Tramutola feudo del barone Abate di Cava

Cronaca

di Vincenzo Petrocelli
foto arch A. Noviello

Brigantaggio

I contemporanei dell’epoca dell’Unità d’Italia e, dopo di loro, intere generazioni di storici, si sono divisi quando si è trattato di definire il brigantaggio, fenomeno che coinvolgeva elementi di sinistra come di destra e la cui composizione andava dai clericali reazionari ai criminali e ai contadini ognuno dei quali con obiettivi e ambizioni proprie.

Il brigantaggio aveva profonde e complesse radici nella società rurale del Mezzogiorno continentale, che risalivano fino alla prima età moderna e il fenomeno aveva già avuto una grande ripresa all’epoca della rivoluzione francese e delle guerre napoleoniche. I briganti erano un sintomo dei problemi della società rurale meridionale e dell’incapacità delle istituzioni liberali di porvi radici. Dopo i primi mesi della proclamazione dell’Unità d’Italia, la guerra dei briganti sembrava diventata di protesta dei diseredati più che un atto controrivoluzionario. Ma il problema reale era che, una volta scatenatesi, queste forme di violenza esercitata dalle bande, si rivelarono estremamente difficili da controllare e da sconfiggere. Il brigantaggio fu alimentato dagli stenti e dalla disperazione, dal sostegno accordatogli da contadini in miseria che avevano ben poco da perdere nella lotta, niente da guadagnare nel consegnarsi alle autorità. Esso fu anche un riflesso delle traumatiche circostanze dell’unificazione italiana, molti di coloro che organizzarono le bande erano ex soldati o uomini provenienti dalla milizia, giovani di umili condizioni che erano stati reclutati nell’esercito e nelle forze di polizia borbonici e vi avevano prestato un meritevole servizio e che ora consideravano la fine della monarchia borbonica una “catastrofe”. Di fronte alla prospettiva della fine delle loro carriere, dopo il 1860, fu facile per loro scivolare in una vita criminosa e mobilitare le loro energie e con esse i contadini, contro il nuovo governo, lottando a favore del re Francesco II e della chiesa.

La capitolazione di Gaeta e il conseguente esilio del Borbone, generò una reazione politica, ridestando nei municipi le antiche gare sopite. Così, nell’anno 1861, in Tramutola era presente un Comitato Borbonico che si riuniva presso il Convento dei Cappuccini. Dal Governo della Provincia di Basilicata a firma del Segretario Generale, Giacomo Racioppi, viene inviata una Riservatissima(1) al sindaco di Tramutola il 13 aprile 1861, di cui si riporta il contenuto integrale:

Signore, Essendo stato assicurato che da più giorni gli individui al margine notati, di cotesto Comune, vanno a riunirsi in cotesto Monistero dei cappuccini, per concertarsi delle reazioni, io la interesso ad eseguire nei domicili dei medesimi accurate perquisizioni, ammonirli severamente, ed a tenerli sorvegliati.

Arresterà Ella poi tutti coloro che spargono voci allarmanti.

Nominativi a margine della lettera notati.

Pietro De Sanctis, ex cancelliere,
Francescantonio Collutiis, ex capo urbano,
Tutti i monaci del convento dei Cappuccini,

Michele Pierri, supplente giudiziario,
Francesco Saverio Pecci, fu Pasquale,
Pietro di Chiara, ramaro.

Da un documento del Comandante del Distaccamento Militare di Marsico del 25 marzo 1862, siamo informati che già dal sette dicembre 1861 il Convento di Tramutola era tenuto sotto controllo per connivenza con il brigantaggio.

Raccolto le prove, il Luogotenente dell’Esercito Luè, informato il Comando Militare di Potenza e con parere favorevole del Prefetto di Potenza, il 27 marzo 1862, procedette all’arresto dei monaci del Convento di Tramutola. Tutti gli arrestati furono tradotti a Potenza e rinchiusi nelle carceri principali e successivamente consegnati alla competente autorità giudiziaria con l’accusa che il Convento fosse ricettacolo dei briganti e residenza di un comitato Borbonico(2).

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Il sequestro Falvella

I documenti riguardanti il sequestro Falvella di Tramutola, da me consultati, sono conservati in archivio di Stato di Potenza nel settore Pubblica Sicurezza busta N° 13, nel settore Processi di Valore Storico in archivio di Stato di Potenza busta N° 327 e 328 ed in Archivio Storico Stato Maggiore dell’Esercito Roma (ASSME settore G11 busta N° 32).

Il giorno 24 agosto 1862, il sindaco di Tramutola Domenico Guarini, scrive al Prefetto di Potenza informandolo dell’accaduto. Dice che il giorno precedente, 23 agosto verso le ore 18,00, recandosi a passeggio fuori dell’abitato del paese, (passeggiata che anche nei giorni nostri i tramutolesi fanno dalle Cesine al Convento), nelle vicinanze della vigna, contigua al fabbricato del Convento dei Cappuccini, del signor Giuseppe Falvella, fu sorpreso dalle grida della famiglia Falvella. Incuriosito nel conoscere il motivo, si soffermò un bel poco nei presi del Ponte dei Sospiri (ponte del Convento), quando una persona proveniente dall’interno della vigna, tutta ansante lo avvertiva a fuggire perché i briganti avevano catturato il figlio del Falvella, ragazzo dodicenne e che due dei briganti stavano appostati all’ingresso della vigna a pochi passi dalla strada. Il sindaco approfittando dell’avviso ricevuto, fuggì verso il paese per poi spedire la forza dei militi sulle tracce dei malfattori. Nel fuggire venne sopraggiunto dal Falvella che atterrito, implorando aiuto per il figlio, riferiva al sindaco che la comitiva dei briganti, da cui era stato aggredito nella vigna, era composta di sei persone. I briganti senza curarsi di lui, della moglie e degli altri figli che, in quel luogo si trovavano, preferirono portarsi con loro il ragazzo. Immediatamente dal paese fu spedito un buon numero di uomini armati, i quali anche se sollecitamente si mettevano sulle tracce dei malandrini, non potettero raggiungerli, a causa della notte, ormai inoltrata. Contemporaneamente furono avvisati i carabinieri di Marsiconuovo ed il capitano Pomarici della Guardia Nazionale Mobile proveniente da Anzi e dimorante a Marsicovetere, perché sulle tracce degli avanzi della comitiva Parisi(3).

Il giorno 25 agosto nelle provincie napoletane é proclamato lo stato d’assedio (cfr. I Corletani di Vincenzo Petrocelli) ed i poteri politici e militari sono accentrati nelle mani dell’autorità militare e quindi anche la Guardia Nazionale era agli ordini militari e non più alle dipendenze del Prefetto. La precisazione é necessaria per gli sviluppi e le azioni successive che sono legate a questa norma.

Il giorno ventotto agosto il sindaco Guarini, rientrando da Potenza dove era stato a colloquio col Prefetto, per informarlo di persona sull’andamento delle ricerche del sequestrato Falvella, é raggiunto dalla notizia che l’infelice ragazzo catturato era ancora in potere dei briganti, i quali dopo aver incassato la somma di duemila ducati, avevano protestato di non lasciare il ragazzo fino a che, la somma del riscatto, non fosse stata accresciuta fino a ducati diecimila. Intanto, il sindaco Guarini, non avendo cessato né desistito nell’appurare il covo dei briganti, aveva buone ragioni di convincimento nel credere che la comitiva, in buona parte, era composta da gregari, paesani di Padula e Montesano Sulla Marcellana, i quali era detto dalla voce pubblica: escono di giorno e rientrano la sera per non dare sospetto. Tutto ciò gli era stato riferito da persone che avevano messo in essere atti per salvare il ragazzo e pertanto sollecitava il Prefetto di avvertire il Sotto Prefetto di Sala, di fare tutto il possibile per individuare chi fossero tali individui che con molta probabilità avevano avuto parte attiva in tale atto, il sequestro del ragazzo Falvella. Il Prefetto di Potenza il giorno primo settembre informa il Sotto Prefetto di Sala, circa notizie su persone di Padula e Montesano, implicate nel rapimento del Falvella. Intanto il sindaco Guarini, valutando la situazione anche per il futuro, si preoccupa della sicurezza del paese per l’avvenire e chiede la presenza in Tramutola di un distaccamento militare che dopo il primo avvenimento, il sequestro Falvella, poteva essere preso di mira dai malandrini per altre grassazioni. Così il colonnello Bonvicini, comandante lo stato d’assedio di Basilicata, dispone l’invio da Lagonegro, di una piccola colonna militare a Tramutola.

Il tre settembre il capitano cavaliere Pomarici, rientrando dal bosco dell’Aquila, tenimento di Saponara e Tramutola, all’inseguimento della banda Cavalcante, dopo l’invasione di Castelsaraceno (cfr. I Corletani di Vincenzo Petrocelli) che era passata nel bosco di Viggiano, comune nel quale si stava dirigendo il capitano Pomarici per presidiare ai festeggiamenti della Madonna del Sacro Monte, essendo stata richiesta la sua presenza, dal sindaco di quel luogo. Inoltre, informava che in merito ai quattro avanzi della banda Parisi, nonostante le sue perlustrazioni ed agguati notturni, gli erano sempre sfuggiti per esser solo un piccolo gruppo che si annidava in quei boschi. In questa lettera abbiamo anche un cenno al sequestro Falvella, quando asserisce: spero fra giorni assicurare alla giustizia gli autori del ricatto Falvella. Il sette settembre il sindaco di Tramutola informa il Prefetto di Potenza che la truppa militare che doveva arrivare, nel paese del sequestro, non era mai arrivata da Lagonegro e l’unica nota positiva era rappresentata dalla presenza della Guardia Nazionale Mobile al comando del cavaliere Pomarici. Nonostante le premure del sindaco e quelle della famiglia del sequestrato, nessuno aveva idea dove fossero nascosti i briganti che tenevano in ostaggio il figlio del Falvella. Anzi alcune indiscrezione facevano pensare che il covo dei briganti si potesse trovare nei pressi del fiume Calore, luoghi prossimi ai tenimenti del comune di Montesano e Casalnuovo. Si sperava tanto che potessero trapelare notizie onde poter dare la caccia ai malandrini. Le notizie che si attendevano erano anche legate ai messaggeri che mantenevano il contatto con la famiglia Falvella che alla data del dodici settembre, aveva già sborsato la somma di settemila ducati e man mano che il padre del ragazzo pagava le somme richieste dai briganti, questi aumentavano sempre più la pretesa di riscatto per liberare il ragazzo. Infatti dopo il versamento dell’ultima rata i malandrini avevano richiesto la somma di ventimila ducati per lasciare in libertà il ragazzo dodicenne. Finalmente il giorno ventidue settembre durante le prime ore della mattina il figlio dei Falvella rientrò in famiglia accompagnato da Nicola Pierri, contadino di Tramutola, il quale era indicato quale mezzano delle trattative per il riscatto del ragazzo. La somma complessiva sborsata dalla famiglia Falvella, a detta dello zio Michele Falvella, ammontava a ducati novemilacentosessanta, in seguito sarà detto circa diecimila. Il primo pensiero del sindaco di Tramutola, fu quello di raccogliere le dichiarazioni del ragazzo liberato che puntualmente furono inviate al Prefetto di Potenza. Da analisi fatte scaturire dal sindaco, nella comunicazione della liberazione del ragazzo Falvella, possiamo apprendere che il catturato era stato trattenuto in una casa e che secondo tutti i dati forniti dal ragazzo, tale casa era situata in un paese. Inoltre la dichiarazione forniva tutte le notizie adatte a scoprire le tracce del reato. Fra tutti i documenti consultati non ho rinvenuto la dichiarazione del ragazzo resa al sindaco di Tramutola. Sollecitamente oltre a raccogliere le dichiarazioni del ragazzo, il sindaco Guarini, fu veloce a raccogliere elementi che gli potevano permettere di avere cognizione degli attori di tale grassazione. In modo preliminare il Guarini si avvalse della energia del capitano Pomarici, il quale di concerto con la volontà del sindaco si procedette all’arresto di Nicola Pierri, sul quale cadevano gravi sospetti di reità e dal quale si potevano ottenere importanti rivelazioni tali d’avere nelle mani tutta la tela del complotto. Affinché si fosse ottenuto un successo, in tale importante azione, si stimò di condurre l’arrestato Pierri, a Marsiconuovo, dove lontano da qualunque relazione con il proprio paese, il Pomarici fosse stato messo nella possibilità di avere più sincere le confessioni del Pierri. I gravi indizi, che gravavano sul Pierri, nascevano dalla constatazione che questi, per tutto il tempo che era durato il ricatto del ragazzo Falvella, era stato l’unico intermediario tra la famiglia del ragazzo ed i ladri, quindi per allontanarlo dalle influenze locali, poiché si mostrava renitente a qualunque confessione, fu condotto a Marsiconuovo, ma soprattutto perché in quel luogo il cavaliere Pomarici poteva adoperare i suoi soliti mezzi di rigore mediante i quali riuscire ad avere gli elementi necessari per assicurare alla giustizia i componenti della comitiva brigantesca. Infatti, il Pierri sotto le torture del cavaliere Pomarici, svelò i nomi di tre componenti della comitiva che erano di Tramutola, dichiarando che tutti gli altri erano del comune di Buonabitacolo, in provincia di Salerno, dove il ragazzo per molti giorni era stato tenuto sequestrato. Dei componenti la comitiva di Buonabitacolo, ignorava i loro nomi, quantunque fosse stato in grado di riconoscerli, avendo con loro parlato in una casa di Buonabitacolo e che fosse stato in grado di indicare. In merito ai tre ladri indicati dal Pierri, il cavaliere Pomarici si dirigeva da Marsiconuovo a Tramutola per arrestare i tre ladri ed eseguire una rigorosa visita domiciliare nelle loro abitazioni. Nel comunicare le sue mosse al Prefetto, il cavaliere Pomarici si rammaricava di non poter agire similmente in Buonabitacolo senza una sua preventiva disposizione di riconoscimento presso il Sotto Prefetto di Sala, anche per ottenere dalle autorità, di quel circondario, la collaborazione necessaria. Il piano del cavaliere Pomarici era quello di riunire un competente numero di forza nel comune di Padula da dove si sarebbero organizzati per circondare il comune di Buonabitacolo ed assicurare alla giustizia gli altri componenti della comitiva. Come anticipato il Cavaliere Pomarici, dopo aver ottenuto le rivelazione da Nicola Pierri, in merito al sequestro Falvella, da Marsiconuovo si diresse a Tramutola per eseguire l’arresto dei complici ed autori del reato. Ormai tutti i particolari del complotto erano stati svelati dal Pierri, sottoposto alle solite maniere del Pomarici. Gli individui indicati dal Pierri, erano Vincenzo Russo di Pasquale e Antonio Luca alias Spaccone che furono arrestati il giorno ventiquattro settembre 1862, con il concorso della Guardia Nazionale di Tramutola, dal cavaliere Pomarici, come complici del reato. Sospettato per la congiura del sequestro, fu arrestato anche Michele Fiatarone fu Leonardo di Tramutola. Poco discosto dall’abitazione del Luca furono rinvenuti trentanove ducati d’argento che egli teneva nascosto ed avvolti in una rozza salvietta e che furono suggellati per essere consegnati all’autorità giudiziaria. Interrogato, il Luca, dal cavaliere Pomarici, asserì di averli ricevuti, quei ducati, dal complice Luigi Giani, anch’esso di Tramutola, come parte del riscatto della cattura del ragazzo Falvella. Eseguito l’arresto dei tramutolesi implicati nel sequestro Falvella, il cavaliere Pomarici, lo stesso giorno, verso sera, con precisione alle ore sei, partì alla volta di Padula con il Pierri. Questi si era impegnato d’indicargli la casa in cui era stato trattenuto il catturato e di segnalare gli altri autori del sequestro, abitanti in Buonabitacolo. Partì per Padula con il divisamento di incontrarsi con la truppa militare che aveva richiesto alla Sotto Prefettura di Sala per mezzo del Prefetto di Potenza. Giunto a Padula dimorò tutto il giorno venticinque. La notte del ventisei alle ore due di notte, con le rivelazioni ottenute dall’arrestato Nicola Pierri, spediva da Padula un numero di uomini della milizia armati, in Montesano, con la nota delle persone che dovevano essere arrestate. Mentre egli, il cavaliere Pomarici, alla stessa ora partiva alla volta di Buonabitacolo accompagnato dal Luogotenente della Guardia Nazionale di Padula, signor Saltelmo, con cinquanta uomini ed il restante del suo drappello. Giunto in Buonabitacolo lasciata tutta la forza fuori del paese, ormai circondato, il cavaliere Pomarici insieme al signor Saltelmo sorprendeva il corpo di guardia della Milizia di Buonabitacolo, composto di cinque uomini ai quali intimava di indicare le abitazioni degli individui che egli aveva in nota. Chiamato gli uomini che erano rimasti fuori del paese, fece accerchiare le abitazioni dei complici del Pierri che fece arrestare. Erano Elia Bellezza, Pasquale Bellezza e Antonio Bellezza fratelli del fu Gennaro; Nicola Galatro fu Saverio, Angelo Maria Galatro di Nicola e Biase Marchesano di Buonabitacolo, il quale legato com’era riuscì a fuggire dal corpo di guardia dove era tenuto agli arresti e nonostante parecchie fucilate tirategli dietro, riuscì a mettersi in salvo. L’unica resistenza che dovettero fronteggiare fu quella della famiglia Bellezza che allorquando videro accerchiata la propria abitazione, dalla Guardia Nazionale, uno degli abitanti della casa fece fuoco dalla finestra con un fucile prontamente fermato da alcuni militi che nel frattempo erano entrati a forza nella casa. Il cavaliere Pomarici ed il Luogotente Saltelmo, proseguirono l’azione facendo perquisizioni nell’abitazione degli arrestati ed in un angolo della stalla, riposto in un pignatta seppellito sotto il letame, rinvennero un sacchetto con il contenuto di centodue piastre. Perquisito le persone che abitavano la casa, addosso alle donne, rinvennero altre venticinque piastre e nella casa medesima trovarono un “chaco” a pelo della truppa borbonica, di antico modello, diversi pezzi di prosciutto, due caciocavalli ed una felpa nera a righi. Parte di questi oggetti erano quelli che il Falvella aveva indicato di aver mandati ai manigoldi che avevano rapito il figlio. Nell’abitazione di Antonio Gerbasio si rinvenne altra felpa consimile a quella che era presso l’abitazione dei Bellezza. Fatto giorno, arrivò in Buonabitacolo da Tramutola il ragazzo Falvella, come convenuto, per la più esatta indicazione della casa in cui era stato trattenuto durante il sequestro e per meglio chiarire le località e le persone relative al fatto della sua cattura. Accompagnato dal padre ed insieme alla milizia gli fu mostrato il paese per fargli riconoscere, se fosse stato possibile, il luogo nel quale era stato trattenuto prigioniero e dopo alcuni movimenti, il ragazzo si fermò presso un’abitazione che poi venne scoperto fosse di proprietà del capitano della Guardia Nazionale di Buonabitacolo, dove entrato riconobbe la stanza in cui l’avevano tenuto prigioniero durante il tempo della sua prigionia. Quindi, senza dare sospetto al capitano Salomone, insieme procedettero verso la direzione della piazza del paese e strada facendo il volto del capitano sconvolto e fermatosi in stretto colloquio con il segretario comunale, il capitano Pomarici ebbe a convincersi che il ragazzo non si era sbagliato e fu allora che manifestò la sua convinzione al Salomone il quale invitò il capitano Pomarici di recarsi dal sindaco. Non avendo alcuna difficoltà ad assecondarlo, il Pomarici nella speranza di ottenere altre rivelazioni, si recarono dal sindaco il quale nella propria abitazione, chiuso in una stanza, era a colloquio con il segretario comunale che li aveva preceduti per altra via e, quando si avvidero della presenza della milizia, rimasero entrambi spauriti. Il segretario comunale fu sollecito uscire dalla stanza dove era a colloquio con il sindaco che prontamente chiuse la porta e fu sollecito sbarrare tutte le imposte e finestre. Tale circostanza fece impensierire il cavaliere Pomarici, il quale fu indotto nel sospetto che avessero voluto attentare alla sua vita nell’assistere ad un dialogo fra i due con un parlare smozzicato ed ad un discorrere tra loro sommesso e con uno sguardo che in quel momento ispiravano altro che fiducia. Il sentimento della propria incolumità consigliò al cavaliere Pomarici di abbandonare l’abitazione del sindaco e chiamare gli uomini della sua squadra per fare arrestare il capitano della Guardia Nazionale di Buonabitacolo, Alessandro Salomone, il segretario comunale di Buonabitacolo Vincenzo Garone ed il sindaco di Buonabitacolo Giuseppe Brandaleone, anche perché precedenti indagini eseguite dal Pomarici, chiamavano in causa anche costoro quali componenti del reato, circostanza confermata dalle deposizioni degli arrestati tramutolesi. Tutti i detenuti di Buonabitacolo, il giorno ventisei settembre vennero tradotti in Tramutola ad eccezione del sindaco e del segretario comunale che il Pomarici fece scortare in Sala Consilina, innanzi al Sotto Prefetto. In Montesano gli uomini che il Pomarici aveva inviati per eseguire altri arresti, anche in quel paese, furono posto agli arresti Filippo Fittipaldi ed i suoi figli Giuseppe, Francesco, Pasquale, Luigi e Michele e Nicola Troilo anch’egli di Montesano ed anche questi furono tradotti in Tramutola. L’operazione eseguita dal cavaliere Pomarici in Buonabitacolo e Montesano, faceva dire ai tramutolesi che era pienamente coronata da gran successo per l’energia, attività e solerzia manifestata dal Pomarici e dato anche l’elevato numero di persone arrestate per coinvolgimento nel sequestro del ragazzo Falvella. Al Pomarici si doveva tutta la gloria di aver assicurato alla giustizia in solo due giorni, pressoché tutti i componenti di una masnada che avrebbe potuto mettere in seria apprensione tutta la Valle dell’Agri e la Valle di Diano. Tutta Tramutola elogiò al cielo la sua predisposizione e la sua furbizia e destrezza, in questa operazione, non esclusa la sua particolare “attitudine” capace ad ottenere un così istantaneo e completo risultato. Riuniti gli arrestati di Buonabitacolo, Montesano e Tramutola il cavaliere Pomarici li trasferiva, il giorno ventotto settembre, a Marsiconuovo e dal quel luogo poi sarebbero stati condotti a Potenza per consegnarli al colonnello Bonvicini, comandante lo stato d’assedio di Basilicata. Questo era il senso degli ordini del Prefetto di Potenza trasmessi al sindaco di Tramutola, in data ventisei settembre, affinché tutti gli arrestati del caso, sequestro Falvella, fossero passati alle dipendenza del comandante lo stato d’assedio di Basilicata, con un dettagliato rapporto. Perché ciò si avveri, trascorreranno alcuni giorni, a causa di un agguato teso alla persona del cavaliere Pomarici dai briganti di Marsicovetere.

Agguato Pomarici

Il Prefetto di Potenza, informato dal sindaco di Tramutola che gli arrestati del sequestro Falvella erano stati trasferiti alla responsabilità del comandante lo stato d’assedio di Basilicata, accompagnati dal cavaliere Pomarici, rimase in attesa di comunicazioni che lo rendessero partecipe del trasferimento, quando apprese dalla voce pubblica che il Pomarici era stato aggredito dai briganti. Così, il giorno primo ottobre, scrive al capitano Pomarici una lettera con la quale manifestava al cavaliere il suo dolore per l’aggressione subita e per le ferite riportate. Il prefetto di Potenza si rammaricava di non aver avuto sue notizie direttamente e lo informava che mentre lo attendeva con gli arrestati, quali complici del riscatto Falvella, era stato informato dalla voce pubblica di una sua aggressione subita dai briganti, avvenuta nei pressi di Abriola e che al momento che gli scriveva si trovava ferito in Anzi, ricoverato insieme ai suoi uomini. Il Prefetto di Potenza era molto contrariato dell’accaduto perché né lui né alcun altro in nome suo, non avevano provveduto ad informarlo, immediatamente, con un corriere e nel contempo non si persuadeva, il Prefetto, come non si fosse fatto accompagnare dall’arma dei carabinieri stanziati in Marsiconuovo, durante gli spostamenti. A corto di notizie, il Prefetto di Potenza, chiedeva di conoscere tutte le circostanze dell’accaduto con l’indicazione del giorno e dell’ora ed in modo particolare lo stato delle sue ferite. Il luogo dove erano stati aggrediti ed essenzialmente se gli arrestati avevano avuto modo di evadere e se si trovavano in Anzi dove avrebbe provveduto a mandare la truppa militare per farli rilevare. Fra le ipotesi si chiedeva se fossero fuggiti e se tutti o soltanto alcuni di cui ne richiedeva i nomi. Se nella fuga si erano rivoltati contro la forza che li accompagnava, ne richiedeva i nomi dei rivoltosi.

Forse, nel mentre il Prefetto di Potenza scriveva al cavaliere Pomarici, il primo ottobre, credendolo ferito in Anzi, suo paese natale, il sindaco di Marsicovetere, Raffaele Tranchitella, il trenta settembre, aveva già scritto al Prefetto di Potenza, circa l’agguato dei briganti contro il capitano cavaliere Pomarici e la lettera gli sarebbe stata consegnata durante la stessa giornata del primo ottobre con i particolari dell’agguato. Con questa lettera del sindaco di Marsicovetere, apprendiamo alcune notizie che ci mettono nella condizione di conoscere meglio il cavaliere Pomarici, il “don Rodrigo” nostrano. Apprendiamo dalla lettera del sindaco di Marsicovetere, del trenta settembre, che:

avantieri, la sera, nello scopo di avere notizie precise circa i crimini e quanto altro di lugubre commette la compagnia dei briganti che sotto Masino Ciuoccolo in questi agri raggirasi si recava qui il cavaliere capitano Pomarici dal limitrofo municipio di Marsiconuovo e ritornando ieri mattina circa le ore tredici non appena giunto nella contrada Querceto, tenimento di Marsicovetere distante dall’abitato circa un miglio che vedesi in vicinanza di pochi passi aggredito dalla compagnia con cinque colpi da fuoco.

La lettera del sindaco di Marsicovetere, al Prefetto di Potenza, in merito all’agguato al capitano della Guardia Nazionale Mobile di Anzi, ci permette di capire meglio il personaggio Pomarici. Questi il giorno ventotto settembre mattina parte da Tramutola per Marsiconuovo per condurre gli arrestati del sequestro Falvella e poi da Marsiconuovo doveva recarsi a Potenza. Giunto a Marsiconuovo, dopo aver provveduto a mettere in custodia gli arrestati, da solo si avventura per Marsicovetere dove giunge verso sera come riferisce il sindaco di Marsicovetere. Si sposta a Marsicovetere da Marsiconuovo per avere notizie circa i crimini della comitiva Masino, considerata gli ultimi avanzi della comitiva Parisi. Lo spostamento del capitano Pomarici da Marsiconuovo a Marsicovetere, con simili motivazioni, non regge. Solo una ragione personale poteva spingere il Pomarici ad abbandonare tutti gli arrestati del sequestro Falvella solo per raccogliere notizie circa la banda Masino. L’agguato fu preparato dalla banda Masino complice la sua donna Maria Rosa, la quale gli aveva teso un tranello invitandolo a raggiungerla a Marsicovetere. L’uomo, Francesco Pomarici, che stava ricevendo in tutta la Valle di Marsico, riconoscimenti per aver ottenuto la morte del capo banda Parisi e per aver sgominato tutta la comitiva del sequestro Falvella, lo avevano spinto a sfidare tutto e tutti e sentiva di poter cogliere la ricompensa dei favori della ragazza Maria Rosa che aveva “visitato” nel carcere di Viggiano per accertare la verginità della ragazza. Maria Rosa, all’insaputa del cavaliere Pomarici era diventata la druda del brigante Masino e la donna chiedeva al suo uomo la vendetta, all’oltraggio, subito dal capitano Pomarici. Trascorsa la notte in Marsicovetere, il mattino successivo il capitano Pomarici decideva di rientrare a Marsiconuovo, giunto in contrada Querceto fu aggredito dalla comitiva Masino. Dall’agguato, il Pomarici, fu vivo per miracolo e persino, essendo da solo, non si perdette d’animo, sostenne con la comitiva che lo aveva aggredito un conflitto per circa mezz’ora e anche colpito da una palla sulla gamba sinistra ed un’altra sul braccio sinistro, retrocedendo fu costretto a rientrare a Marsicovetere. Qui giunto, fece conoscere l’accaduto al sindaco ed alla Guardia Nazionale di Marsicovetere rispondendo alle domande che gli venivano fatte circa il luogo ed agli altri particolari dell’avvenimento. Prontamente furono raccolti sedici uomini armati che accorsero sul luogo indicato dell’incontro con i briganti e qui giunti fu divisa la forza in due azioni con la guida delle notizie che man mano si raccoglievano dagli astanti circa le tracce dei briganti. Iniziò così la perlustrazione per diverse direzioni dalla contrada Querceto verso la contrada Valloni attaccata alla contrada Montagna dove fu rinvenuta la comitiva dei briganti e fra essi fu riconosciuta una donna su di un mulo, mentre erano prossimi ad immettersi nel faggeto della montagna di Marsicovetere, alle falde del Volturino. I militi tentarono di avvicinarsi ai fuggitivi ma i componenti della comitiva si accorsero di tale manovra e quattro di essi si posizionarono dietro i macigni presenti in quella contrada Valloni, dove compatti e facendo fuoco contro la forza al numero di sedici contro quattro, impedirono il loro avvicinamento mentre la donna con altri due uomini si accostò e si immisero nell’orlo del terreno boscoso. I militi riferiranno che considerata la distanza di circa quattro tiri di fucile e la posizione vantaggiosa da parte dei briganti per essere vicinissimo al bosco, ritennero di sommo pericolo tutti i tentativi di avvicinamento e ritennero di far solo consumare i colpi ai briganti come in effetti si fece e così la comitiva, mentre i militi retrocedevano, si introdusse nel bosco, precisamente nella contrada dei tre confini tra Marsicovetere, quello di Marsiconuovo e l’altro di Calvello, dove ogni ricerca sarebbe riuscita infruttuosa e sicuramente fatale per i militi della guardia nazionale di Marsicovetere, uomini in adatti a fronteggiare la comitiva di Masino che aveva aggredito l’uomo del momento della val d’Agri, il cavaliere capitano Pomarici. Questi comunica al Prefetto di Potenza, in merito all’agguato subito quanto segue:

Non deve credere la signoria Sua che l’animo mio siasi avvilito e che mi sia perduto di coraggio, mentre ho fermo proponimento che dopo la mia guarigione con più accanimento vendicherò il mio sangue e gli farò pentire dei perpetrati crimini.

E’ questa una dichiarazione che mette in piena luce l’animo di vendetta che dominava il cuore degli uomini che con la forza imponevano l’Unità d’Italia in Basilicata.

Il ruolo marginale dei militari nel sequestro Falvella

Come si é potuto valutare, il cavaliere Pomarici, si era prodigato con tutta l’energia ed intelligenza possibile, senza aver trascurato alcun mezzo, per non fare rimanere impunito il reato del sequestro ed estorsione con riscatto, del ragazzo Falvella, riuscendo pienamente nel suo intento. L’azione portata a termine in Buonabitacolo, aveva prodotto quindici arresti di cui tredici furono tradotti a Potenza e due furono consegnati al Sotto Prefetto di Sala, il sindaco di Buonabitacolo ed il cancelliere comunale e, due fuggitivi, dalle mani della forza dei militi costituita dalla Guardia Mobile del cavaliere Pomarici, congiuntamente alla Guardia Nazionale di Padula, presente quest’ultima con cinquanta uomini. Infatti, il venticinque settembre, il Sotto Prefetto di Sala, informa il Prefetto di Potenza, della conclusione dell’azione portata a termine dal cavaliere Pomarici. Nel contempo chiedeva se si potevano distribuire, alle Guardie Nazionali che avevano partecipato all’arresto dei quindici correi, le cento ventisette piastre recuperate durante l’azione. Quindi, il Prefetto di Potenza, era stato informato degli arresti in Buonabitacolo, il giorno venticinque settembre 1862 e per rafforzare il convincimento che il Prefetto di Potenza aveva volontariamente scelto di non informare il comando militare di Potenza, comandante lo stato d’assedio della Basilicata, si precisa che il giorno precedente l’intervento in Buonabitacolo, il Sotto Prefetto di Sala, aveva comunicato al Prefetto di Potenza che il comandante militare di Sala Consilina, diceva di non avere forza disponibile da mettere a disposizione, ma che verificandosi urgenza e facendo noto il motivo, avrebbe concorso alla meglio. Di questi due dispacci, il Prefetto di Potenza, non partecipa in alcun modo al comandante lo stato d’assedio di Basilicata, colonnello Bonvicini e, quindi, anche il comandante le truppe di Sala non coopera alle richieste del Sotto Prefetto di Sala, in assenza di un comando superiore dell’esercito. Il capitano Pomarici informa della conclusione degli arresti in Buonabitacolo e Tramutola il ventisette settembre e solamente il giorno trenta comunica al comandante lo stato d’assedio di Basilicata, colonnello Bonvicini, i dettagli degli arresti del sequestro Falvella. Forse, il ritardo con cui il Pomarici comunica la conclusione degli arresti, non é voluto, anzi sono certo che il capitano Pomarici voleva fare una sorpresa al colonnello Bonvicini, per aver condotto una simile azione in poco tempo e facendo affidamento solamente alla sua energia. La lettera che scrive il Pomarici da Marsicovetere, dove giace a letto ferito, sarà consegnata al colonnello Bonvicini qualche giorno dopo. Intanto durante la mattina del trenta settembre, il capitano dei carabinieri di Potenza Davico, incontra il colonnello Bonvicini e gli mostra un rapporto del comandante dei carabinieri di Marsiconuovo, con il quale si riferiva che il capitano della Guardia Mobile cavaliere Pomarici, era riuscito a scoprire i veri autori del ricatto del ragazzo Falvella di Tramutola, avvenuto un mese prima e che per il riscatto la famiglia aveva dovuto sborsare l’ingente somma di ducati novemila. Aveva operato l’arresto di venti correi di cui tredici di Buonabitacolo e cinque di Tramutola nonché il sindaco e segretario comunale di Buonabitacolo(ASSME b 31). Il colonnello Bonvicini appreso queste notizie si reca prontamente dal Prefetto di Potenza per sapere per quale motivo non era stato informato di nulla degli arresti eseguiti per il ricatto Falvella. Ebbe in risposta che anche egli non aveva notizie positive e che durante la giornata del trenta settembre i detenuti dovevano giungere a Potenza e che dal capitano Pomarici avrebbe potuto sapere il tutto, giacché anche lui sapeva pochissimo del fatto. Verso sera il colonnello Bonvicini mandò un ufficiale dal Prefetto per avere notizie del capitano Pomarici e dei detenuti del sequestro Falvella e così il Prefetto consegnò copia del rapporto ricevuto dal cavaliere Pomarici con la data del ventisette settembre nel quale si faceva un dettagliato racconto degli arresti fatti e si citava un telegramma che il Pomarici aveva spedito al Prefetto con il quale dava conto degli arresti eseguiti in Buonabitacolo. Il giorno successivo il colonnello Bonvicini si recò dal Prefetto insieme al capitano dei carabinieri di Potenza facendogli presente che non era stato tenuto informato di quell’affare così importante. Il Prefetto a sua discolpa seppe dire soltanto di non aver fatto nulla giacché ne sapeva poca cosa, al ché il colonnello Bonvicini soggiunse che se il rapporto scritto dal Pomarici, era arrivato con ritardo, il telegramma del venticinque doveva essergli pervenuto ben prima. Il prefetto replicò che non aveva informato il comandante lo stato d’assedio, perché quel comunicato non aveva nessuna importanza. Allora il colonnello Bonvicini dichiarò nettamente che lo riteneva responsabile delle conseguenze di quella trascuranza. Detto questo, il colonnello Bonvicini insieme al capitano dei carabinieri, lasciarono il Prefetto perché nel frattempo era stato informato dalla voce pubblica, che circolava per la città, che il capitano Pomarici era stato aggredito dai briganti nel bosco di Abriola. Così spedì deciso una colonna militare verso quella direzione facendola precedere fino a Vignola da quattro carabinieri a cavallo, per avere prontamente notizie dell’accaduto. Intanto il Prefetto dopo il violento colloquio avuto con il comandante lo stato d’assedio di Basilicata, colonnello Bonvicini, mandò in casa di questi il dispaccio del venticinque settembre dal quale appariva chiaramente che egli fin dal venticinque settembre aveva avuto notizie ufficiale dell’accaduto e che scientemente non ne aveva dato alcuna notizia al colonnello il quale non capiva per quale fine ma concludeva dentro di se certo non pel buono. La colonna spedita verso Abriola, alla ricerca di notizie del capitano Pomarici, rientrò poco dopo che erano giunti in Potenza i detenuti scortati dal distaccamento di Marsiconuovo che aveva lasciato il capitano Pomarici, leggermente ferito a Marsicovetere. Dal comandante la scorta dei detenuti furono rimessi i documenti che il capitano Pomarici aveva spedito al colonnello con la data del trenta settembre, cioè dopo che il colonnello aveva reclamato presso il Prefetto. I detenuti furono inviati alle carceri, tutti e diciotto, con l’ordine che fossero tenuti separati l’uno dall’altro. Il colonnello Bonvicino aveva giudicato che sconsigliatamente si era recato da solo, a Marsicovetere, attraversando i boschi a cavallo, invece per quanto riguardava l’azione compiuta era ritenuta un’azione dove il capitano Pomarici, aveva mostrato molta intelligenza ed energia e che sebbene avesse mancato, non tenendo informato il comando militare, lo raccomandava ai suoi superiori per una ricompensa. Continuando affermava: è doloroso il dover dire che se il Prefetto non avesse per una inconcepibile caparbietà tenuto nascosto all’autorità questo fatto al certo un esempio energico sarebbe stato dato esempio che sarebbe tornato molto salutare. Mi permetto poi di soggiungere che sono dannosi i rimproveri che vengono fatti a questo Prefetto per queste sue continue ostilità contro il potere militare, giacché non servono che a rendere più difficile la posizione dell’ufficiale che qui si trova in contatto con lui portando danni al buon andamento delle cose. Qui ho bisogna armarsi di una pazienza impossibile o conviene traslocare il Prefetto o il sottoscritto mettendovi altre persone più atta a condurre le cose.

Corte di Appello di Potenza Sezione di accusa

La Trattativa

Tra i processi di valore storico conservati nell’Archivio di Stato di Potenza nella busta N° 327 é presente il carteggio relativo agli atti processuali concernenti la causa a carico di:

1) Luigi Giani di Tramutola

2) Antonio Luca di Tramutola

3) Vincenzo Russo di Tramutola

4) Michele Fiatarone di Tramutola

5) Nicola Pierri di Tramutola

6) Giuseppe Brandaleone sindaco di Buonabitacolo

7) Vincenzo Garone segretario municipale di Buonabitacolo

8) Pasquale Bellezza fu Gennaro di Bunabitacolo

9) Antonio Bellezza fu Gennaro di Buonabitacolo

10) Elia Bellezza fu Gennaro di Buonabitacolo

11) Costantino Bellezza fu Gennaro di Buonabitacolo

12) Biase Marchesano fu Giuseppe di Buonabitacolo

13) Nicola Lombardi fu Francesco di Buonabitacolo

14) Alessandro Salomone fu Carmine di Buonabitacolo

15) Filippo Fittipaldi fu Biagio di Montesano

16) Pasquale Fittipaldi di Filippo di Montesano

17) Giuseppe Fittipaldi di Filippo di Montesano

18) Luigi Fittipaldi di Filippo di Montesano

19) Angelo Maria Galatro di Nicola di Buonabitacolo

20) Nicola Galatro fu Saverio di Buonabitacolo

21) Francesco Fittipaldi di Filippo di Montesano

22) Michele Fittipaldi di Filippo di Montesano

23) Nicola Florio di Paolo di Montesano

tutti imputati di estorsione di circa ducati diecimila, a danno di Giuseppe Falvella di Tramutola, avuto luogo nel giorno ventitre agosto 1862, nel tenimento di costui, poco distante da Tramutola, con il sequestro del ragazzo, figlio del Falvella, a nome Giuseppe Vincenzo Filippo. La sezione di accusa della Corte di Appello di Potenza vista la relazione degli atti fatta dal Sotto Procuratore Generale e gli atti processuali e la requisitoria del processo con la quale si chiedeva che la sezione di accusa avesse avocato a se la cognizione della causa:

1) sottopone ad accusa gli individui segnati dal numero uno al numero diciotto per aver commesso il reato di estorsione di danaro e robe nella cifra di ducati circa diecimila in danno di Giuseppe Falvella, per mezzo di minacce di morte contro la vita di suo figlio Giuseppe Vincenzo Filippo, fatto con biglietti ed ambasciate, accompagnato detto crimine da sequestro della persona del figlio suddetto che ha avuto la durata di trentuno giorni e di conseguenza ne ordina la cattura ed il rinvio dinanzi alla Corte di Assise, circolo di Potenza;

2) dichiara poi non farsi luogo a procedimento per gli individui segnati dal numero diciannove al numero ventitre e di conseguenza ne ordina il rilascio.

L’accusa, ritenendo, infatti, che il giorno ventitre agosto 1862, la famiglia Falvella di Tramutola, riunita nel vigneto di loro proprietà, distante dal paese circa cinquecento metri, dove si trattenne tutta l’intera giornata, verso le ore diciotto, uno sconosciuto accompagnato da altre cinque persone, armati di fucile, aggrediva la famiglia Falvella. L’uomo, armato di uno stile ed al fianco una pistola, impose ad ognuno il silenzio e senza altro fare, con stupore dei propri genitori, ghermiva il loro figliuolo a nome di Giuseppe Vincenzo Filippo e seco sulle spalle lo traeva in ignoto luogo. Nel giorno venticinque agosto, verso le ore nove antimeridiane si presentava, all’inconsolabile padre, un tale Nicola Pierri di Tramutola, che gli consegnava un biglietto di riscatto dichiarando di essergli stato consegnato da taluni sconosciuti. Il biglietto era stato scritto in parte dal ragazzo sequestrato e in parte da altre persone e con esso si chiedevano, con minacce in persona del figlio del Falvella, tremila ducati, armi, tele e commestibili. Il tutto doveva essere rimesso per mezzo dello stesso Pierri, il quale rifiutava ogni compagnia. Il Falvella inviava ducati seicento. Più tardi, di ritorno il Pierri, consegnava un secondo biglietto con il quale si chiedeva altra somma e il Falvella nella speranza di ottenere la libertà del figliuolo consegnava, al ladro Pierri, altri mille e sessanta ducati seppure l’incaricato dei ladroni tornava in Tramutola senza il catturato, manifestando che altro danaro si pretendeva oltre a quello consegnato. Così si mandarono dei commestibili, della felpa e della tela, ma invano, poiché altro danaro si chiese e così ci fu lo sborso di altri mille e trecento ducati. Dopo due settimane, il Pierri, si presentava con un terzo biglietto con il quale minacciando che avrebbero sacrificato il fanciullo, così il Falvella con il desìo crescente di ottenere la libertà del figliuolo, spediva altri duemila ducati. Anche questo inoltro di danaro non fu bastevole ad accontentare la bramosia dei ladri, cosicché il diciotto settembre un quarto biglietto si presentava dal solito Pierri, nunzio dei ladroni, scritto dal fanciullo con il quale si chiedevano per la sua liberazione altri quattromila ducati e tale somma venne versata nelle mani del noto Pierri e costui dopo tre giorni restituiva al padre il catturato fanciullo.

La giustizia spiegava tutta la sua energia e veniva a sapere che una consorteria di grassatori esisteva in Tramutola, avendo diramazioni nei municipi di Montesano Sulla Marcellana e Buonabitacolo. Le prime investigazioni delle autorità locali liquidavano che il noto Pierri, di unità a Luigi Giani e Antonio Luca, erano stati gli autori principali del sequestro e del ricatto, cosicché si procedeva alla cattura di costoro ed il Giani ed il Luca confessavano che loro compagni erano stati Vincenzo Russo di Tramutola, intimo della famiglia Falvella, il quale aveva avvisato i ladroni che il danaro inviato era tutto segnato, nonché Michele Fiatarone, nel di cui fondo si erano viste delle persone sospette. Rivelarono pure che essi nel luogo di riunione avevano frequentato la masseria di Filippo, Pasquale, Giuseppe, Luigi Vincenzo, Francesco e Michele padre e figli Fittipaldi con la cooperazione del genero e cognato rispettivo Nicola Florio. Tutti avevano diviso il danaro del riscatto. I Fittipaldi aggiungevano con le loro dichiarazioni che il ragazzo era stato nascosto nella casa di Alessandro Salomone in Buonabitacolo ed avevano avuto parte nel riscatto il sindaco di colà Giuseppe Brandaleone, il segretario municipale Vincenzo Garone. Insieme a questi avevano partecipato al riscatto del sequestro Falvella anche Antonio, Pasquale, Elia e Costantino Bellezza, Biase Marchesano, Nicola Lombardi e Angelo Maria Galatro di Buonabitacolo. Dall’esame dei documenti risultò che per questi ultimi due nessuna circostanza o fatti li faceva ricondurre a responsabilità. Ad eccezione di Costantino Bellezza, Marchesano e Lombardi, tutti gli altri venivano catturati. Dalla ispezione risultò che Luigi Giani fu colui che organizzò il crimine e che dal mese di giugno 1862, si unì in compagnia di Nicola Pierri, Antonio Luca di Tramutola, Pasquale e Luigi Vincenzo Fittipaldi, Antonio, Pasquale, Elia e Costantino Bellezza, Biase Marchesano, Nicola Lombardi ed Alessandro Salomone, capitano di Guardia Nazionale di Buonabitacolo e dopo il sequestro il fanciullo veniva trasportato altrove e durante la notte seguente la trascorreva nei granoni dei Fittipaldi, in contrada Carpineta in tenimento di Montesano. Durante la notte, consecutiva, veniva condotto in Buonabitacolo e rinchiuso in una stanza dell’abitazione del Salomone e guardato da Nicola Lombardi. Il Giani prese la sua parte del riscatto come spia e fu provato di essersi recato a Montesano nella masseria Fittipaldi ed a Buonabitacolo. Le sue strette relazioni con la maggior parte dei ladroni della comitiva, le sue proposte fatte per il rapimento e la sua pessima condotta, erano a esuberanza provati. Per Pierri e Luca era dimostrato che avevano preso parte attiva al crimine; per il primo vi era il fatto che aveva recapitato i biglietti di riscatto e quindi era chiaro che egli faceva parte della comitiva. La moglie di costui confessava di non avere avuto ancora, il marito, la porzione di danaro, dovendosi questo distribuire alla fiera di Padula. I suoi colloqui seguenti il rapimento con Giani e Luca ed infine fu visto appiattato nelle vicinanze e nell’ora del rapimento del fanciullo Falvella. Per il secondo vi fu la sua spontanea confessione e tutti gli altri elementi che convincevano che fosse reo per aver fatto parte della comitiva, di aver spiato la famiglia Falvella, nel giorno del rapimento e aver avvisato il Pierri, con le parole in gergo: il tabacco é venuto ed é buono. Inoltre, fu visto aggirarsi in vicinanza del vigneto Falvella nell’ora del rapimento del fanciullo ed era provato che aveva ricevuto parte del danaro del riscatto. Oltre a tutto ciò, era provato che si era portato nella masseria dei Fittipaldi e in Buonabitacolo, in più di essersi offerto come mediatore, alla famiglia Falvella, per riscattare il ragazzo con l’aiuto di ducati duemila. Per Vincenzo Russo vi erano gli elementi sopra scritti, il suo affaccendarsi, la verifica del danaro segnato ed altri elementi convincevano, gli istruttori, che fosse reo. Per Pasquale e Luigi Fittipaldi vi era la circostanza di aver fatto parte della comitiva facendo proposte ad altre persone per partecipare al fatto, designando come compagni Antonio, Pasquale e Costantino Bellezza. Nella loro masseria tennero il catturato fanciullo, ebbero parte del danaro e consegnarono una parte della somma spettante al Luca. Nel giorno ventisei agosto fecero parola della cattura del piccolo Falvella e così la voce pubblica ritenne, i Fittipaldi, autori di un tale crimine anche perché furono visti nella loro masseria spesse volte dei malfattori essendo stato un luogo di incontri. Per Alessandro Salomone, distinto manutengolo dei ladroni, rese noto che sotto le minacce fu indotto a nascondere nella propria casa il fanciullo Falvella. Egli diresse le mosse dei malandrini, ebbe buona parte del danaro che divise con il sindaco e la sua sciabola fu vista al fianco di un ladro. La sua amicizia con i fratelli Bellezza, Giani, Marchesano e Lombardi, le rivelazioni del catturato fanciullo, la ricognizione ed altri elementi lo facevano ritenere reo del sequestro. Lo stesso é da dirsi sul conto del sindaco Brandaleone e del segretario municipale Vincenzo Garone. Costoro furono chiamati in causa, in merito al riscatto, da Luigi Giani. Invece Antonio, Pasquale, Elia e Costantino Bellezza, furono chiamati in correità, da Pasquale e Luigi Fittipaldi, Nicola Pierri ed Antonio Luca e per conferma si attribuiva di avere rinvenuti nel loro domicilio, centodue piastre, messe in una pignatta e nascoste sotto del letame insieme ad un sciaccò, diversi pezzi di prosciutto, dei caciocavalli e della felpa e danaro che vennero riconosciuti per quelli stessi che si mandarono dal Falvella. Presso la masseria dei Fittipaldi rimase buona parte di danaro di cui qualche centinaio di piastre vennero consegnate al Luca. Per Biase Marchesano, maestro nella scuola del delitto, amico di Salomone e di Bellezza, viene chiamato nel crimine come compagno dai Fittipaldi. Per Nicola Lombardi non vi era alcun dubbio che avesse fatto parte della comitiva e si era reso reo del crimine del sequestro. Egli compose la comitiva per il sequestro e fu a custodia del fanciullo sequestrato. Per gli altri non furono riscontrati elementi sufficienti da ritenerli responsabili del crimine. Venne assodato con l’ispezione dei luoghi, che il fanciullo Falvella, era stato effettivamente custodito durante il periodo del riscatto in casa Salomone e fu assicurato a riprova una sciabola di costui. Presso i Bellezza fu rinvenuto uno sciaccò militare della felpa nera, centodue piastre nascoste sotto il pavimento ed altre venticinque nella gonna della madre dei bellezza. Dei quattro biglietti riscatto due di doppio carattere, ossia parte di alieno carattere, apparteneva a Luigi Vincenzo Fittipaldi. Sia il danaro segnato, la felpa e la sciabola venivano riconosciuti.

Atteso ché per la natura del fatto é necessità un celere corso della giustizia, poiché si trattava di causa importante e per la qual cosa di massima urgenza che la sezione di accusa reclamò a se la cognizione del processo. Atteso ché per Michele Fiatarone, Filippo Fittipaldi fu Biase, Giuseppe e Francesco Fittipaldi di Filippo, Angelo Maria Galatro di Nicola e Nicola Galatro fu Saverio di Buonabitacolo, nonché Michele Fittipaldi di Filippo e Nicola Florio di Paolo di Montesano gli elementi a loro carico accusati nel processo non erano sufficienti da trarli in giudizio fu ordinato il rilascio di costoro. Mentre fu ordinato il rinvio dei sotto segnati quindici individui:

1) Luigi Giani

2) Antonio Luca

3) Vincenzo Russo

4) Nicola Pierri

5) Giuseppe Brandaleone sindaco di Buonabitacolo

6) Vincenzo Garone segretario municipale di Buonabitacolo

7) Alessandro Salomone capitano di guardia nazionale di Buonabitacolo

8) Pasquale Bellezza

9) Antonio Bellezza

10 Elia Bellezza

11) Costantino bellezza

12) Biase Marchesano

13) Nicola Lombardi

14) Pasquale Fittipaldi

15) Luigi Vincenzo Fittipaldi

dinanzi alla Corte di Assise Circolo di Potenza per essere giudicati sull’atto di accusa di estorsione di danaro e roba per mezzo di minacce di morte contro la vita del figlio di Giuseppe Falvella fatta con biglietti ed ambasciate accompagnato da sequestro della persona di Giuseppe Vincenzo Filippo Falvella che ebbe la durata di trentuno giorni.

Nel sequestro Falvella non sono presenti fattori di natura politica e men che meno di lotta politica contro l’oppressore piemontese. Sono presenti atti di comune delinquenza con l’intendo di sfruttare il momento contingente del brigantaggio, per coprire un’azione portata avanti da ladri comuni. Ladri che mettono in atto un sequestro di un ragazzo, al solo scopo di rubare un signorotto, molto in vista e odiato dai più, per essere stato capace di accumulare in poco tempo una ricchezza notevole.

La famiglia Falvella, una delle più ricche di Basilicata del primo ottocento, aveva investito i propri capitali nell’attività della pastorizia e in quella agricola. Inoltre gestiva il mulino di ‘Ncap l’Acqua, già del barone Abate di Cava. E’ una famiglia borghese che, con l’abolizione dei vincoli feudali e con l’andata via da Tramutola del feudatario, meglio sfruttò le condizioni del tempo, arricchendosi in breve tempo. Ingentilitosi, Giuseppe Falvella, sposando la contessa Giulia Filo della Torre, cercò affannosamente di conseguire un titolo nobiliare che ottenne utilizzando una tragedia familiare, con cinismo, quale fu la vicenda del rapimento del figlio da parte di ladroni che si spacciavano per briganti post-unitari(4).

*

Sequestro Giocoli

Da una lettera del 7 maggio 1863, ma deve intendersi 7 giugno 1863 come si capirà, spedita dal Comitato dell’ARMA dei Carabinieri Reali Ufficio dell’Ispettore delle Legioni Meridionali di Napoli, inviata A.S.E. il Generale d’ARMATA Comandante il 6° Dipartimento Militare di Napoli, siamo informati del rapimento di Francesco Giocoli di Tramutola. Ecco il testo integrale della lettera(5):

Nel pomeriggio del 31 u.s. maggio, trenta briganti della banda Masino, sequestravano sulle fini di Marsicovetere (Basilicata), mentre trovavasi ad una propria masseria, tal Giocoli Francesco Luogotenente della Guardia Nazionale di Tramutola e lo conducevano seco loro per ignota direzione.

Del rapimento di Francesco Giocoli, oltre alla lettera di cui sopra, non abbiamo altra documentazione, siamo in possesso solamente di notizie orali, che di seguito si riportano.

Francesco Giocoli si era trasferito da Montemurro, suo paese natale, dopo il terremoto del 16 dicembre 1857, a Tramutola, ove viveva ed aveva costruito una casa di abitazione, che poi sarà Villa De Sanctis.

In precedenza il 5 novembre 1857, il Giocoli, avanzò domanda al sindaco di Tramutola di voler “censire” l’ex Abbazia (casa Fiatarone)(6) che invece sarà assegnata nel “calore” della licitazione ad Antonio Fiatarone il 4 giugno 1857. Giocoli era un giovane intraprendente con molte proprietà in tenimento di Marsicovetere. La sua intraprendenza caratteriale lo aveva portato a scontrarsi con le famiglie emergenti della Val d’Agri e il suo rapimento deve essere considerato e inserito in un contesto di “regolamento di conti”.

Dopo il rapimento, i briganti chiesero ai familiari il riscatto. Sicuramente la famiglia Giocoli assunse un negoziatore per ottenere il rilascio di Francesco. Sicuramente furono organizzati contatti con i briganti e fu pattuito con loro la cifra del riscatto. Molte some di alimenti furono trasportate dalla famiglia Giocoli ai briganti, ma fu tutto inutile. I congiunti di Francesco Giocoli si adoperano, in ogni modo, per il ritorno agli affetti familiari del proprio congiunto, ma tutte le azioni furono vane. Non mi risulta che ci sia stato una denuncia di rapimento, forse i familiari vollero trattare direttamente con i briganti le soluzioni per il rilascio o furono indotti dagli stessi briganti a non avvertire le autorità competenti. I Reali Carabinieri erano venuti a conoscenza del misfatto ed avevano segnalato al Comandante del 6° Dipartimento Militare di Napoli che seguiva tutte le azioni per reprimere il brigantaggio.

Francesco Giocoli non fece mai ritorno a casa e mai si seppe chi furono gli autori del sequestro. Abbiamo notizie che la famiglia Giocoli, cedette alla famiglia De Sanctis, la Villa (Viale Ppe Umberto) e la famiglia Giocoli ebbe in permuta la casa dei De Sanctis (attuale casa Giocoli Via Vittorio Emanuele-Via Roma) e una somma di denaro utilizzata per il riscatto del congiunto.

Le comitive brigantesche erano vere e proprie bande che organizzavano sequestri per garantirsi la sopravvivenza, ma in questo caso il “prezzo” fu pagato e allora come mai non rilasciarono Francesco Giocoli, dopo aver ottenuto il riscatto?

La verità sul sequestro di Francesco Giocoli e sul suo omicidio non fu mai cercata, neppure dopo la sua presunta morte. I briganti non agirono da soli e i “reali mandanti” del suo delitto non furono mai scoperti. Il rapimento Giocoli nasconde trame imperscrutabili che coinvolgono praticamente tutti gli attori in campo sul teatro della Val d’Agri post unitaria.

(1) Documento in Archivio Storico Tramutola

(2) cfr. “I Lupi del Volturino” Brigantaggio in Basilicata e Principato Citra di Vincenzo Petrocelli RCEMULTIMEDIA finito di stampare gennaio 2016.

(3) cfr. “I Lupi del Volturino” Brigantaggio in Basilicata e Principato Citra di Vincenzo Petrocelli RCEMULTIMEDIA finito di stampare gennaio 2016.

(4) cfr. TRAMUTOLA Il Monastero di S. Maria del Carmine RCE edizioni srl finito di stampare novembre 2003

(5) Documento in Archivio Storico Stato Maggiore dell’Esercito (ASSME) di Roma B 53-519 copia presso di me.

(6) cfr. IL PALAZZO ABBAZIALE I Beni Culturali di Tramutola di Vincenzo Petrocelli Tipolitografia Centro Grafico Anzi.