Prix Murat 2019: 10a edizione

Cultura & Società

20 anni di Prix Murat a Bari !

Martedì 21 maggio 2019, alle ore 16.00, presso AncheCinema di Bari (ex-Cinema Royal, Corso Italia, 112), in vista della proclamazione del vincitore della 10a edizione del “Prix Murat 2019. Università di Bari. Un romanzo francese per l’Italia”, iniziativa organizzata ogni due anni dal Groupe de Recherche  sur l’Extrême Contemporain, si svolgerà lo spoglio delle schede  provenienti da 32 scuole secondarie di secondo grado di Bari e delle province di Bari, BAT, Brindisi, Foggia, Taranto e Matera, nonché dall’Università degli Studi di Bari.

Interverranno il Magnifico Rettore, prof. Antonio Uricchio, il Direttore del Dipartimento LELIA, prof. Stefano Bronzini, il fondatore del Premio Murat, prof. Matteo Majorano e la prof.ssa Marie Thérèse Jacquet.

Al termine, sarà annunciato il vincitore del Prix Murat 2019.

I romanzi selezionati sono:

Vincent ALMENDROS, Faire mouche, Éditions de Minuit, 2018

Aliona GLOUKHOVA, Dans l’eau je suis chez moi, Verticales, 2018

Laurine ROUX, Une immense sensation de calme, Éditions du Sonneur, 2018

La manifestazione prevede l’intervento dello scrittore Giorgio Vasta su “Scrivere l’adolescenza”. Scrittore e saggista, Giorgio Vasta ha lavorato per varie case editrici fra le quali Einaudi e Bur. Ha curato numerose antologie di racconti. Fa parte del comitato scientifico e organizzativo di diverse manifestazioni culturali e festival letterari. Oggi si occupa di minima & moralia, il blog culturale di Minimum fax e collabora conRepubblica e Il Manifesto. Nel 2014 è stato Italian Affiliated Fellow in Letteratura presso l’American Academy a Roma.  

PRIX MURAT 2019

Laurine Roux, Une immense sensation de calme,

Paris, Les Éditions du Sonneur, 2018, 121 p.

L’autore

Nata nel 1978, Laurine Roux vive nella regione Hautes-Alpes, dove lavora come professore di lettere moderne. Nel 2012, ha ricevuto il Prix International George Sand. Lettrice di Giono, di Cendrars e di Sylvie Germain, questa viaggiatrice conosce bene le terre del Grande Est glaciale di cui tratta il romanzo. Une immense sensation de calme è il suo primo romanzo.

Il romanzo

Estratto: « À présent, il faut que je raconte comment Igor est entré dans ma vie. C’est la fin de la saison froide, j’avais passé l’hiver dans la maison des frères Illiakov.
Un matin, un homme arrive près du lac où je ramasse les nasses. C’est lui. À une centaine de pas de moi, il s’immobilise. Un oiseau aux ailes larges traverse le ciel, Igor sourit. Mille ans de solitude et de détermination frémissent à ses lèvres. Il se tient au bas de la falaise et regarde là où les hommes ne peuvent aller. Je le vois se plaquer à la paroi. Sa main est grise comme le caillou, son esprit est dur comme le calcaire. J’ai l’impression qu’il va être avalé par la montagne, appelé par ses rondeurs de femme. Lui la comprend avec ses doigts. Bientôt ils évoluent ensemble, amants sauvages que la nature réunit clandestinement. » 
 

Sotto i nostri occhi, un mondo sfuggito ad una vecchia guerra. Gli uomini sono morti, restano solo donne e bambini. Le terre tutt’intorno sono ingrate, le montagne minacciose: si dice – le donne più anziane dicono – che lassù si sarebbero stabiliti gli “Invisibili”, degli adolescenti che sarebbero sopravvissuti, ma con gli occhi divenuti bianchi. Gli uomini sono andati a combattere ma non sono mai tornati, mentre le donne e i bambini si sono nascosti sottoterra. Un’orfanella, tuttavia, incontrerà l’amore. Lui si chiama Igor, un uomo un po’ selvaggio, che porta pesce essiccato alle vecchie del posto. Il romanzo racconta la loro storia, lunghi anni in poco più di cento pagine.

La scrittura di Laurine Roux, semplice, rugosa e aspra, disegna un mondo ai confini con il meraviglioso, dominato da una natura sovrana. In un universo selvaggio, organico e poetico, le evocazioni telluriche, glaciali, minerali, riportano a scene quasi mitologiche: il grande Nord battuto dai venti e dalla guerra, l’animale che si nasconde dentro di noi, queste terre in cui l’uomo ha i piedi nel fango. E se fosse non tanto un mondo dopo la tragedia quanto il tragico del mondo stesso, in cui ci si lascia trasportare dalla strana bellezza che sussiste e si accanisce? Prima di chiudere il romanzo e tornare alle nostre vite provando qualche cosa che, in effetti, non è lontana dal procurarci une immense sensation de calme. Un racconto sulla fine del mondo, al tempo stesso buio e rassicurante.

PRIX MURAT 2019

Aliona Gloukhova, Dans l’eau je suis chez moi,

Paris, Verticales, 2018, 117 p.

L’autore

Nata a Minsk (Bielorussia) nel 1984, Aliona Gloukhova ha seguito studi di Arti visive all’Università di San Pietroburgo prima di lavorare come traduttrice, insegnante e organizzatrice di eventi culturali. Nel 2015 ottiene un Master in creazione letteraria all’Università Paris-8, durante il quale scriverà il suo primo romanzo Dans l’eau je suis chez moi. I fatti cui si ispira il romanzo sono stati oggetto di un documentario realizzato da Etitza Gueorguieva, nella primavera del 2018.

​Maggiori informazioni:

https://www.alionagloukhova.com/

Il romanzo

Estratto: « Tout le monde boit à cette époque dans cette ville. Les pères de mes copines de classe boivent, nos voisins boivent, nos profs à l’école, eux aussi, boivent. Pour moi, la ville de Minsk est comme un gros animal de pierre, ou comme une boîte en carton. Je vois mon père qui marche parmi les rues, je vois son manteau en peau de mouton retournée, il est tout seul, et je ne peux rien faire. C’est une ville où l’on courbe la tête à l’intérieur de son manteau, où l’on se cache les mains. Dans cette ville il faut boire pour trouver du courage. » 

Nel novembre 1995 il padre di Aliona Gloukhova scompare nel naufragio di un veliero. Youri era un fisico. Escluso dal Partito comunista, diventa alcolizzato e di tanto in tanto scompare; Aliona se ne ricorda quando, da piccola, doveva, talvolta, impedirgli di uscire da casa per andarsi a comprare alcool. Quando egli progetta un viaggio in India per mare con amici di fortuna, si tratta di un vecchio sogno che volge in tragedia in quanto il loro veliero naufraga al largo della Turchia. Poiché il suo corpo non è mai stato ritrovato, il lutto è impossibile. Tutte le congetture sono possibili: l’uomo, peraltro eccellente nuotatore, è forse annegato, forse si è lasciato portare dalle onde senza lottare, o forse no; forse, ha colto questa occasione per andarsene definitivamente e cambiare vita.

Anche la scrittura è fluida come l’acqua in cui è scomparso suo padre. La figlia racconta l’assenza e traccia il ritratto di quest’uomo sfuggente. Aliona Gloukhova affronta il mistero in ogni prospettiva, immaginando per suo padre incredibili vite da avventuriero. Ma, se c’è un luogo in cui ella lo raggiunge veramente, questo luogo è la parola «scomparsa», che non è la morte. Aliona vede suo padre ovunque, in sogno, nei suoi ricordi, anche se l’immagine è sfumata, appare a «singoli pezzi». Ci sarebbe, dunque, un paese che chiameremmo la scomparsa, uno spazio tra le pieghe della lingua madre e della lingua d’adozione. La scrittura piuttosto che il vuoto, in cui il verbo si fa carne in un atto di creazione demiurgica. L’acqua è un elemento essenziale del testo poiché è lì che ci si sente bene; d’altronde, ella si confronta con un pinguino, più a suo agio in un elemento liquido che sulla terraferma. Suo padre ha forse vissuto una mutazione e si è trasformato in un delfino? Forse voleva lasciare il suo paese con la speranza che l’erba fosse più verde altrove? Chissà? A sua figlia non restano che supposizioni e chimere da condividere con noi.

PRIX MURAT 2019

Vincent Almendros, Faire mouche, Paris, Minuit, 2018, 127 p.

L’autore

Nato nel 1978, Vincent Almendros è professore di francese. Invia, per un parere, il suo primo romanzo terminato, Ma chère Lise, a Jean-Philippe Toussaint che, apprezzandolo, lo presenta a Irène Lindon, per pubblicarlo nel 2011. Nel 2015 il suo secondo romanzo Un été, molto stimato dalla critica, riceve il premio Françoise-Sagan, nel giugno dello stesso anno. Faire mouche è il suo terzo romanzo.

Il romanzo

Estratto: « J’avais été, jusque-là, un homme sans histoire. Peut-être parce que j’étais né dans un village isolé, au milieu de rien. Car c’était ça, Saint-Fourneau, un trou perdu. Y revenir m’avait toujours paru compliqué. Il faut dire que ma mère, elle, y vivait encore.

Nous venions, Claire et moi, de quitter l’A75. Le soir était tombé. Les phares de la Nissan éclairaient maintenant la départementale en lacets. Depuis plusieurs kilomètres, nous ne croisions plus aucune voiture. Le paysage était devenu escarpé et montagneux, composé d’à-pics ou de reliefs rocheux boursouflés de végétation. Il se vallonna de nouveau, et les premiers panneaux indiquant Saint-Fourneau apparurent. »

Faire mouche conferma la predilezione dell’autore per i formati brevi, indubbiamente in accordo con la sua scrittura minimalista, ellittica e condensata, in cui ogni parola, accuratamente scelta, pesa con tutta se stessa, schiudendo al lettore spazi in cui avventurarsi. Un’estate, Laurent Malèvre torna al villaggio natale per assistere al matrimonio della cugina Lucie, occasione per lui di rivedere la famiglia rimasta in questa campagna ondulata che egli ha lasciato da tanto tempo. La sua compagna Constance, incinta di tre mesi, se n’è andata, l’amica Claire la sostituisce… È un passato greve pieno di non-detti, di pettegolezzi e di segreti, che il protagonista ritrova negli oscuri paesaggi erbosi e nei luoghi slabbrati in parte abbandonati, dinanzi ad uno zio taciturno, una madre inquietante e una cugina che parla per sottintesi. Un passato antico e più recente che egli non ha voglia di evocare e che comunque si chiarisce man mano. E non è un caso se l’amica che accompagna l’eroe, e il cui «besoin d’éclaircir les choses» inizia ad esasperarlo, si chiama Claire…

Tutto il testo è scandito con malizia dal motivo delle mosche che tappezzano, morte, il parquet o che si agitano incollate ad un rotolo di carta sospeso. L’atmosfera è cupa, umida e pesante, opprimente e macabra, in accordo con il sentire dell’eroe, la sua percezione delle cose. La scrittura coglie i minimi dettagli, le descrizioni sono precise, minuziose, molto cinematografiche. Attenta ai ritmi e alle sonorità, ai rumori e agli odori come ai colori, alle materie, essa tiene svegli i sensi del lettore che si sente quasi intrappolato in qualcosa di strano di cui si scorgono progressivamente i contorni.

Faire mouche è una sorta di mini thriller familiare il cui ritmo accelera verso la fine, sullo sfondo di una Francia profonda che si presta all’analisi sociale. Le sue tre parti fanno susseguire come al teatro brevi scene ricche di dialoghi, anche se questi ultimi assomigliano spesso a dialoghi di sordi, in cui Claire interpreta il ruolo di Constance. Scene di montaggio molto accurato che acuiscono e rilanciano la nostra attenzione, alimentano il mistero e producono sorpresa e suspense, abbozzando brevemente false piste e facendo emergere dalla banalità una inquietante estraneità.