“La luna di River She’s out there” di Antonella Albano

Cultura & Società

Sospeso tra i luoghi belli della città di Taranto e la sottile fantasia, tra i boschi e i profumi di Martina Franca, il mito antropologico intrecciato tra narrazione e poesia, avanza deciso e avvincente l’ultimo romanzo della scrittrice tarantina Antonella Albano “La luna di River”. Un racconto di formazione e fantasy allo stesso tempo, cui l’autrice affida se stessa, i suoi pensieri, la forza di donna “poco trucco e sorriso” per dar forma a Francesca e il suo mondo attraverso un fluire di coscienza in terza persona. C’è un interno ed un esterno, un prima e un dopo, una vita donna solitaria che si muove tra un monolocale e una casa di campagna, tra il giorno e la notte e le notti di luna piena in cui tutto torna come “il vento e il rombo” della Ducati che Francesca monta portandosi verso casa, verso una solitudine che porta un nome e una storia.

Francesca, protagonista prima del romanzo, è una giovane e bella prof. di storia, che ama il suo lavoro nonostante sognasse di fare l’archeologa e che porta nel cuore e nel corpo un segreto da domare e dominare, perché per lei, un po’ come per tutti, “le vere cassaforti ce le abbiamo dentro”. Il rapporto dolce e forte con la natura, con il passato, il senso alto della famiglia che protegge e dà senso, i valori del perdono e della gratitudine sono pietre disseminate tra le righe di un romanzo che affascina senza soluzione di continuità. Sono tutte donne le protagoniste che ruotano intorno alla storia di River, una storia che quando si bagna di fantasia lo fa con un tale rispetto di toni e colori, tanto che il lettore si lascia piacevolmente confondere sul sottile confine tra leggenda e realtà, in un narrare morbido e pieno. Immagini di lupi, boschi, uomini e peccati alla ricerca di una riconciliazione che non può, tuttavia, prescindere dal distacco e dalla libertà dell’animale lupo affrancato dal dominio umano. L’autrice porta nel romanzo una bellissima tradizione culturale classica che riemerge nel racconto sempre sospeso tra mito e leggenda.

Fin dall’antica Grecia, infatti, il lupo è personificazione della gola, intesa come fame, avidità sfrenata, ovvero quel motore di conflitti che romba sommessamente sullo sfondo della storia umana. Antonella Albano, come Fedro nella favola “Il lupo e l’agnello”, rappresenta l’istinto scellerato nel dialogo senza speranza tra il bene e il male, tra il sopravvivere e il vivere.

Attraverso occhi di lupo, l’autrice rappresenta il lato oscuro dell’animo umano, l’alter ego zannuto con il quale siamo chiamati a confrontarci per cogliere qualcosa in più di noi e forse del nostro stesso destino.

L’immondo incrocio tra uomo e lupo, estensione della malvagità umana che si rivela nelle notti di plenilunio sotto forma di essere ululante. In questo versante le opere letterarie e cinematografiche sono innumerevoli. Tralasciando i prodromi della letteratura greca o latina, la Albano ci riporta a ‘Wagner l’uomo-lupo’, di Georg William Reynolds e agli esemplari successivi e più sofisticati del romanzo d’avventura o della ‘ghost-stories’, fra cui ‘Il Marchio della Bestia’, di Rudyard Kipling e ‘Il Campo del Cane’, di Algernon Blackwood.

Una “strana elfa metropolitana”, a tratti in modalità “River”, a tratti Francesca, che dopo mille alternarsi di soli e lune ritrova l’alba fatta di gesti semplici e di quotidiano vivere, che si colora d’innamoramento, proprio quando “il dolore, la morte, l’amore le sembravano inestricabilmente connessi”. In lei, come nel mondo “una trama di bene resisteva”, più forte della colpa e della morte. Un epilogo vincente, alto, bellissimo, sui versi del canto dantesco del Paradiso ove si eleva come un “ululato disperato e potente”, nonostante tutto e tutti “un triste lamento di morte, una solenne celebrazione di vita”. 

Come non vedere, in questo epilogo benfatto, la riscossa non solo dell’animale lupo, ma di un intero stato di natura, di un intero mondo deluso irrimediabilmente dalla crudeltà umana? E ancora, come non sorridere dinanzi alla riscossa tutta letteraria del lupo che, sfruttato lungamente dall’uomo per i suoi fini narrativi, ritorna nella sua dimensione reale?

Oggi il lupo è assurto a una simbologia ben più complessa. Non è l’ombra cattiva che ci insegue nel bosco, è qualcosa che ci portiamo dentro come un fratello nascosto. E’ il ‘noi stessi’ che ci ricorda che malgrado le sovrastrutture sociali ed economiche edificate intorno a noi, siamo pur sempre un prodotto della natura e l’inquietudine che avvertiamo è il ricordo struggente e sempre più lontano delle nostre origini, che ci ostiniamo a dimenticare. In quest’ottica, assocerei “La luna di River” della Albano al romanzo-chiave ‘Il lupo della steppa’ di Herman Hesse.

Perché in fin dei conti, nascosto nel fitto del sottobosco, oltre i muretti a secco della valle d’itria, il lupo è a noi che ulula, ricordandoci che in quel mondo che abbiamo abbandonato alberga da sempre il nostro spirito più autentico.

Evelyn Zappimbulso 

Il romanzo sarà presentato nel pomeriggio di giovedì 16 maggio presso la libreria Mondadori di Taranto. Sarà presente l’autrice e dialogherà con Evelyn Zappimbulso. 

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