Una conquista bellissima?

Cultura & Società

SPIGOLATURE 

di Renzo Balmelli 

ZERO. Le europee sono vicine e tutto serve per acchiappare voti. Ognuno porta a casa quello che gli interessa e la propaganda è come una pentola a pressione per sfornare inesistenti scenari da mille e una notte. Tuttavia, malgrado gli sforzi sovrumani, non risulta in nessun testo che la giustizia privata sia una ricetta per rilanciare l’economia. Però, da furbacchioni, perché non provarci? Con la legge sulla legittima difesa la maggioranza ha cercato di mandare gambe all’aria il tavolo, ma Confindustria e Ocse con i loro rapporti che parlano di crescita zero mostrano un quadro molto diverso e per niente rassicurante. Certi problemi non si possono risolvere con la Colt fumante in pugno come faceva il buon Tex Willler, che era sì un magnifico fumetto, ma solo nell’atmosfera romantica del vecchio West. Nell’esaltare come una “conquista bellissima” il diritto di possedere armi si finisce col creare soltanto un clima malsano portatore di un altissimo tasso di testosterone emotivo col quale non si va da nessuna parte. 

SFIDUCIA. Per certi versi l’Italia versa in condizioni peggiori della Gran Bretagna. Non ha la Brexit, ma ne è affascinata e sedotta. Al punto da sperare, in certi ambienti, che il voto del 27 maggio faccia crollare l’impalcatura dell’UE come accadde con Sansone e tutti i filistei. La differenza con Londra sta nel fatto che gli inglesi ormai sanno a che cosa stanno andando incontro e perciò non dormono sonni tranquilli. Ciò che invece preoccupa in Italia è l’indifferenza sovrana (o sovranista che dir si voglia) nei confronti di una istituzione che tiene unita l’Europa come mai era accaduto prima. Se riflettiamo su questi settant’anni di pace viene da chiedersi da dove provenga un sentimento tanto negativo e se per disavventura non sia figlio della sfiducia a sua volta specchio della paura. Per una grande nazione che figura nel ristretto novero dei Paesi fondatori e dei padri nobili dell’ideale comunitario è un atteggiamento difficile da comprendere e ancor meno da condividere se porta a sgretolare una delle maggiori conquiste del Dopoguerra. 

LEZIONE. Salvare l’Europa significa anche salvare la stupenda lezione democratica che ne regge i destini da quando si è risollevata dal baratro morale chiamato nazifascismo. E significa anche proteggerla dalle grinfie di chi vorrebbe bloccare le lancette della storia alimentando forme di ostilità che mettono i brividi al solo pensarci. Quando sembrava che nulla potesse fermare l’avanzata del fronte di Visegrad, da Bratislava, con l’elezione della prima donna alla presidenza della Slovacchia, è arrivata invece la dimostrazione che nulla è perduto. Il significato profondo e confortante del voto che ha premiato Zuzana Caputova, la “ ragazza sconosciuta” nel linguaggio dei media, risiede appunto nella consapevolezza che si può affrontare una sfida politica senza cedere al populismo. Fino al 27 maggio la partita è ancora aperta grazie a un successo che arriva al momento giusto per smuovere le coscienze e non dimenticare perché l’Unione europea esiste. 

CRISI. Forse in tale misura non se l’aspettavano nemmeno i suoi avversari in patria e all’estero. Che in Turchia una flessione di Erdogan e del suo partito, l’AKP cresciuto nel solco dell’islam politico, fosse possibile rientrava nei sondaggi della vigilia. Ma che il Presidente in carica da 10 anni finisse con l’avere contro le grandi metropoli e le altre città, passate sotto il controllo dell’opposizione, è un dato sorprendente nel clima polarizzato che regna nel Paese. Persa la capitale Ankara, a Erdogan è sfuggita anche Istambul, e chi si prende le megalopoli sul Bosforo – si dice da queste parti – si prende la Turchia. Il che sta a significare che nulla è eterno e che gli effetti della crisi economica sulla vita delle persone si cominciano a sentire proprio adesso. Dal momento che nei prossimi quattro anni non vi saranno altre elezioni, colui che viene denominato il “sultano” ha ancora le sue carte per restare al potere. Ma al tavolo dovrà vedersela con players incoraggiati dal successo e determinati ad accelerare la svolta che tenga aperte le porte dell’Europa. 

SEGRETI. “Il potere logora chi non ce l’ha” era una delle frasi con cui Giulio Andreotti ironizzava su stesso e replicava a chi lo accusava di essere il grande burattinaio d’Italia. Sono diventate talmente celebri le sue freddure da essere ancora oggi un passaggio quasi obbligato per inquadrare una delle figure più controverse della Prima Repubblica e di un’Italia che oggi sembra lontanissima. Ma che curiosamente è anche oggetto di uno sguardo velato di nostalgia per i tempi andati, come si evince dal libro dell’editorialista del Corriere della Sera Massimo Franco “C’era una volta Andreotti” (edizioni “Solferino”) dal quale esce il ritratto di un leader che è stato indubbiamente nel bene e nel male un inafferrabile professionista della politica, e sul quale i giudizi compongono una tavolozza compresa tra Richelieu a Belzebù che ben si addice alla complessità del personaggio. Quando è morto a 94 anni, pure lui logorato, ma, all’opposto di quanto asseriva, dal potere esercitato per oltre mezzo secolo, Andreotti si è portato via molti dei segreti depositati nelle ovattate stanze dei bottoni. I segreti di quell’Italia con la quale aveva intessuto un rapporto complesso e di cui conosceva anche gli angoli più risposti e tuttora avvolti da un alone di mistero. 

PASSATO. Revocare un titolo onorifico non serve certo a rendere meno doloroso il ricordo del tragico ventennio che fece precipitare l’Italia nel baratro della dittatura. Vi sono tuttavia nomi e situazioni che ancora oggi bastano a fare fremere di sdegno chi rilegge le pagine di quella infausta stagione. Non stupisce quindi che a Salò, e non solo, imperversi la polemica per togliere la cittadinanza onoraria attribuita immeritatamente a Mussolini. La località sul Garda famosa per avere dato il nome alla Repubblica Sociale Italiana che fu di una ferocia inaudita non sarebbe la prima a compiere questo passo per segnalare la propria disapprovazione nei confronti di uno dei periodi più bui del secolo scorso. Sarebbe un gesto simbolico che tuttavia non cancella gli orrori del regime. La cittadinanza onoraria si attribuisce a persone di grande prestigio quale non fu invece il capo del fascismo. Qualunque sia la decisione del comune, la Storia, che non si scrive e riscrive a piacimento, sul Duce ha già espresso il suo severo, inappellabile giudizio affinché il passato rimanga tale al riparo da tentazioni pericolose.