Tre donne contro la mafia

Politica & Diritti

Mezzojuso è un piccolo, ma gradevole, comune della provincia di Palermo che fa parte della diocesi molto singolare di Piana degli Albanesi: infatti essa appartiene alla giurisdizione della chiesa cattolica ma conserva riti, tradizioni, simboli della chiesa greco-ortodossa. La splendida chiesa di Santa Maria dell’Ammiraglio (detta della Martorana) è la con-cattedrale di questa diocesi che, tra le caratteristiche più originali, annovera la presenza di preti del tutto legittimamente sposati.

Come molte località del Meridione, anche il volto di Mezzojuso è stato negli ultimi due secoli sfregiato dall’acido muriatico della mafia. Mio padre,  che vi era nato, mi raccontava che il venerdì santo si svolgevano due distinte processioni religiose: una della parrocchia ‘latina’ e un’altra della parrocchia ‘greca’. Per evitare che i fedeli di una delle due disturbassero il rito dell’altra, ciascuna comunità faceva sfilare al seguito delle statue un proprio mafioso con tanto di fucile in spalla: così, tanto per dissuadere da propositi poco pasquali. In anni più recenti si è appreso di summit con mafiosi di altissimo livello, quali lo stesso Bernardo Provenzano, proprio nelle campagne adiacenti il paese.

E’ in questo contesto che le sorelle Napoli, rimaste orfane del padre, provano a mandare avanti l’azienda agricola ereditata nel 2006. Com’era prevedibile, i mafiosi della zona non vogliono lasciarsi scappare questo facile bocconcino: infliggono i primi danneggiamenti e offrono generosamente la protezione da…sé stessi. Per otto lunghi – lunghissimi – anni reagiscono secondo la tradizione locale e, molto probabilmente, anche familiare (al netto di possibili omonimie): cercano di negoziare con alcuni estortori anche grazie alla mediazione di altri mafiosi. Constatata l’impraticabilità di questa via d’uscita, decidono d’imprimere una svolta alla loro strategia: si rivolgono alla stazione dei carabinieri guidata da un giovane comandante tanto preparato quanto disponibile.

A questo punto la storia si biforca. Alcune istituzioni (a cominciare dalla Prefettura) e alcune associazioni intuiscono la rilevanza della situazione: le sorelle Napoli vengono riconosciute come vittime di mafia, vengono anche premiate per il loro coraggio. E il fatto di provenire  da una famiglia o mafiosa o comunque non anti-mafiosa, lungi dal diminuire il significato della loro iniziativa, lo impreziosiscono: sulla scia di altre donne, celebri – come Serafina Battaglia e le madri di Salvatore Carnevale e di Peppino Impastato – o meno note come Maria Benigno, Michela Buscemi, Vita Rugnetta, Piera Lo Verso, Anna Pecoraro, Maria Cangialosi, Rosa Cannella.

Altre istituzioni (a cominciare dal Comune di Mezzojuso) e altri aggregati sociali o tacciono o criticano l’operato delle tre sorelle che, rivolgendosi agli “sbirri”, avrebbero disonorato la famiglia anagrafica e, in un certo senso, l’intero paese nativo.

In questo delicato frangente si catapulta a Mezzojuso una trasmissione nazionale  come “Non è l’arena” de La7 e irrompe come una spada a doppio taglio: da una parte ha il merito di attirare l’attenzione dell’opinione pubblica sulla vicenda, dall’altra lo fa con toni che forse nel conduttore Massimo Giletti, senz’altro nel commentatore Klaus Davì, sarebbero dovuti essere meno aggressivi, meno trancianti. Chi non vive in Sicilia difficilmente si rende conto che anche i cittadini in buona fede, bersagliati ogni giorno da appelli di vittime del racket, finiscono col ridurre di molto le capacità di scandalizzarsi e di reagire: un fenomeno oggettivamente sbagliato, ma in cui la responsabilità soggettiva dei singoli va misurata con cautela ed equità. Dunque: ben venga ogni stimolo esterno a non finire con l’accettare passivamente la solitudine di chi si ribella alla dittatura mafiosa, purché ciò avvenga nei termini e nei modi di chi giudica dall’alto di uno scanno lontano dal groviglio dei vissuti.

Si è così giunti alla cronaca di questi giorni. Il sindaco di Mezzojuso ha chiesto e ottenuto dalla Procura di Termini Imerese il rinvio a giudizio per diffamazione di Giletti, Davì e il direttore de La7 Andrea Salerno: un’iniziativa che rientra nei diritti del sindaco Salvatore Giardina, ma che lascia un po’ di amaro in bocca. Da un esponente delle istituzioni ci si sarebbe attesa una reazione meno dura, una sorta di “Sì, grazie per la sollecitazione; ma si badi anche alle forme”. Tanto più che, invece, lo stesso sindaco sta mantenendo un silenzio davvero eccessivo, se non imbarazzante, su una notizia ormai accertata e resa di pubblico dominio proprio in una delle ultimissime trasmissioni della stessa rete televisiva: che Antonino Tantillo, padre di Giovanni, attuale presidente del consiglio comunale di Mezzojuso, è stato nel 1998 tra gli organizzatori di un agguato  ai danni delle tre sorelle Napoli. Nessuno può essere considerato responsabile degli errori dei propri genitori, è ovvio: ma quando questi errori, gravissimi, vengono alla luce nessuno può ritenersi esonerato dal condannarli. Altrimenti è difficile non concludere che si usano due pesi e due misure.