Papa Francesco si sceglie un portavoce amico dei poveri

Cronaca

Matteo Bruni e Papa Francesco durante un recente viaggio del Pontefice

 “Vorrei contribuire a rendere la Sala Stampa sempre più un punto di riferimento per i giornalisti che raccontano il Papa e la Santa Sede al mondo intero”, ha detto il nuovo direttore, Matteo Bruni

Doveva dare la parola a leader religiosi, ma non solo. Anche ad esponenti della società civile: Berenice King, figlia di Martin Luther KingRomano ProdiOlivier Roy Gianni Morandi sono solo alcuni dei personaggi che hanno partecipato mentre circa 4mila persone nonostante la pioggia sono rimaste per ore ad ascoltare gli appelli dal palco. Una cerimonia che è stata preceduta da un momento di preghiera collettivo sparso per la città: angoli diversi per religioni diverse che alla fine sono entrate in piazza insieme.

Sul palco Matteo era al contempo sicuro e umile, senza sbavature né incertezze, testimoniando la sua ottima formazione diplomatica. Membro della Comunità di Sant’Egidio, che è chiamata non a caso l’Onu di Trastevere per l’apporto dato in molte mediazioni a favore della pace, ha collaborato per 10 anni all’organizzazione dei viaggi papali. Sommando queste due esperienze, Bruni ha acquisito una preparazione che pochi altri laici hanno. Stavo per scrivere che “pochi altri laici possono vantare”, ma in effetti il nuovo direttore della Sala Stampa della Santa Sede non ha per nulla l’attitudine a vantarsi né ama essere protagonista. Così, ad esempio, ieri ha lasciato al predecessore, il bravissimo direttore “ad interim” Alessandro Gisotti, il momento dell’annuncio, preferendo non togliergli i riflettori ancora per un giorno.

Papa Francesco lo scorso settembre a Bologna non c’era, ed anche se non si può escludere che abbia seguito quella cerimonia riuscitissima in tv, io credo che la personalissima decisione di chiamare Matteo Bruni alla direzione della Sala Stampa l’abbia maturata invece negli impegnativi suoi viaggi apostolici, apprezzando l’attività silenziosa ed efficace del suo nuovo portavoce, la sua disponibilità ed umiltà, la distanza che ha sempre tenuto dalle strategie dell’immagine mentre, come ha chiarito ieri in un’intervista,  intende offrire il suo apporto a “una comunicazione ufficiale chiara, trasparente degli avvenimenti, che contribuisca alla lettura della complessità del mondo in cui viviamo”.

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HO / VATICAN MEDIA / AFP
Matteo Bruni e Papa Francesco durante un recente viaggio del Pontefice

“Penso – ha spiegato – a una comunicazione che arricchisca la comprensione del contesto in cui gli eventi avvengono. Francesco si racconta già attraverso i suoi gesti, le sue parole, le sue scelte, ma la portata storica di alcuni eventi talvolta si comprende meglio in una prospettiva più larga”. “In questo senso – ha promesso il nuovo direttore – vorrei contribuire a rendere la Sala Stampa sempre più un punto di riferimento per i giornalisti che raccontano il Papa e la Santa Sede al mondo intero”.

Ma soprattutto, Matteo si sente e vuol continuare ad essere “un comunicatore al servizio del Santo Padre e della Santa Sede, che mette a disposizione il suo bagaglio umano e professionale”. “Qui – ha confidato – entrano in gioco tanti fattori: l’esperienza professionale, ma anche quella di padre e marito. Sono accompagnato dal sostegno di mia moglie e dall’affetto di mia figlia. Ma direi anche l’impegno accanto ai poveri delle periferie a Roma e nel mondo, che ho vissuto con la Comunità di Sant’Egidio sin da giovane studente liceale. Oggi mi si chiede un passo in più e, accettando di compierlo, non posso che continuare a lavorare, al servizio del Papa e della Santa Sede, con la mia sensibilità, che resta quella di una Chiesa di tutti, particolarmente dei poveri”.

E proprio l’impegno di Matteo nel volontariato, e l’amicizia che ha stretto con i poveri nelle borgate romane e con i clochard che dormono per strada e ricevono l’aiuto dalla Comunità di Sant’Egidio, devono essere stati altri elementi determinante per la scelta di Papa Francesco, che fin dall’inizio del Pontificato ha detto di volere “una Chiesa povera e per i poveri”.

La canonizzazione di Newman, un “regalo” di Francesco a Papa Benedetto

In realtà, preoccupati come siamo di raccontare la cronaca quotidiana di questo Pontificato, noi vaticanisti certe volte perdiamo di vista le dimensioni reali dei fatti di cui siamo testimoni. È quello che ci è successo con il cambio della guardia alla Sala Stampa ma anche, nelle scorse settimane, quando ci siamo limitati a dire che Papa Francesco ha deciso di proclamare santo il cardinale John Henry Newman, il prossimo 13 ottobre, in piazza San Pietro, durante il Sinodo per l’Amazzonia. In questo caso, quel che abbiamo lasciato nelle nostre penne (e computer) è il fatto che questa canonizzazione rappresenta un grande regalo di Bergoglio al suo predecessore, il Papa Emerito Benedetto XVI, che riconosce nel cappellano dell’Università di Oxford, pastore anglicano convertitosi al cattolicesimo tra non pochi tormenti, un suo grande (se non il principale) riferimento intellettuale.

Un gesto che dunque va molto al di là delle un po’ stucchevoli contrapposizioni tra i due Papi che abitano in Vaticano a pochi metri l’uno dall’altro, che tanta attenzione hanno dai media. E anzi il pensiero di Newman in qualche modo rappresenta un ponte tra i loro apparentemente lontani magisteri. Newman, infatti, come spiegò il cardinale Joseph Ratzinger nel centenario della morte del cardinale inglese in occasione di un Simposio organizzato nel 1990 dal Centro degli Amici di Newman, diretto da membri della Famiglia spirituale l’Opera, “mise nelle nostre mani la chiave per inserire nella teologia un pensiero storico, o piuttosto: egli ci insegnò a pensare storicamente la teologia, e proprio in tal modo a riconoscere l’identità della fede in tutti i mutamenti”. Un presupposto questo che fonda sia la visione di Ratzinger che quella di Bergoglio.

Ratzinger ritiene che la teologia non sia sufficientemente definita quando si afferma che essa comporta una riflessione metodicamente ordinata circa le questioni della religione e del rapporto dell’uomo con Dio: “in tal modo, infatti, si arriva solo alle così dette scienze religiose, anche se esse sono discipline di non trascurabile importanza. Ma se la teologia vuole e dev’essere qualcosa di più e di diverso rispetto a un approccio generico e metodico a delle semplici domande, dobbiamo affermare che suo tratto particolare è dedicarsi a ciò che non abbiamo scoperto da noi stessi e che può essere per noi fondamento della vita perché ci precede e ci sostiene, essendo più grande del nostro stesso pensiero”.

La Rivelazione, dunque, non solo come un fatto di fede ma come oggetto stesso della riflessione scientifica. E Bergoglio, con la sua teologia del popolo, non è affatto lontano da questa lettura.  In effetti, Benedetto XVI, che volle beatificarlo personalmente a Birmingham il 19 settembre 2010 durante il suo viaggio apostolico in Inghilterra, descrisse Newman come un prete che preferiva stare tra la gente, esponente di quella “chiesa in uscita” alla quale è finalizzata la riforma di Francesco. Tanto che nell’omelia della beatificazione ricordò “la visione profondamente umana del ministero sacerdotale nella devota cura per la gente di Birmingham durante gli anni spesi nell’Oratorio da lui fondato, visitando i malati ed i poveri, confortando i derelitti, prendendosi cura di quanti erano in prigione. Non meraviglia – disse Papa Ratzinger – che alla sua morte molte migliaia di persone si posero in fila per le strade del luogo mentre il suo corpo veniva portato alla sepoltura”.

E anche il motto del cardinale Newman, “Cor ad cor loquitur” ovvero “Il cuore parla al cuore” suona molto Bergogliano, richiamando il concetto della chiesa “ospedale da campo” nella quale finora ha militato anche Matteo Bruni, il nuovo portavoce della Santa Sede.