La proposta della Bongiorno stimola alcune riflessioni su come oggi vengono reclutati i magistrati

Politica & Diritti

La ministra per la pubblica amministrazione, Giulia Bongiorno, propone di integrare le prove del concorso per l’acceso in magistratura con dei test psicologici. A suo dire, sono utili per garantire che solo persone equilibrate diventino magistrati.

Come è noto, si entra in magistratura dopo avere superato un concorso molto selettivo. E, per quel che mi è dato sapere, abbastanza serio.

Anno dopo anno, però, le prove del concorso (temi su argomenti giuridici) diventano sempre più complesse e, per superarle, i tanti giovani che sognano la toga sono costretti a seguire corsi specializzati, spesso costosi, tenuti da esperti di diritto, perlopiù magistrati. Ciò comporta che, attorno al concorso per magistrati, si crea una concorrenza da mercato tra “scuole” diverse e che cioè la preparazione al concorso diventi un business. Tale fenomeno getta qualche ombra su un concorso storicamente rigoroso e serio, refrattario a raccomandazioni e a condizionamenti non leciti.

Questo è il limite più evidente del concorso per magistrati, e qualcosa andrebbe fatto per rimuoverlo. Non occorrono misure trascendentali ma elementari: assegnare temi più semplici di modo che tutti possano svolgerli e che non si renda necessario frequentare “scuole” di preparazione al concorso. La selezione dei concorrenti non deve basarsi sulla capacità di risolvere dilemmi giuridici particolarmente complicati oggetto delle più recenti e sconosciute sentenze (come oggi accade), ma sulla maturità espressa nell’affrontare questioni di ampio respiro, maturità che si rivela nelle argomentazioni addotte nell’elaborazione di quanto si scrive. In un passo dell’ultimo romanzo di Sciascia, Una storiasemplice, si legge: “L’italiano non è l’italiano, ma il ragionare”.

Ma vi è un altro limite nel concorso per magistrati, che si allaccia alla proposta della Bongiorno: si prevedono solo prove concernenti la preparazione giuridica dei candidati. Ma per diventare un bravo magistrato, per potere esercitare il mestiere così difficile e pericoloso di giudicare gli altri non occorre solo conoscere il diritto, che comunque ha il suo fondamento e la sua logica nel buon senso. Occorre anche possedere una buona cultura umanistica. Personalmente sarei terrorizzato se dovessi essere giudicato da un magistrato che conosce a memoria tutti i codici e che non abbia mai letto Dostoevskij. Perciò sarebbe necessario aggiungere ai temi di diritto un tema di cultura generale di taglio umanista, come già avviene in Francia. In tal modo la selezione sarebbe assai più attendibile e si riducono sensibilmente le probabilità che diventino giudici persone aride che non sentano la responsabilità –enorme- del giudicare e che da quel senso di responsabilità siano guidati nell’esercizio delle loro funzioni.

Affidarsi a dei quiz psicologici per misurare l’equilibrio dei candidati, come suggerisce la ministra, se da un canto è suggestivo, dall’altro è pericoloso. Significa esporre un concorso, sinora malgrado tutto serio, a possibili usi strumentali. A parte il fatto che è lecito nutrire perplessità sull’efficacia di test psicologici ai fini selettivi, come fugare il dubbio che i test possano essere utilizzati per scegliere i candidati che mostrino determinati orientamenti latu sensu politici?