Così parlo Urbano Cairo

Politica & Diritti

”Non le nascondo che ricevo numerose sollecitazioni in tal senso…In tanti che mi chiamano e mi dicono: ma quando ti decidi? E’ venuto il tuo momento. Tocca a te. Devi darti da fare per il paese… Io ascolto tutti, con umiltà, mi fa piacere sapere che qualcuno mi considera il punto di coagulo di un nuovo schieramento centrista. Però, come le ho detto, al momento l’idea non mi sfiora”. Lo dice Urbano Cairo, in una intervista al Foglio. E ora c’è chi parla di ‘Manifesto’ da parte dell’imprenditore in vista di una sua discesa in campo per la formazione di una nuova forza politica di centro.

Al momento l’idea di scendere in campo “non mi sfiora”. Ma “progettavo la scalata a Rcs da dieci anni senza farne mai parola con nessuno, nell’assoluto riserbo. Un giorno l’ho realizzata. I sogni non si svelano in anticipo: si mettono in pratica”, afferma il presidente di Rcs Urbano Cairo in un’intervista al Foglio in cui precisa: “Io non sono e non sarò mai l’erede del Cavaliere. Io sono molto diverso da lui. Per essere ancora più chiaro: non vivo nell’attesa di ricevere una qualche investitura né intendo assumere la guida di partiti già esistenti che hanno attraversato una parabola puntellata di successi e fallimenti. Nella vita non si prende il posto di qualcun altro… Se si vuole compiere il grande passo, si dà vita a una creatura inedita, la s’inventa di sana pianta. Gli innovatori inventano il nuovo, non riciclano il vecchio”.

Insomma, i toni sembrano proprio quelli di una discesa in campo. “Al momento l’idea non mi sfiora”, precisa ammettendo di ricevere “numerose sollecitazioni in tal senso… In tanti mi chiamano e mi dicono: ma quando ti decidi? E’ venuto il tuo momento. Tocca a te. Devi darti da fare per il paese… Io ascolto tutti, con umiltà, mi fa piacere sapere che qualcuno mi considera il punto di coagulo di un nuovo schieramento centrista. Però, come le ho detto, al momento l’idea non mi sfiora”. Cairo spiega di avere “chiaro in testa quello che va fatto. Al momento, però, non sono nelle condizioni di poter assumere ulteriori impegni. Al momento, non saprei immaginarmi in ruoli diversi. Sulle mie spalle grava la responsabilità di cinquemila dipendenti diretti, persone in carne ed ossa con le rispettive famiglie, cui se ne aggiungono altrettanti nell’indotto. Le aziende del gruppo, quando le ho acquistate, perdevano complessivamente tra i 350 e i 400 milioni l’anno, oggi ne guadagnano cento. Io le ho salvate”.

”Sì, ho dato un’occhiata” al bilancio dello Stato “per capire entrate, uscite, come funziona. Mi piace andare in fondo alle cose. Ho scoperto che i soli costi di beni e servizi – non parlo né di dipendenti pubblici né di pensionati – ammontano a oltre 180 miliardi l’anno. Un’enormità. Se riduci un po’, puoi fare una manovra super espansiva, allora sì che metti i soldi nelle tasche degli italiani e gli italiani li spendono. Tagliare la spesa pubblica non è un’impresa folle: è possibile”, dice Cairo. “Io -sottolinea- ho acquistato aziende in rosso, destinate alla catastrofe, e le ho risanate senza licenziare nessuno. Nelle mie aziende non mi occupo soltanto di tagli ma sviluppo anche i ricavi. Così, fuor di metafora, all’Italia non serve l’ennesimo Mr. Spending review, né un ministro incaricato di sforbiciare qua e là. Serve un capo con una strategia e una visione per il futuro”.  “Io – prosegue – ho chiaro in testa quello che va fatto. Al momento, però, non sono nelle condizioni di poter assumere ulteriori impegni. Al momento, non saprei immaginarmi in ruoli diversi. Sulle mie spalle grava la responsabilità di cinquemila dipendenti diretti, persone in carne ed ossa con le rispettive famiglie, cui se ne aggiungono altrettanti nell’indotto. Le aziende del gruppo, quando le ho acquistate, perdevano complessivamente tra i 350 e i 400 milioni l’anno, oggi ne guadagnano cento. Io le ho salvate”.

“Un’agenda economica seria non dovrebbe partire né dai sussidi né da provvedimenti, tipo quota 100, che mirano a mandare prima la gente in pensione. Ché poi, e qui parlo da imprenditore, se vanno via tre dipendenti non è detto che li rimpiazzi tutti e tre. Pure il decreto dignità ci ha complicato la vita togliendo a tante persone la dignità di un impiego. Aumentando i costi dei licenziamenti e obbligando ad assumere a tempo indeterminato, molte aziende si sono trovate, giocoforza, nella condizione di non poter rinnovare i contratti flessibili, il che è del tutto irragionevole, soprattutto in un momento economico come quello attuale. La vita insegna che le cose precarie, spesso, sono le più durature. Capisco che vorremmo tutti un’occupazione ultra garantita ma non attraversiamo una fase di boom. Allora io dico: meglio un contratto a tempo che nessun contratto”. Lo dice Urbano Cairo a ‘Il Foglio’. I capisaldi della ‘Caironomics’? ”In primo luogo, vanno incentivati gli investimenti prevedendo un piano di robuste agevolazioni fiscali per le imprese che puntano sui beni produttivi. Va facilitato l’accesso al credito perché molte aziende affrontano problemi di liquidità anche di breve periodo e vanno sostenute, non penalizzate. Terzo punto: un cuneo fiscale esorbitante ci penalizza rispetto ai nostri competitor. Se io pago un dipendente 70mila euro l’anno, per quale ragione lui deve intascarne soltanto 30mila? E poi serve una seria riforma fiscale che allenti il peso sulle famiglie del ceto medio. Quinto e ultimo punto: la giustizia, in particolare quella civile. L’incertezza dei tempi per far valere un contratto disincentiva gli investitori”.

La brava Annalisa Chirico ha esercitato il gusto sadico di mostrare agli italiani la pagina finale del lungo, appassionante libro della transizione: ebbene sì, sono stato il primo a dirlo e lo confermo, verrà il momento di Cairo. E una legislatura di riforme paradossalmente ne potrebbe essere la principale condizione. In ogni caso il sistema politico si resetterà su nuove leadership e quella di Salvini era troppo debole per resistere alla complessità del sistema italiano. Si è infranta alla prima vera prova”. Così Gianfranco Rotondi, vice presidente dei deputati Fi e presidente della Fondazione Dc.