Papa Francesco celebra la messa nella Casa Circondariale di Velletri

Cronaca

 Il Papa segue il rito del Giovedì Santo della lavanda dei piedi a 12 dei detenuti del carcere in provincia di Roma, ricalcando le orme e i gesti di Gesù che da Figlio di Dio si piegò a compiere questo gesto simbolico ai suoi discepoli per dare l’esempio di umiltà

di Monica Montanaro

Papa Francesco prosegue il suo cammino di Pontificato improntato al motto da lui coniato: “Una Chiesa povera per i poveri”, oppure: “Il prete deve sentire l’odore delle sue pecore”, emblematici del suo modo di rappresentare la sua carica di vescovo di Roma e non di Papa, troppo altisonante per Bergoglio, allo scopo di rimarcare il suo ruolo di parità con la gente comune. Anche in queste giornate particolarmente suggestive del periodo pre-pasquale, celebranti e commemoranti i momenti precedenti la crocifissione e morte del Signore Gesù, che sfociano alla fine nella sua resurrezione salvifica per tutto il genere umano, Francesco non si smentisce, e nel Triduo Santo si industria per mantenere costante la sua posizione di vescovo umile, organizzando nel Giovedì Santo per la quinta volta, la messa in “Coena Domini” in una delle carceri dell’hinterland romano. Infatti, cinque anni addietro il Papa inauguro questa tradizione nel carcere di Casal del Marmo, proseguendo con il carcere di Rebibbia, poi di Paliano, di Regina Coeli, per giungere all’anno attuale nel carcere, appunto, di Velletri sempre in provincia di Roma.

Il Papa, allora cardinale Jorge Mario Bergoglio, già praticava tale rito ai tempi del suo episcopato nella città di Buenos Aires, oggi lo ripete sempre con la medesima fede e con lo spirito di fratellanza, comunione con il prossimo, empatia con il fratello sofferente, solidarietà umana, volontà di aiutare e servire il più debole.

Dunque, Papa Francesco all’interno della Casa Circondariale di Velletri compie questo gesto clamoroso e pure così piccolo, che ripercorre e ricalca il cammino evangelico di Gesù di oltre duemila anni fa, appropinquandosi a lavare, asciugare e baciare i piedi di 12 detenuti che scontano la loro pena, un gesto sorprendente che desta nelle persone recluse, prestate al ruolo di apostoli per poco tempo, tanta  commozione nel veder un Papa chinarsi ai loro piedi per poi essere guardati negli occhi in profondità come se il Papa volesse risollevarli dalla loro condizione di miseria con uno solo sguardo intriso di pietà e misericordia. Nel momento della lavanda dei piedi ai detenuti, papa Francesco riferisce tali sue parole: “Un gesto da schiavi, Lui che era il Signore”.

I dodici detenuti a cui il Papa compie il rito santo pre-pasquale sono di diversa nazionalità, oltre i nove italiani, vi erano un marocchino, un ivoriano e un brasiliano, di differente età anagrafica, i quali si sono sentiti onorati di essere i destinatari e al contempo i protagonisti di questo importante rito di carattere religioso e spirituale, che ha scosso in loro una molteplicità di emozioni e pensieri di benevolenza.

Papa Francesco si è recato ieri nella Casa Circondariale della città di Velletri, situata in una zona periferica rispetto alla cittadina dei Castelli romani, intorno alle 16,30, qui si è celebrata la messa del Giovedì Santo nel salone-teatro adibito a cappella per l’occasione celebrativa. Nel carcere di Velletri scontano la pena 577 persone in vario stato di carcerazione detentiva, ma soltanto 250 di essi hanno potuto presenziare alla messa papale, per una questione di capienza della struttura. Il Papa non ha atteso nel pronunciare delle parole di saluto e di solidarietà umana anche per coloro che non erano presenti al momento della celebrazione e dell’incontro con lui, affermando: “Mi sento unito a tutti voi”.

Il Pontefice, dunque, include nella suo pensiero e nella sua preghiera, anche “coloro che non stanno qui”, il riferimento era diretto ai “fratelli più fragili che in carcere hanno perso la vita”  per indirizzare loro le preghiere di ognuno durante la celebrazione della messa.

Il Papa, come da sua consuetudine, ha predicato la sua omelia toccante completamente a braccio, improvvisando, senza attenersi ad un copione prestabilito di taglio formale, e preliminarmente ha voluto rivolgere dei ringraziamenti al gruppo di detenuti che hanno scritto, come forma di benvenuto per il suo arrivo, una lettera: “Hanno detto tante cose belle, ringrazio per quello che hanno scritto”, ha riferito compiaciuto Papa Francesco.

L’omelia del Papa ha avuto ad oggetto il tema del “servizio” riprendendo proprio il messaggio insito nel Vangelo e il significato intrinseco del gesto di profonda umiltà che Gesù compi al tempo all’indirizzo dei dodici apostoli, inginocchiandosi ai loro piedi per compiere il gesto simbolico della lavanda, rimasto nella storia del Cristianesimo e della Chiesa.

Le parole del Pontefice indugiano sugli aspetti salienti della vita e delle opere di Gesù proprio in tale fase storica prima della sua atroce morte: “Quello che ha fatto Gesù è interessante” apre Francesco, “Gesù aveva tutto il potere e poi incomincia a fare questo gesto di lavare i piedi. E’ un gesto che facevano gli schiavi. All’epoca non c’era l asfalto e la gente aveva la polvere quando arrivava in una casa, allora c’erano gli schiavi che lavavano i piedi”. Papa Francesco prosegue la sua omelia con estremo altruismo nel comunicare le sue parole, che trasudano fede poiché hanno al centro la figura di Gesù, con la volontà di innestarle nel cuore e nell’anima del suo pubblico, specialmente di coloro che hanno deviato dalla retta via, nella speranza di ricondurli sulla strada di Cristo. “Gesù si mette al loro livello”, continua il papa, “Lui che aveva tutto il potere, che era il Signore. Il Messia invita gli altri a fare lo stesso, servite l’un l’altro. Fratelli nel servizio, non nell’ambizione di chi domina l’altro, chi calpesta l’altro”.

Poi Papa Francesco, rievocando il messaggio espresso da Gesù nel Vangelo: “State attenti, i capi delle nazioni dominano, fra voi non deve essere così. Il più grande deve servire al più piccolo. Chi si sente più grande deve essere servitore. E’ vero che nella vita ci sono i problemi, litighiamo, ma questo deve essere una cosa passeggera, perché nel cuore nostro deve esserci l’amore di servire l’altro, di essere al servizio dell’altro”. Per tale ragione “la Chiesa vuole che il vescovo faccia questo gesto tutti gli anni, una volta all’anno per imitare il gesto di Gesù e fare bene con l’esempio agli altri e a lui stesso”, sottolinea il Papa. “Il vescovo non è il più importane, il vescovo deve essere il più servitore. ognuno di noi deve essere servitore degli altri. Questa è la regola di Gesù e la regola del servizio: non dominare gli altri, non umiliare gli altri”.

La messa in “Coena Domini” è stata presieduta da Papa Francesco in concelebrazione con il sostituto della Segreteria di Stato vaticana, Edgar Pena Parra, e con il cappellano dell’istituto carcerario, don Franco Diamante. Prima di congedarsi dalla platea presente nel carcere di Velletri, il Papa riceve numerosi doni sul finire della celebrazione, molti dei quali prodotti dalle mani dei detenuti e dei gruppi di volontari che lavorano gli appezzamenti di terra afferenti la Casa Circondariale, terra che regala tanti frutti naturali elargiti da Dio.

Inoltre, in conclusione della messa, come previsto nel programma, sono stati rilasciati dei contributi personali, tramite la lettura di testi autonomamente stilati, uno di questi merita menzione, ossia quello della direttrice della stessa Casa Circondariale, Maria Donata Iannantuono, la quale oltre al lieto saluto accorato rivolto al Papa, legge il suo intervento, soffermandosi su alcuni punti che denotano una serie di problematicità interne all’istituto carcerario da lei diretto. La direttrice Iannantuono denuncia svariate problematiche contingenti, quali il “sovraffollamento” rispetto alla capienza massima della struttura carceraria, progettata per 411 posti, inoltre, “le limitate risorse a disposizione” e “la grave carenza del personale di polizia penitenziaria”, carenze che inficiano il buon funzionamento del sistema carcerario oltre a svilire l’opportunità di assicurare appieno e in modo generalizzato, l’assunzione in capo ad ogni detenuto dei fondamentali diritti garantiti costituzionalmente.

Francesco celebra la messa in “Coena Domini” nella Casa Circondariale di Velletri

 

Il Papa segue il rito del Giovedì Santo della lavanda dei piedi a 12 dei detenuti del carcere in provincia di Roma, ricalcando le orme e i gesti di Gesù che da Figlio di Dio si piegò a compiere questo gesto simbolico ai suoi discepoli per dare l’esempio di umiltà

di Monica Montanaro                                                                                      19 aprile 2019

Papa Francesco prosegue il suo cammino di Pontificato improntato al motto da lui coniato: “Una Chiesa povera per i poveri”, oppure: “Il prete deve sentire l’odore delle sue pecore”, emblematici del suo modo di rappresentare la sua carica di vescovo di Roma e non di Papa, troppo altisonante per Bergoglio, allo scopo di rimarcare il suo ruolo di parità con la gente comune. Anche in queste giornate particolarmente suggestive del periodo pre-pasquale, celebranti e commemoranti i momenti precedenti la crocifissione e morte del Signore Gesù, che sfociano alla fine nella sua resurrezione salvifica per tutto il genere umano, Francesco non si smentisce, e nel Triduo Santo si industria per mantenere costante la sua posizione di vescovo umile, organizzando nel Giovedì Santo per la quinta volta, la messa in “Coena Domini” in una delle carceri dell’hinterland romano. Infatti, cinque anni addietro il Papa inauguro questa tradizione nel carcere di Casal del Marmo, proseguendo con il carcere di Rebibbia, poi di Paliano, di Regina Coeli, per giungere all’anno attuale nel carcere, appunto, di Velletri sempre in provincia di Roma.

Il Papa, allora cardinale Jorge Mario Bergoglio, già praticava tale rito ai tempi del suo episcopato nella città di Buenos Aires, oggi lo ripete sempre con la medesima fede e con lo spirito di fratellanza, comunione con il prossimo, empatia con il fratello sofferente, solidarietà umana, volontà di aiutare e servire il più debole.

Dunque, Papa Francesco all’interno della Casa Circondariale di Velletri compie questo gesto clamoroso e pure così piccolo, che ripercorre e ricalca il cammino evangelico di Gesù di oltre duemila anni fa, appropinquandosi a lavare, asciugare e baciare i piedi di 12 detenuti che scontano la loro pena, un gesto sorprendente che desta nelle persone recluse, prestate al ruolo di apostoli per poco tempo, tanta  commozione nel veder un Papa chinarsi ai loro piedi per poi essere guardati negli occhi in profondità come se il Papa volesse risollevarli dalla loro condizione di miseria con uno solo sguardo intriso di pietà e misericordia. Nel momento della lavanda dei piedi ai detenuti, papa Francesco riferisce tali sue parole: “Un gesto da schiavi, Lui che era il Signore”.

I dodici detenuti a cui il Papa compie il rito santo pre-pasquale sono di diversa nazionalità, oltre i nove italiani, vi erano un marocchino, un ivoriano e un brasiliano, di differente età anagrafica, i quali si sono sentiti onorati di essere i destinatari e al contempo i protagonisti di questo importante rito di carattere religioso e spirituale, che ha scosso in loro una molteplicità di emozioni e pensieri di benevolenza.

Papa Francesco si è recato ieri nella Casa Circondariale della città di Velletri, situata in una zona periferica rispetto alla cittadina dei Castelli romani, intorno alle 16,30, qui si è celebrata la messa del Giovedì Santo nel salone-teatro adibito a cappella per l’occasione celebrativa. Nel carcere di Velletri scontano la pena 577 persone in vario stato di carcerazione detentiva, ma soltanto 250 di essi hanno potuto presenziare alla messa papale, per una questione di capienza della struttura. Il Papa non ha atteso nel pronunciare delle parole di saluto e di solidarietà umana anche per coloro che non erano presenti al momento della celebrazione e dell’incontro con lui, affermando: “Mi sento unito a tutti voi”.

Il Pontefice, dunque, include nella suo pensiero e nella sua preghiera, anche “coloro che non stanno qui”, il riferimento era diretto ai “fratelli più fragili che in carcere hanno perso la vita”  per indirizzare loro le preghiere di ognuno durante la celebrazione della messa.

Il Papa, come da sua consuetudine, ha predicato la sua omelia toccante completamente a braccio, improvvisando, senza attenersi ad un copione prestabilito di taglio formale, e preliminarmente ha voluto rivolgere dei ringraziamenti al gruppo di detenuti che hanno scritto, come forma di benvenuto per il suo arrivo, una lettera: “Hanno detto tante cose belle, ringrazio per quello che hanno scritto”, ha riferito compiaciuto Papa Francesco.

L’omelia del Papa ha avuto ad oggetto il tema del “servizio” riprendendo proprio il messaggio insito nel Vangelo e il significato intrinseco del gesto di profonda umiltà che Gesù compi al tempo all’indirizzo dei dodici apostoli, inginocchiandosi ai loro piedi per compiere il gesto simbolico della lavanda, rimasto nella storia del Cristianesimo e della Chiesa.

Le parole del Pontefice indugiano sugli aspetti salienti della vita e delle opere di Gesù proprio in tale fase storica prima della sua atroce morte: “Quello che ha fatto Gesù è interessante” apre Francesco, “Gesù aveva tutto il potere e poi incomincia a fare questo gesto di lavare i piedi. E’ un gesto che facevano gli schiavi. All’epoca non c’era l asfalto e la gente aveva la polvere quando arrivava in una casa, allora c’erano gli schiavi che lavavano i piedi”. Papa Francesco prosegue la sua omelia con estremo altruismo nel comunicare le sue parole, che trasudano fede poiché hanno al centro la figura di Gesù, con la volontà di innestarle nel cuore e nell’anima del suo pubblico, specialmente di coloro che hanno deviato dalla retta via, nella speranza di ricondurli sulla strada di Cristo. “Gesù si mette al loro livello”, continua il papa, “Lui che aveva tutto il potere, che era il Signore. Il Messia invita gli altri a fare lo stesso, servite l’un l’altro. Fratelli nel servizio, non nell’ambizione di chi domina l’altro, chi calpesta l’altro”.

Poi Papa Francesco, rievocando il messaggio espresso da Gesù nel Vangelo: “State attenti, i capi delle nazioni dominano, fra voi non deve essere così. Il più grande deve servire al più piccolo. Chi si sente più grande deve essere servitore. E’ vero che nella vita ci sono i problemi, litighiamo, ma questo deve essere una cosa passeggera, perché nel cuore nostro deve esserci l’amore di servire l’altro, di essere al servizio dell’altro”. Per tale ragione “la Chiesa vuole che il vescovo faccia questo gesto tutti gli anni, una volta all’anno per imitare il gesto di Gesù e fare bene con l’esempio agli altri e a lui stesso”, sottolinea il Papa. “Il vescovo non è il più importane, il vescovo deve essere il più servitore. ognuno di noi deve essere servitore degli altri. Questa è la regola di Gesù e la regola del servizio: non dominare gli altri, non umiliare gli altri”.

La messa in “Coena Domini” è stata presieduta da Papa Francesco in concelebrazione con il sostituto della Segreteria di Stato vaticana, Edgar Pena Parra, e con il cappellano dell’istituto carcerario, don Franco Diamante. Prima di congedarsi dalla platea presente nel carcere di Velletri, il Papa riceve numerosi doni sul finire della celebrazione, molti dei quali prodotti dalle mani dei detenuti e dei gruppi di volontari che lavorano gli appezzamenti di terra afferenti la Casa Circondariale, terra che regala tanti frutti naturali elargiti da Dio.

Inoltre, in conclusione della messa, come previsto nel programma, sono stati rilasciati dei contributi personali, tramite la lettura di testi autonomamente stilati, uno di questi merita menzione, ossia quello della direttrice della stessa Casa Circondariale, Maria Donata Iannantuono, la quale oltre al lieto saluto accorato rivolto al Papa, legge il suo intervento, soffermandosi su alcuni punti che denotano una serie di problematicità interne all’istituto carcerario da lei diretto. La direttrice Iannantuono denuncia svariate problematiche contingenti, quali il “sovraffollamento” rispetto alla capienza massima della struttura carceraria, progettata per 411 posti, inoltre, “le limitate risorse a disposizione” e “la grave carenza del personale di polizia penitenziaria”, carenze che inficiano il buon funzionamento del sistema carcerario oltre a svilire l’opportunità di assicurare appieno e in modo generalizzato, l’assunzione in capo ad ogni detenuto dei fondamentali diritti garantiti costituzionalmente.

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