di Celina della Croce 

Ogni anno la gran parte delle risorse naturali prodotte dal Ghana viene rubata. Il paese è tra i più grandi esportatori di oro nel mondo. Tuttavia, secondo uno studio della Banca del Ghana, solamente meno dell’1,7 percento dei proventi totali della sua vendita di oro raggiungono il governo ghanese. Questo significa che il restante 98,3 percento viene gestito da entità esterne, prevalentemente da aziende multinazionali, che fanno la parte del leone nella spartizione dei profitti. In altre parole, dei 5,2 miliardi di dollari di oro prodotti tra il 1990 e il 2002, il governo ha ricevuto solo 87,3 milioni, composti da tasse sui redditi e royalties.

La narrazione dominante propagata da istituzioni come il Fondo Monetario Internazionale (FMI), che controllano le leve della finanza globale, identifica il malgoverno dei funzionari locali come responsabile delle conseguenze di questo saccheggio, citando gli scandali di corruzione come ragione principale della mancanza di risorse. Tuttavia il discorso sul malgoverno, ovvero l’idea che la corruzione dei funzionari locali sia la causa della povertà endemica, del basso livello della sanità, istruzione e altre misure di benessere nazionale, si focalizza solo su ciò che succede su quell’1,7 percento di proventi che lo stato del Ghana riceve dalla vendita di oro. Sarah Bracking fa notare come “l’azienda può sostenere che il valore di mercato del suo prodotto non sia un sinonimo del suo surplus o profitto, dato che il capitale investito, i salari, il deprezzamento dei macchinari e così via rappresentano a loro volta un costo. Tuttavia, i dati mostrano chiaramente che i bassi proventi ricevuti dai proprietari sovrani delle risorse del sottosuolo in proporzione al loro valore finale di mercato – proventi che in Africa, in quella regione, possono essere stimati fra il 3 e il 5 percento – per il Ghana sono comunque bassi (circa l’1,7 percento)”. Dare la colpa ai funzionari per l’uso che fanno dei fondi pubblici può anche essere un argomento vero, ma cosa dobbiamo dire del restante 98,3 percento di proventi generati dall’esportazione di oro dal Ghana?

I singoli individui vengono accusati, le dita vengono rabbiosamente puntate contro i governi corrotti, mentre le nazioni che essi governano vengono derubate a mani basse dalle corporazioni multinazionali. Sono queste stesse corporazioni, che lavorano assieme a istituzioni come l’FMI e la Banca Mondiale, a definire i termini del discorso. Questi creditori internazionali seppelliscono i paesi debitori con tassi di interesse e termini di prestito tali da dare alle istituzioni creditrici il potere di determinare e approvare o disapprovare le politiche nazionali.

I leader nazionali dei paesi che cadono nella trappola del debito vengono costretti a cedere in pegno il diritto di determinare le proprie politiche al fine di poter accedere ai prestiti. Questi stessi leader vengono poi accusati dalle stesse istituzioni creditrici delle conseguenze delle politiche e dei termini stabiliti (questa è una caratteristica chiave del neocolonialismo). Questi leader vengono accusati anche delle conseguenze a lungo termine delle centinaia di anni di colonialismo precedente.

In certi casi è vero che i leader nazionali sono coinvolti in scandali di corruzione. In altri casi la corruzione è inventata, e la narrazione poggia su uno schema ormai profondamente interiorizzato e sulla mancanza di fiducia nella leadership nazionale nel Sud del mondo, seppure questa sia priva di evidenza (si veda il caso recente del Brasile con l’incarcerazione del candidato presidente Lula da Silva).

Anche nei casi in cui la corruzione dei governi locali esiste effettivamente, la quantità di denaro appropriato è impercettibile a confronto con la ricchezza prelevata e portata via dalle corporazioni multinazionali. In altre parole i baroni del furto su larga scala accusano i piccoli borseggiatori delle conseguenze del loro ladrocinio. Secondo la Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo, gli schemi fiscali delle multinazionali causano una perdita stimata in 100 miliardi di dollari ogni anno di perdita di gettito fiscale per i paesi in via di sviluppo. Vijay Prashad della Tricontinental: Institute for Social Research, definisce questo fenomeno “sciopero fiscale”, ovvero l’idea che “quelli che detengono la proprietà, i padroni del capitale, sono essenzialmente in sciopero contro i regimi di tassazione. Usano le loro ampie ricchezze per nascondere i soldi o cambiare il sistema di tasse in modo che gli offrano maggiori protezioni”. Anziché usare i soldi per l’utilità sociale, come investimento in servizi pubblici, infrastrutture, sanità o istruzione, utilizzano i soldi per incrementare la loro ricchezza, spesso “inflazionando i mercati valutari e le bolle speculative”.

Per fare un confronto, durante una lezione magistrale il presidente della Banca Mondiale Jim Yong Kim ha sostenuto che la corruzione sotto forma di tangenti e furti da parte dei funzionari dei governi costava, ogni anno, fra i 20 e i 40 miliardi di dollari ai paesi in via di sviluppo. In altre parole, secondo un calcolo grossolano, il costo dei governi corrotti sarebbe comunque fra il 40 e l’80 percento meno della metà di quello che gli stessi paesi perdono a causa dei paradisi fiscali off-shore.

Il vero potere rimane quindi nelle mani delle multinazionali, le quali non solo riescono a portare via grandi ricchezze che dovrebbero appartenere alle “nazioni scure”, ma continuano anche a esercitare il controllo sulle nazioni del Sud del mondo, laddove usano l’accesso alla finanza come leva per imporre politiche che vanno a beneficio di se stesse, a spese dei popoli che vivono in quei paesi.

Quando i leader locali vengono ritenuti una minaccia troppo grande agli interessi delle multinazionali, vengono rapidamente deposti con colpi di stato, come abbiamo visto ad Haiti (2004) e in Honduras (2009), o con campagne di destabilizzazione, come stiamo vedendo attualmente in Venezuela. Kwame Nkrumah, leader della lotta per l’indipendenza del Ghana e primo presidente del paese, ha parlato di questo processo come neocolonialismo. “L’essenza del neocolonialismo è che lo stato che vi è soggetto è in teoria indipendente e ha tutte le parvenze esteriori della sovranità verso l’estero. In realtà però il suo sistema economico, e quindi la sua politica, è dettata dall’esterno”, ha scritto Nkrumah nel suo libro “Neo-Colonialismo, l’ultima fase dell’imperialismo”. Attraverso organizzazioni come l’FMI e la Banca Mondiale, gli ex-colonialisti si battono per “i loro obiettivi… in modo da imporre il colonialismo nei fatti mentre nelle parole predicano l’indipendenza dei paesi”.

Cinquanta anni dopo che Nkrumah ha scritto “Neo-Colonialismo, l’ultima fase dell’imperialismo” (1965), e 62 anni dopo l’indipendenza del Ghana dalla Gran Bretagna (1957) le considerazioni di Nkrumah restano più vere che mai. Le parole preferite dall’imperialismo sono cambiate, ma la struttura sottostante è rimasta la stessa: un sistema dove l’illusione della libertà maschera i rapporti di potere, e dove il monopolio del capitale, nella forma delle corporazioni multinazionali e delle istituzioni creditrici, esercita il controllo sulla realtà economica e politica dei paesi.

La narrazione dei neocolonialisti di oggi accusa il “malgoverno” di essere l’ostacolo verso un futuro migliore nel quale i cittadini del Ghana potranno beneficiare delle loro grandi risorse minerarie, come fa notare Gyekye Tanoh del Network del Terzo Mondo (Africa), nella sua recente intervista con Tricontinental: Institute for Social Research. Secondo questo racconto la corruzione dei governi locali sarebbe colpevole di tutto. Tuttavia, questa narrazione lascia da parte e non menziona il saccheggio delle risorse naturali e lo sfruttamento del lavoro attuato dai colonizzatori (che nel caso del Ghana è la Gran Bretagna).

Non solo i sistemi di raffinazione dei minerali come oro e petrolio non sono stati sviluppati dai colonizzatori stessi, ma la dipendenza del paese dal capitale estero per acquistare ed elaborare queste risorse ha mantenuto il paese in una posizione simile a quella del suo status coloniale pre-1957, come aveva previsto Nkrumah. Una posizione nella quale le multinazionali, subentrate al posto della Gran Bretagna, detiene la vasta maggioranza dei proventi dell’oro e delle altre risorse prodotte dai ghanesi. Tanoh spiega: “l’intero sistema messo in atto dagli anni ’80 costringe i paesi a dipendere dall’esportazione di materiali grezzi e a diventare dipendenti dagli acquirenti esteri, lasciando così paesi come il Ghana con una porzione minuscola della ricchezza che appartiene alla sua terra. Il buon governo di per sé non può risolvere questo problema, a meno che il buon governo non inizi a rivolgersi alle dinamiche strutturali profonde”.

Puntando il proverbiale dito contro i responsabili della distribuzione dell’1,7 percento di ricchezza generata, e presentandoli come i principali colpevoli della corruzione, della povertà, e del sottosviluppo, non è solo dissennato e irresponsabile. È parte della narrazione sistemica che svia l’attenzione dai veri ladri: le corporazioni multinazionali che si appropriano del restante 98,3 percento della ricchezza. È intellettualmente disonesto ignorare il contesto storico più ampio che ha determinato l’esiguità dei proventi dell’oro ghanese che vengono distribuiti ai cittadini del Ghana. Il vero malgoverno è l’appropriazione del 98,3 percento della ricchezza prodotta dalle risorse naturali che viene incanalata nelle casse delle corporazioni multinazionali anziché venire restituita a beneficio dei ghanesi.

Delle 10 maggiori multinazionali che operano nel continente africano, solo una (Vale, brasiliana), ha sede nel Sud del mondo. Delle restanti nove, tre hanno sede negli Stati Uniti, tre in Canada, due in Australia, una in Gran Bretagna. Sono tutte multinazionali private. In altre parole, l’oro estratto dal suolo del Ghana (così come le ricchezze naturali estratte in tutto il continente africano e nel Sud del mondo) viene immediatamente messo nelle mani delle corporazioni multinazionali, quasi interamente controllate dal Nord del mondo (nel migliore dei casi, dalle élite nazionali), per essere elaborato, raffinato e distribuito. La morte, gli stupri e le malattie prevenibili che affliggono coloro che lavorano nelle miniere o vicino a essere imperversano nell’intera area dove le multinazionali operano (così come mostrato dall’ultimo briefing di Tricontinental: Institute for Social Research).

Sebbene il Ghana abbia conquistato la sua indipendenza nel 1957, le vestigia del colonialismo e del sottosviluppo non sono scomparse. Sotto il dominio colonialista le risorse venivano estratte dalle ex-colonie, come il Ghana, per ingrossare le ricchezze dei colonizzatori. La ricchezza prodotta dall’oro (ancora maggiore grazie al ricorso al lavoro forzato e alla schiavitù) usciva rapidamente dal paese, promuovendo lo sviluppo in Inghilterra e lasciando il Ghana privo di infrastrutture per sviluppare e raffinare a sua volta le proprie risorse, e lasciando i cittadini ghanesi senza accesso ai servizi essenziali.

Accettare la narrazione del malgoverno significa cedere in quella che Fidel Castro aveva chiamato la Battaglia delle Idee. Significa lasciare ai potenti – le corporazioni multinazionali, la rete di istituzioni che proteggono i loro interessi, dall’FMI alle corporazioni no-profit fino ai media mainstream – la definizione dei termini del discorso sullo sviluppo, la sovranità e la vita delle persone che abitano nelle terre ricche di risorse. Significa cedere il controllo delle risorse ghanesi alle corporazioni multinazionali, i veri ladri della maggior parte della ricchezza del paese, sotto il falso pretesto che i ghanesi non siano capaci di gestirsi da soli. Citando Gyekye, “il linguaggio del buon governo… implica che solamente il comportamento aberrante dei pubblici funzionari debba essere visto come corruzione. Eppure, certo, la mancanza di risorse disponibili per le istituzioni pubbliche democratiche rende impossibile creare o sostenere dei meccanismi interni di anti-corruzione”.

È intellettualmente disonesto accusare i leader locali di essere i maggiori colpevoli del malgoverno, lasciando convenientemente le multinazionali fuori dal quadro della situazione. Sono le vestigia del colonialismo, e la sua continuazione nella forma di neocolonialismo, che privano i ghanesi del diritto di elaborare, sviluppare e gestire le loro ricchezze naturali e di essere così i padroni delle proprie politiche. In altre parole, li privano del diritto alla sovranità nazionale. Le corporazioni multinazionali, che hanno preso il posto dell’Impero Britannico del passato, e sono spesso sostenute da un’entusiastica borghesia nazionale, hanno derubato il popolo ghanese della sovranità sulle sue risorse, della sua ricchezza e del suo futuro.