60 anni fa moriva Vincenzo Cardarelli 

Cultura & Società

60 anni fa moriva un maestro della poesia: Vincenzo Cardarelli

Pierfranco Bruni

Il 18 giugno del 1959 moriva A Roma Vincenzo Cardarelli. Era nato  Corneto Tarquinia1º maggio 1887. Un poeta e uno scrittore dentro il novecento. A 60 anni dalla scomparsa.

Ebbe sempre un rapporto particolare con la critica letteraria. “Sono rari quei critici che potrebbero sostenere un colloquio a quattr’occhi con l’autore che hanno giudicato”. È uno dei “moniti” molto forti che ha sempre accompagnato il suo essere poeta e scrittore di una prosa che ha segnato il Novecento. Poeta unico. Il suo Leopardi va oltre l’infinito e si ancora al porto della siepe – radici. Un poeta che ha cercato la bellezza. Vivendola tra la vita e le parole.
In una lettera a Sibilla Aleramo, datata Roma, agosto 1909, Vincenzo Cardarelli scriveva: “… un artista non è soltanto un creatore della Bellezza, ma un suscitatore della Bontà; perché Bontà e Bellezza sono due nomi che esprimono una sola forma di vita superiore”. Si tratta, in un piccolo inciso, già di un manifesto poetico. La poesia come bontà e bellezza. Un modello di estetica che raccorda il sentimento della parola alla voce e al silenzio dell’anima.
Uno dei poeti che ha segnato una linea ben precisa nel contesto del Novecento poetico Italiano, attraverso codici linguistici legati alla tradizione e all’estetica della bella parola (in un costante raccordo con il sentire dell’anima) è stato certamente Vincenzo Cardarelli. Il poeta del lirismo, della malinconia velata, delle nostalgie ancorate ai ricordi che non si dimenticano. Un poeta che ha attraversato i generi del primo Novecento e non si è lasciato condizionare. Anzi egli stesso è stato un attraversamento. Non si è fidato dei generi.
La sua poesia e la sua prosa (“d’arte”) hanno caratterizzato contesti storici e generazioni. In Il viaggiatore insocievoleha scritto: “Nessuno è mai riuscito a farmi un ritratto passibile e somigliante…”.
I suoi testi, il suo costante anticonformismo sono una viva testimonianza. Testimone e protagonista dunque. Ma la sua opera detta, tra l’altro, un viaggio nella realtà della storia e definiscono dei percorsi in cui arte e letteratura fanno i conti con la storia del Novecento. Un poeta dell’anima dentro la storia del Novecento. Si pensi ai suoi primi lavori. I “Prologhi” di Vincenzo Cardarelli portano la data del 1916. Siamo in piena prima guerra mondiale. È l’anno in cui Antonio Salandra si dimette dal Governo. Le truppe italiane conquistano Gorizia e continuano la battaglia sull’Isonzo. Se ne contano, fino al novembre del 1916, nove.
È nei Prologhi (scritti tra il 1913 – ’14) che Cardarelli sottolinea : “Che cosa staremmo a fare più insieme? Ci siamo dati quel che potevamo. Ci siamo rubati tutto il possibile. Abbiamo fatto la guerra e il saccheggio. Siamo stracchi del dovere compiuto e lordi delle fami soddisfatte. Me ne andrò. Non accetterò di prolungare questo giorno fumido che è tramontato in ciascuno di noi senza partorire una stella”.
Il gusto dell’arte per Cardarelli diventa “stile popolare”. Ciò lo si riscontra sia nel saggio dal titolo “Italia popolare” sia nello scritto, che per certi versi resta fortemente emblematico per ciò che riguarda l’ideologia di Cardarelli : “Stato popolare – Riflessioni intorno al Fascismo”. Entrambi gli scritti fanno parte della raccolta Parliamo dell’Italiaedita da Vallecchi nel 1931.
Nel numero 7 (luglio 1959) della rivista “l’osservatore politico letterario”, dedicato a Vincenzo Cardarelli (1887 – 1959), G. Titta Rosa sottolinea l’importanza dello “stile popolare” e il “gusto dell’arte” che vibrano nella poesia e nella prosa di Cardarelli. La nostalgia del tempo e la malinconia dei paesaggi (i cui luoghi non sono, in Cardarelli, soltanto luoghi geografici, bensì luoghi dell’infanzia, della metafora di una memoria che riporta immagini e sensazioni e questi si trasformano in leggeri ricordi portati a spasso dal vento, da quel vento che ha tocchi di antiche civiltà) sono un viaggio che la poesia compie tra i sentieri incantati dei miti.
Gli Etruschi (i veri antenati di Cardarelli e della sua terra: Tarquinia), l’Etruria, la civiltà del paese, il ritornare al paese e il simbolizzare il paese come una eredità sono elementi di una poetica i cui temi fondamentali sono tutti giocati sul sentimento del ritorno e sulla allegoria del viaggio. Ma è la nostalgia la componente fondamentale non della sua ricerca (in Cardarelli non si parla di ricerca poetica ma di orizzonte poetico e di tensione lirico – sentimentale – onirico) ma dei suoi segni archetipici.
L’amore e il tempo, la partenza e l’attesa, il sogno (che non è il sognare soltanto ma è la “frase” della fantasia e del fantasticare nell’isola della creatività che assorbe il vissuto) e il ricordare sono percorsi di un labirinto dentro il quale la poesia si fa dolore – vita – grazia – magia. I suoi Prologhi, i suoi Viaggi nel tempo, le sue Favole della Genesi e poi quel Sole a picco riportano con la poetica del viaggio ciò che Titta Rosa ha chiamato “sapienza antica”.
Tutto ha il sapore delle radici. Il senso dell’appartenenza alla Patria è un radicamento forte. Perché per Cardarelli radici significa appunto radicamento. La storia che si trasforma in memoria è un altro tassello di questo radicamento in una “passeggiata” tra i simboli che lo catturano. Il tema dell’amicizia e dell’identità è un progetto esistenziale ed etico che si raccoglie tra i segni del mito e del rito (si pensi, a tal proposito, alla poesia intitolata: “Camicia nera” da “Poesie disperse”, anche se il linguaggio e i toni sono aridi e poco lirici ma sul piano letterario e linguistico, al di là del contenuto che resta, è una “prova poetica”).
E poi le parole hanno una bellezza non tanto solare ma piuttosto lunare. La luna, in Cardarelli, è la metafora della luce che ha toni scuri e nella sua luce c’è l’assorbimento del tempo antelucano, del sole che è stato (“saluto nel sol d’estate/la forza dei giorni più uguali”), dei meriggi (quei meriggi estivi?), dei tramonti (quel penetrare l’autunno e l’ottobre?), delle stagioni che salutano (“Benvenuta estate./Alla tua decisa maturità/m’affido”).
E il sole è nella luna. La luna come melanconia e strappo del tempo lungo i giorni che sembrano coriandoli appesi alle età del vivere. Ma cosa è la poesia per Cardarelli? In una sua sottolineatura ha cesellato: “La mia lirica (attenti alle pause e
alle distanze) non suppone che sintesi. La luce senza colore, esistenza senza attributo, inni senza interiezioni, impassibilità e lontananza, ordini e non figure, ecco quel che vi posso dare”.
L’essenza nell’intreccio dell’esistenza del dolore e della consapevolezza. Ma anche della meditazione sul viaggio che si fa tempo e sul tempo che è viaggio. In quel suo riscoprire il senso dell’orizzonte delle origini la parola non è una cronaca ma una metafisica che si aggrappa all’anima e la poesia che non si rappresenta mai è soltanto il “racconto” o la recita lieve della testimonianza di una spiritualità nel paesaggio stesso dell’anima.

Pierfranco Bruni