Carabiniere ucciso: cosa succede alla nostra informazione?

L’omicidio di Mario Cerciello Rega dimostra che stiamo perdendo tutti

Politica & Diritti

Nella notte tra venerdì e sabato scorsi, a Roma, è stato ucciso un carabiniere. La notizia, come ormai accade da tempo, ha scatenato alcuni degli istinti peggiori della nostra società.

Proviamo a ricostruire tutta la vicenda dall’inizio, seppur ancora non siano state accertate diverse dinamiche.

Nella notte tra venerdì e sabato due ragazzi vogliono procurarsi della cocaina. In piazza Mastai, nella popolare zona di Trastevere, incontrano un uomo che indica loro uno spacciatore. Dopo aver acquistato la dose si rendono conto che questa era semplice aspirina. Per rivalersi del raggiro tornano dall’uomo che ha indicato loro lo spacciatore e gli rubano il borsello, dandogli appuntamento nel quartiere Prati per restituirglielo in cambio di 100€, ossia la cifra spesa per l’acquisto della falsa dose di droga. In gergo tecnico la vicenda prende il nome di “cavallo di ritorno”: consiste in una pratica illegale, diffusa in Italia, generalmente consistente in un’estorsione, che prevede il pagamento di un riscatto da parte di chi ha subito un furto, una truffa o altro ingiusto danno, per riottenere ciò che gli è stato rubato. L’uomo al quale è stato sottratto il borsello, ha chiamato i militari intervenuti sul luogo, tra i quali Mario Cerciello Rega. Dopo essersi qualificati come appartenenti all’arma dei Carabinieri, se pur in borghese, è iniziata la colluttazione che ha portato il brigadiere ad essere accoltellato per 8 volte perdendo la vita.

A distanza di poche ore, tuttavia, la vicenda viene ridimensionata e si scopre che, probabilmente, è stato lo stesso pusher a contattare i Carabinieri perché recuperassero il borsello, forse rubato a lui.

Questa la ricostruzione generale della vicenda al netto delle informazioni trapelate finora.

Appena la notizia si è diffusa è iniziata la solita ridda di condanne sommarie sui social. Tra gli esponenti più accaniti ci sono anche diversi esperti dell’informazione, dai quali ci si aspetterebbe un maggior controllo sulla veridicità delle notizie. Nella solita fretta di dover capitalizzare il consenso, a “cadavere ancora caldo”, è stata diffusa la notizia che i responsabili fossero dei nordafricani. A distinguersi in questa corsa ad esibire la propria disumanità ci sono stati Luca Marsella, di Casapound, Giorgia Meloni e il ministro dell’interno Matteo Salvini, rispettivamente leader di Fratelli d’Italia e della Lega.

La tesi di fondo accomunava tutti e tre: pene severissime per i responsabili e condanna ai partiti e ai politici responsabili di questa “invasione”, con PD e Laura Boldrini nel mirino, più di altri.

L’aspetto grave è che il ministro dell’interno, responsabile della nostra sicurezza, abbia evocato i «lavori forzati», pena che non esiste nel nostro ordinamento giuridico.

Quando la vicenda ha iniziato pian piano a chiarirsi, per quanto permangano diverse zone d’ombra, le reazioni dei citati non hanno previsto una marcia indietro. Alla notizia che, probabilmente, i responsabili erano due ragazzi americani, nessuno degli “avvelenatori di pozzi” ha ritenuto di dover chiedere scusa o almeno vergognarsi delle parole spese invano, trincerandosi, invece, dietro un silenzio, neanche più di tanto imbarazzato..

Cosa può insegnarci questa vicenda? Ci mostra, senza dubbio, che stiamo facendo vincere la propaganda. Alzino la mano quanti hanno cercato, tra le prime informazioni, la nazionalità dei colpevoli. Stiamo venendo travolti dalla valanga della post-verità dove, ormai, sembra sia più importante avere conferma delle proprie tesi, piuttosto che cercare la verità oggettiva. In poco tempo si è passati dalla presunta fine delle ideologie alla partigianeria più viscerale, che dilaga con una volgarità e violenza inaudite sui social, ormai quasi una pandemia.

La morte di un servitore dello Stato è passata in secondo piano; estremizzando, potremmo osservare che quasi non è importata a nessuno; era più utile mostrare i muscoli, alimentando l’odio verso il diverso. Tanto per accaparrarsi quei due consensi virtuali in più o meno, Vero e proprio accattonaggio mediatico. E i danni compiuti in poco tempo, grazie alla diffusione capillare che un uso coordinato dei social consente, sono irreversibili. Tanta, troppa, gente comune evocava pene esemplari per i colpevoli, senza la necessaria pazienza, in barba alle garanzie processuali del nostro stato di diritto.

Ma esistono piacevoli eccezioni anche sui social. Voglio citare per intero un tweet di Luca Bizzarri: «Sono figlio di un Carabiniere, un abbraccio immenso a chi soffre. Spero che l’assassino di stanotte sia arrestato, che sia processato in tempi brevi, che gli sia assicurata una difesa, che venga giudicato secondo la legge, che sconti la sua pena in un carcere e non in una topaia

Esempio perfetto di quello che, in presenza di queste tragedie, andrebbe fatto sempre: attendere con fiducia la positiva risoluzione della vicenda evocando un giusto processo e giuste pene, mettendo al primo posto la salvaguardia del genere umano, non la speculazione a fini elettorali alimentando l’odio tramite la diffusione di fake news. E Luca Bizzarri, attore comico e conduttore televisivo, è noto per le parodiesatiriche del duo Luca e Paolo.

Un altro eccezionale modo di porsi in maniera costruttiva lo ha proposto Arianna Ciccone, ideatrice a Perugia del Festival Internazionale di Giornalismo, sul suo profilo Facebook. La fretta di dire qualcosa, di occupare masse critiche, anzi acritiche, solo per tornaconto personale conduce a questa degenerazione. La disgregazione dei normali metodi di informazione ha fatto operare un’inversione ad U appena uscita e confermata la notizia che i fermati erano due americani. Di colpo da “belve” e “lavori forzati”, si è passati ad esprimersi con “diverse ombre sulla vicenda” e “massima severità”. Davvero ci siamo convinti che la colpa sia legata a doppio filo alla provenienza o al colore della pelle anziché alla condotta personale di ciascuno? Davvero sentiamo il bisogno continuo e morboso di colpevoli da esporre a pubblica gogna ed esibirli a forcaioli inetti e frustrati?

Dobbiamo, invece, convincerci che sia possibile approcciarsi all’informazione ed ai fatti con mente lucida e pensiero critico, senza nutrire di odio i nostri istinti peggiori. Basta poco; serve avere la pazienza di aspettare e verificare tutte le notizie, chiedendo, in questo caso di specie, il rispetto delle basilari norme di rispetto della vita umana, pur esigendo, giustamente, che vengano identificati i veri colpevoli, processati ed eventualmente condannati, ma sempre con la tutela garantita loro dalla nostra Costituzione, senza inquinare i social e certa stampa di notizie false e pregiudiziali. Con questa paziente cura della nostra coscienza potremo tornare ad avere la meglio; altrimenti la propaganda cattivista riuscirà a prosciugarci quel po’ di umanità che ci rimane.

Vito Longo