La Sea Watch 3 è lo specchio dei rapporti Italia-Ue

Politica & Diritti

La Sea Watch è ancora ferma a poche miglia di distanza da Lampedusa. La capitana Carola Rackete ha dunque violato il divieto del governo di entrare nelle acque territoriali italiane in seguito al respingimento del ricorso presentato dai migranti alla Corte europea dei diritti dell’uomo.

Gesto eroico o avventato? Il comandante Rackete rischia ora una multa di 50 mila euro, il sequestro della nave e altri capi d’imputazione tra cui il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina che prevede una pena dai 5 ai 15 anni. Molti hanno espresso profonda irritazione per il gesto di sfida aperta al governo italiano tanto che la leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni, in un video sul suo profilo facebook, ha dichiarato: “Contro la volontà del governo italiano, dello Stato italiano, della sovranità italiana, la Sea Watch viola i nostri confini, entra nelle acque territoriali italiane, con l’obiettivo di portare gli immigrati clandestini che ha a bordo sul nostro territorio nazionale. E ora affondiamo la Sea Watch!”.

A prescindere dal fatto in sé, dalla sua incidenza sulla normativa italiana e europea, bisogna riflettere su un punto importante. La “colpa” della Sea Watch 3 è quella di essere una Ong. Le organizzazioni non governative sono da tempo al centro delle polemiche a causa delle accuse di favorire e lucrare sulla tratta di esseri umani in accordo con la criminalità organizzata locale. Di fatto, esseri umani, scappati da contesti difficili e pericolosi per la loro incolumità, sono utilizzati come strumento di propaganda politica dalla parte politica più intransigente del governo italiano. Le Ong sono diventate il capro espiatorio di una retorica politica chiusa e nazionalista che non riesce a fare i conti con la realtà: gli sbarchi continuano, nonostante tutto. La questione è stata presentata come gravissima: i 43 migranti a bordo della nave sembrano rappresentare un pericolo nazionale per i 60 milioni di italiani che abitano sul territorio. Sembrerebbe dunque che la politica dei porti chiusi stia funzionando, che il pugno di ferro abbia dato i propri frutti. Peccato, appunto, che gli sbarchi non siano mai finiti, così come rivela Totò Martello, sindaco di Lampedusa: “Ci sono due tipi di sbarchi: gli sbarchi fantasma di cui nessuno parola, poi arrivano le Ong e si scatena il finimondo, si accendono i riflettori e tutti parlano di 43 persone non vedendo che nei giorni scorsi sono sbarcate 200 persone”.

Dunque, qual è il senso di impedire a 43 migranti di sbarcare sulle coste italiane? Quello di far vedere la propria forza all’Unione Europea e metterla di fronte al suo cinismo nei confronti del problema migratorio che interessa il nostro paese? Oppure quello di dimostrare la virtuosità del proprio operato all’elettorato, fedele dunque alle promesse elettorali? Nonostante questi interrogativi continua la miopia dei governanti nei confronti delle sofferenze di individui costretti a fuggire da contesti in cui la guerra rappresenta ormai la quotidianità e non più l’eccezionalità, mettendo sempre al primo posto le relazioni (di forza) internazionali rispetto al salvataggio di vite umane.

Di Sara Carullo