascuno di essi termina con questa frase standard: «L’esito ottimale dell’iniziativa e l’ampia diffusione mediatica ottenuta riscuotevano il vivissimo apprezzamento delle autorità istituzionali ed il plauso delle superiori gerarchie». Ma il linguaggio enfatico da primo ‘900 ricorre in ogni pratica. Si prenda il tenente colonnello Francalberto Di Rubbo, destinatario di un encomio perché «forniva, nel corso del complesso iter approvativo della legge di Stabilità (finanziaria lacrime e sangue, n.d.a.) 2014, determinante apporto nello svolgimento, nelle competenti sedi istituzionali, di una costante e incisiva azione di sensibilizzazione orientando importanti modifiche a favore della Guardia di Finanza». Stesso riconoscimento anche per il tenente colonnello Giovanni Fontana e per i colleghi Aldo Noceti e Dario Sopranzetti. In tutto – conclude Sansonetti –  i finanzieri-lobbisti hanno incamerato 10 encomi.

Gli italiani hanno pagato, e continuano a farlo, tasse salatissime per acquistare manganelli e scudi alla Guardia di Finanza, per mantenere i costosi appartamenti di servizio dei vari comandanti oppure per l’ennesimo riordino delle carriere del personale ufficiale e sottufficiale del Corpo.

Un altro encomio che ci sembra interessante citare è quello concesso ad un maresciallo aiutante dal suo comandante regionale, si tratta di un “encomio semplice”, ma è sempre significativo di un certo modo di pensare e di scrivere. Ecco le motivazioni dell’encomio: «Ispettore in servizio presso il Gruppo tutela economica di un nucleo di polizia economico-finanziaria (prima era denominato nucleo di polizia tributaria, il Comando generale della GdF ci ha, nel senso buono del termine, “rubato” la dicitura “economio-finanziaria”, che era stata coniata dal Movimento dei Finanzieri Democratici ed inserita nella proposta di smilitarizzazione del Corpo nell’ambito del disegno di legge dell’On. De Benetti, del Gruppo dei Verdi, già agli inizi degli anni Novanta, n.d.a.) evidenziando anche in settori extraprofessionali ed esemplare attaccamento all’istituzione, eseguiva, con entusiasta partecipazione, raffinati pezzi musicali che conferivano assoluto pregio ed originalità alla cerimonia del precetto natalizio organizzata dal Comando provinciale presso la Basilica Santuario di Maria Santissima di Tindari. Il non comune spirito di iniziativa – continua il generale di divisione – ed il generoso impegno consentivano il perfetto svolgimento dell’evento riscuotendo l’unanime vivo apprezzamento da parte delle autorità intervenute, accrescendo l’immagine ed il prestigio del Corpo. – Patti (Messina), dicembre 2017».

Anni fa, in una tenenza del Carso Triestino, c’era un finanziere che era solito riferire, ai suoi superiori gerarchici, vita, morte e miracoli dei suoi colleghi: idee politiche e religiose, chi frequentavano fuori dal servizio, se arrivavano puntuali sul posto di servizio, se avevano la divisa in ordine e se criticavano l’operato delle alte gerarchie. Insomma, detta in parole spicciole, era uno spione, ovvero quello che in gergo militare viene definito un “ruffiano”, “un lecchino”, ovvero colui che trae dei vantaggi personali assecondando in tutto i desideri dei suoi diretti comandanti e andando anche oltre. Orbene, alla prima occasione utile ecco spuntare anche per lui un encomio, la sua partecipazione ad un sequestro di droga non era stata notata da nessuno, forse, in quel momento, sarà stato l’autista che ha condotto sul posto qualche ufficiale ma a sequestro già avvenuto. Ma la benevolenza dei suoi superiori gli ha permesso di beneficiare di quell’encomio, un pezzo di carta che si era appeso nella camera della caserma e che, quando qualche brigadiere gli chiedeva di fare qualche lavoro interno all’epoca contemplato (pulizie, cuciniere, piantone alla caserma, ecc.), rispondeva: «Guardate che io sono quello che ha ricevuto l’encomio, quei lavori non li posso fare».

Fatta la legge trovato l’inganno, recitava un vecchio detto, alla faccia di chi, facendo servizio nella Guardia di Finanza è stato esposto all’amianto, all’uranio, alla formaldeide ed alle intemperie (venti di bora oltre i 150 chilometri orari e temperature di ben oltre 10 gradi sotto lo zero) senza mai ricevere, verbalmente, neppure un grazie. Così come chi ha partecipato ad importanti sequestri di droga e di armi o ha rischiato la vita agendo contro le peggiori associazioni criminali e mafiose. Non ci risulta che il Generale Rapetto (a seguito di una lunga indagine aveva scoperto una evasione di circa 98 miliardi di euro) abbia ricevuto encomi solenni o avanzamenti di carriera; così come non ci risulta che sia stato concesso un encomio al Colonnello Vincenzo Cerceo per avere indagato sui traffici di uranio tra l’ex Unione Sovietica e l’Italia. E’ bastato invece, a qualcuno, far parte del Servizio Informazioni o farsi eleggere al Co.Ce.R. per dare una potente accelerata alla sua carriera: un membro del Co.Ce.R. (che di questa attività ne aveva fatto una sorta di lavoro permanente, percependo oltre allo stipendio una indennità di missione di circa 100 euro al giorno) è transitato in pochi anni dal grado di maresciallo a quello di tenente, mentre un maresciallo del Servizio I si è ritrovato con il grado di maggiore a pochi anni dalla pensione. Si noti bene, i titoli di studio sono rimasti sempre gli stessi di quando queste persone si sono arruolate, nel migliore dei casi possedevano un diploma, ma tanti sono andati in quiescenza con il trattamento pensionistico dei dirigenti pur possedendo, come titolo di studio, la sola licenza media inferiore.  Di questo ne sa qualcosa Cleto Iafrate – sindacalista della Guardia di Finanza che ha analizzato a fondo il problema – che scrive:«Guardia di Finanza, il titolo di studio non vale come un encomio». Iafrate dice: «Impegnati, studia, prenditi un diploma, meglio una laurea, così potrai farti una posizione, ci dicevano i nostri genitori. E noi continuiamo a ripeterlo ai nostri figli. Pare però che a volte le cose vadano diversamente. Ogni anno la Guardia di Finanza seleziona mediante concorsi interni un certo numero di militari da avviare ai corsi di formazione per il passaggio al grado superiore. L’atteggiamento verso la cultura da parte delle amministrazioni militari, che a volte rasenta l’ostilità, è funzionale ad un certo tipo di obbedienza».

Il sindacalista Iafrate rincara la dose spiegando quali sono gli scenari che si vengono a creare con il solo aiutino dell’encomio: «Uno dei concorsi più attesi è quello che consente l’accesso dei luogotenenti (il grado apicale dei sottufficiali) alla categoria degli ufficiali, in quanto permette un doppio salto di carriera (di ruolo e di categoria). I sottufficiali selezionati avranno poi la strada spianata verso l’ambita dirigenza di Stato. Si consideri che con il riordino delle carriere del luglio 2017, il trattamento economico da dirigente è stato riconosciuto, ad anzianità, a tutti gli ufficiali che indossano il grado di Maggiore, indipendentemente dal titolo di studio posseduto».

In un Corpo nel quale conta più l’apparire che l’essere, più la forma della sostanza, ecco che il che il tenente colonnello Andrea Fiasco – scrive sempre Sansonetti a seguito della sua indagine giornalistica – ha ricevuto un riconoscimento per «l’apporto alla concezione, pianificazione, organizzazione e realizzazione del concorso del Corpo alla parata militare tenuta in occasione del 67° anniversario della fondazione della Repubblica e alle altre cerimonie militari in occasione del 239° anniversario della fondazione della Guardia di Finanza». Il capitano Gerardino Severino, dal canto suo, ha incamerato un encomio in quanto «coordinava le attività connesse alla diffusione della storia della Guardia di Finanza e alla testimonianza del suo passato». Riconoscimento per la stessa ragione al maresciallo capo Luigino Marinanza. Il maresciallo capo Francesco Serra, invece, è stato premiato perché «coadiuvava i propri superiori nella pianificazione, realizzazione e risoluzione delle problematiche connesse allo svolgimento di importanti eventi istituzionali tenutisi presso il salone d’onore del Comando generale». Mentre il maresciallo Ernesto D’Auria ha ricevuto un encomio per «i complessi e delicati compiti di staff concernenti l’istruttoria delle trattazioni connesse alla concessione delle licenze di convalescenza (chi scrive ne avrà trattate migliaia di queste pratiche ma non ha mai ricevuto neppure un bravo o una pacca sulla spalla, n.d.a.)». Come si vede, nell’elenco c’è di tutto e di più. Tra l’altro, a quanto filtra, la concessione di questi riconoscimenti sta suscitando il nervosismo di tanti finanzieri che lavorano sul campo, a livello locale. Senza contare che dal punto di visto dello stipendio e delle pensioni le categorie più deboli del Corpo, ovvero i semplici finanzieri e gli appuntati, hanno dovuto subire in questi anni tagli vari e blocchi persino sull’indicizzazione delle modeste pensioni (legge finanziaria voluta dal governo Monti). Da qui la domanda che si pone Sansonetti: «è proprio necessario elargire encomi per motivi che nulla hanno a che vedere con le più meritorie attività della Fiamme Gialle?»