Palamara, Lotti, Ferri e il  grave vulnus al sistema giudiziario

Diritti & Lavoro

La turbativa messa in atto da alcuni personaggi del mondo giudiziario e politico rischia di travolgere il sistema giudiziario italiano con gravi conseguenze sull’architrave costituzionale che si regge sul principio della divisione dei poteri. E offre il fianco alla Destra per riproporre riforme che sembravano abbandonate, riportando nel dibattito pubblico le teorie della P2 di Licio Gelli. Tutti sappiamo che il nostro sistema costituzionale si basa sul principio della separazione dei poteri, per il quale il potere di porre le norme di legge è attribuito a un apposito organo che è il Parlamento, mentre la determinazione delle direttive della politica statale (l’iniziativa, l’impulso e il coordinamento necessari per la vita dello Stato) e l’alta direzione dell’attività amministrativa sono affidate agli organi di governo. Alla magistratura, ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere, il compito di assicurare l’osservanza delle leggi mediante il processo. A questo punto è utile ricordare che, verso la metà del secolo XVIII, fu il Montesquieu ad elaborare la dottrina politica alla quale si fa risalire il principio della separazione dei poteri (Esprit des Lois), principio diventato in seguito il fondamento delle costituzioni degli Stati democratici.  In virtù di questo principio si volle evitare che la stessa persona o lo stesso organo che fa le leggi non sia poi quello che le esegue, nell’intento di garantire che l’applicazione della legge non sia viziata da contingenze storiche o, peggio, da avventate iniziative politiche. E, anzi, con l’indipendenza e l’autonomia del giudice si vuole garantire l’applicazione imparziale e trasparente della legge. Non sfugge, infatti, il rischio che, ove non fosse rispettato il principio della separazione dei poteri, il destino dei cittadini sarebbe affidato all’arbitrio del potere politico. A tal proposito è sufficiente considerare che, se chi fa le leggi fosse la stessa persona o lo stesso organo che le applica e che giudica, verrebbe compromessa l’imparzialità e la trasparenza garantita, invece, da una Costituzione che si fonda sul principio della separazione dei poteri. A garanzia del principio la Costituzione statuisce: a) i giudici sono soggetti soltanto alla legge (art. 101); b) le nomine dei magistrati hanno luogo per concorso (art. 106); c) i magistrati sono inamovibili (art. 107); d) i magistrati non possono essere dispensati o sospesi dal servizio né destinati ad altre sedi o funzioni se non in seguito a decisione del Consiglio Superiore della Magistratura, adottata o per i motivi e con le garanzie di difesa stabilite dall’ordinamento giudiziario o con il loro consenso (art. 107). Conseguenza: la magistratura è un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere. Il CSM (Consiglio Superiore della Magistratura) è stato istituito (art. 104) proprio per garantire le prerogative di autonomia e indipendenza della Magistratura e, in particolare, dei singoli magistrati. L’art. 105 Costituzione attribuisce proprio al CSM la competenza in ordine alle assunzioni, alle assegnazioni e i trasferimenti, alle promozioni e all’adozione dei provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati. Di contro, le Camere godono delle prerogative che consentono ai loro componenti (deputati e senatori) lo svolgimento delle loro funzioni nella piena autonomia e indipendenza. Ai sensi dell’art. 68 Costituzione: 1) i membri del Parlamento non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati nell’esercizio delle loro funzioni; 2) senza autorizzazione della Camera alla quale appartiene, nessun membro del Parlamento può essere sottoposto a perquisizione personale o domiciliare, né può essere arrestato o altrimenti privato della libertà personale, o mantenuto in detenzione, salvo che in esecuzione di una sentenza irrevocabile di condanna, ovvero se sia colto nell’atto di commettere un delitto per il quale è previsto l’arresto obbligatorio in flagranza; 3) analoga autorizzazione è richiesta per sottoporre i membri del Parlamento ad intercettazioni, in qualsiasi forma, di conversazioni o comunicazioni e a sequestro di corrispondenza. Particolari procedure sono poi previste per il Presidente del Consiglio dei ministri e per i ministri, anche se cessati dalla carica, per eventuali reati commessi nell’esercizio delle loro funzioni. Ai sensi dell’art. 7 della legge costituzionale n. 1/1988, presso il Tribunale del capoluogo del distretto di Corte d’appello competente per territorio, è istituito un collegio composto di tre membri effettivi e tre membri supplenti, estratti a sorte tra tutti i magistrati in servizio nei tribunali del distretto che abbiano da almeno cinque anni la qualifica di magistrato di tribunale o qualifica superiore. Come si vede, il nostro ordinamento costituzionale ha approntato particolari guarentigie al fine di evitare invasioni di campo di un potere nei confronti di un altro potere. Le vicende venute alla luce in questi giorni, che vedono coinvolti magistrati e politici, costituiscono un forte pretesto per riformare la magistratura secondo l’antico, e mai abbandonato, disegno della P2. Un certo ceto politico vorrebbe che i magistrati dell’accusa (procuratori e sostituti procuratori) siano sottoposti al controllo della politica, in particolare del Governo. Al contrario, molti cittadini vedono, soprattutto nell’istituto dell’immunità parlamentare, una disciplina che produce gravi ingiustizie. Anche perché difficilmente le Camere concedono l’autorizzazione a procedere. Per cui molti membri del Parlamento l’hanno scampata bella anche per reati che nulla hanno a che vedere con l’attività parlamentare. Ricordo che l’art. 68 Costituzione prevede l’immunità per le opinioni espresse e per i voti dati nell’esercizio delle loro funzioni. Sappiamo che la corruzione dei politici ha prodotto e continua a produrre una voragine nei conti pubblici, tanto che il nostro debito ha superato limiti che credevamo invalicabili impedendo la crescita economica. Il debito pubblico, che è causato dall’evasione fiscale e dalla corruzione, mette in pericolo i nostri risparmi e impedisce alle giovani generazioni di realizzare i loro progetti, cosa possibile solo se si pone rimedio a questo stato di cose. Le opposizioni e, in particolare il PD, potrebbero farsi promotore per la modifica dell’art. 68 proponendo un diverso regime che salvi l’indipedenza e l’autonomia dei poteri costituzionali ma nel contempo consenta di punire gli autori di così gravi reati. Penso alla possibilità di eliminare l’istituto dell’autorizzazione a procedere, statuendo il solo obbligo di informare la Camera di appartenenza dei parlamentari che si sta procedendo nei confronti di un loro membro. La Camera, in tal caso, deve solo accertare che il procedimento si svolga nel rispetto del limite delle opinioni espresse e dei voti dati nell’esercizio della funzione parlamentare. Solo se riscontra lo sconfinamento oltre tale limite, la Camera di appartenenza del membro sottoposto a indagine o a processo potrebbe opporsi, ricorrendo a un organo terzo da istituire con legge costituzionale. A mio avviso, se il PD si facesse promotore di una simile iniziativa, guadagnerebbe in credibilità. Ovviamente, l’attività del partito non può limitarsi a un solo tema. Importanti sono i temi che riguardano il lavoro, l’ambiente, il sistema tributario e il grave problema dell’immigrazione che può essere affrontato solo in seno agli organi europei. Raffaele Vairo