10 annifa moriva la mia amica Fernanda Pivano

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Una scrittrice una amica pavesiana (foto )

Pierfranco Bruni

Una scrittrice. Un archivio di letteratura. Amicizie. Da Pavese ai nostri incontri attraverso il canto di De Andrè. Romanzi nelle sue parole. Non è possibile dimenticarla.
Dalla letteratura americana ai processi letterari che hanno segnato la nostra contemporaneità. Da allieva diCesare Pavese ad intima amica di Fabrizio De André e Dori Gezzi. Fernanda Pivano (era nata il 18 luglio del 1917, siamo al decennale della morte avvenuta il 18 agosto 2009) importante personalità della cultura italiana,  ha ben saputo leggere e interpretare la letteratura italiana e americana attraverso la traduzione di autori e testi che hanno caratterizzato i processi di incontro tra la poesia americana e quella italiana.

Significativo resta l’insegnamento (e il legame) di Cesare Pavese come anche la sua conoscenza e amicizia con un poeta scomparsa dieci anni fa, ovvero Fabrizio De André. Una indagatrice che ha saputo offrire un dibattito all’interno delle geografie poetiche che hanno caratterizzato il nostro tempo. I suoi studi e le traduzioni relative a Jack Kerouac sono un riferimento centrale di quella letteratura che ha siglato i “miti dell’America” attraverso la beat generation. Avevo avuto modo di conoscere Fernanda proprio in occasione di un incontro dedicato a Fabrizio De André.

Ma Fernanda Pivano va ricordata anche per le sue straordinarie prove narrative tra le quali si sottolinea un romanzo dal titolo ‘La mia Casbah’ che presenta una forte liricità e un attraversamento di codici esistenziali. Un romanzo aperto al diario nella sottolineatura del canto e controcanto.

Fernanda Pivano fu una dei primi studiosi a definire De André un vero poeta del nostro tempo. A lei si devono quelle chiarificazioni tra testo musicale e percorso linguistico ben enucleato in un libro dal titolo: ‘I miei amici cantautori’.

Una studiosa dei fenomeni musicali, degli anni Cinquanta tanto che proprio nel testo appena citato ebbe a scrivere: “Gli anni Cinquanta erano stati per la musica più creativi, innovatori e tecnologiche impegnati di quando sia mai accaduto nella storia: erano nati un po’ come conclusione –e insieme reazione- del movimento futurista e un po’ come sfruttamento dei nuovi mezzi tecnici di riproduzione e registrazione del suono allora disponibili”.

Nel di dentro delle sue ricerche che vanno dalla traduzione dell’Antologia di Spoon River alle opere di Hemingway credo che il suo legame con Cesare Pavese sia stato un momento particolare che ha segnato anche il suo approfondimento letterario. Infatti le lettere di Pavese a Fernanda Pivano sono veri e propri tasselli di una letteratura altra rispetto al contesto della fine degli anni Quaranta. Proprio a cominciare da una lettera datata 22 agosto 1940 si evince il legame umano e letterario che univa Cesare e Fernanda.

Ma Pavese si spingeva anche oltre. Il 20 ottobre sempre del 1940 annotava: “Ma è vero che F. non conosce l’amore? Certamente non ne conosce l’ultima istanza, ma un suo atteggiamento davanti al problema esiste, e con ciò s’intravede qualche lineamento del suddetto segreto”.

Il 13 febbraio del 1943 da Roma Cesare scriveva a Fernanda: “Fernanda, sono molto infelice. Tuttavia L’accarezzo con riserbo…”. Sempre da Roma il 4 giugno del 1943 Cesare annotava: “Donarsi vuol dire non aver tempo di guardare al passato e quindi non compiangersi”.

Alla data del 2 febbraio 1946 c’è una brevissima lettera nella quale si legge: “Il cordone ombelicale è veramente tagliato, la prefazione e ‘ha stile’ – il giudizio non è soltanto mio. Il maestro non ha più niente da fare./Come semplice revisore attende il manoscritto col testo per dare l’ultima occhiata. Poi, buona fortuna nei mari della vita”. Si tratta di una lettera autografa rimasta in possesso di Fernanda Pivano. La prefazione alla quale fa riferimento Pavese è a “Storia di me e dei miei racconti” di Sherwood Anderson. Sono soltanto dei piccoli segni che chiaramente andrebbero approfonditi non soltanto per capire il legame letterario e umano tra la Pivano e Pavese ma anche per capire una temperie penetrando i tessuti di un’epoca qual è stata quella degli anni Quaranta – Cinquanta.

Pavese, dunque, è stato un maestro per la Pivano e proprio partendo dalle lezioni pavesiane ha potuto padroneggiare il rapporto con la canzone. Un rapporto che partiva dalla capacità liriche e dalle intercettazioni linguistiche di poeti e scrittori moderni.

Infatti Fernanda si è confrontata con autori e cantanti come De André, Bob Dylan, come Jim Morrison, come Patti Smith, come Francesco Guccini e molti altri. Partendo dalla parola, dalla poesia, dal linguaggio della liricità è entrata dentro le stanze della musica.

D’altronde il suo vissuto con la letteratura americana e la frequentazione con testi di scrittori d’oltre Oceano hanno permesso di stabilire sempre un dialogo tra le eredità culturali e le contaminazioni che restano vitali nei linguaggi della poesia e della canzone. Restano vitali, comunque, quelle eredità provenienti da Cesare Pavese.

Eredità che hanno matrici in una griglia di simboli che si enucleano nell’analisi dei personaggi effettuata in Ernest Hemingway. Il senso del tempo e il formidabile vissuto del viaggio sono nuclei centrali nella tensione letteraria e umana della Pivano. Un raccordo che è possibile leggere con chiarezza proprio quando Fernanda sottolineava l’importanza della poetica di De André. Su questa poetica abbiamo discusso. Ma il punto di riferimento che ci ha permesso di incontrarci è stato Cesare Pavese. Quel Pavese che è il racconto della poetica del mito.