Invertire la rotta è fattibile

Politica & Diritti

SPIGOLATURE  

di Renzo Balmelli  

UN PUNTO. Dopo il voto finlandese, il futuro dell’Europa appare un tantino meno fosco. Se fino a quel giorno la marea nera dell’estrema destra sembrava dominare la scena, ora ci si è resi conto che arginare l’inquietante deriva si può. All’opposto di Martin privato della cappa per un piccolo punto, a Helsinki col punto guadagnato dalla sinistra si è compiuto il primo passo per tenere a bada non solo in Finlandia, ma in tutto il Continente, i fantasmi che ne opprimono l’esistenza. Quel verdetto maturato in condizioni difficili segnala, pur senza enfatizzarne la portata, che invertire la rotta è fattibile se si creano le premesse per dare il via all’insurrezione morale, etica, culturale e mentale di cui si avverte l’assoluta necessità per non svendere l’Unione al primo avventuriero di passaggio. Affidarne le sorti a chi alza barriere di filo spinato, chiude i porti, sbeffeggia i migranti e deride la Resistenza sarebbe un azzardo più che rischioso, letale.

 LACRIME. “Mein Fuhrer, Paris brennt”. Parigi brucia. Avuta la notizia, il mostriciattolo di Berlino non smetteva di sghignazzare sotto i baffetti inseguendo la mostruosa, tetragona visione nibelungica del fuoco “purificatore” che scatenò l’orrore dell’olocausto. Ma quella risata sardonica gli morirà sulle labbra. Parigi, ferita e mai doma, non si piegò alla follia nazista, così come non si piega ora di fronte al rogo di Notre-Dame. Qualcosa però, a ottant’anni da quei malefici spropositi, torna a spaventare il pubblico: è lo sciacallaggio sul web, sinonimo di un malcostume che non si arresta nemmeno davanti al dramma e che dilaga in modo contagioso. Frasi tipo “Peccato. Era meglio l’Eliseo con dentro Macron” seguite da commenti non meno subdolamente allusivi mostrano fino a che punto è arrivato il degrado. In quegli sproloqui l’incendio diventa il ” falò di una cultura e del tramonto forse definitivo di una città e di una nazione” e di ciò che rappresentano per la nostra identità di europei al di sopra delle parti, qualunque sia la nostra nazionalità”. Nel diabolico sabba in cui si agitano i peggiori istinti, il riferimento a quanto che potrebbe succedere a fine maggio è più che evidente. In quel rogo terribile poteva sparire, oltre alla guglia carica di significati, anche l’idea universale dell’illuminismo che ci aiuta a essere uomini migliori nell’Europa che diventa sovranista. Poteva, ma non accadrà. Quella Chiesa così centrale nell’accompagnare il cammino dell’umanità, credente o no, tornerà al suo splendore e risorgerà come nelle pagine sublimi di Victor Hugo e del romanzo ad essa dedicato che segnò un’epoca. L’amore bello e travagliato tra due esseri tanto diversi è anche un atto amore per la cattedrale capace di provocare, tra le lacrime del mondo, un vasto movimento d’opinione e solidarietà che prelude alla rinascita di un simbolo che non può morire.

REALTÀ. Chi vede in televisione le immagini degli scontri che avvengono in Libia potrebbe avere l’impressione di assistere a una sorta di “war game”. Nulla di meno vero. Lungi dall’essere una “drôle de guerre”, quel conflitto è quanto di più drammatico e sanguinoso stia devastando la Cirenaica da quando le parti in causa hanno scelto di abbandonare la via del negoziato per lasciare la parola alle armi. Cercare di capire che cosa stia realmente accadendo nel ginepraio libico e su chi ricadano le responsabilità di una crisi che si trascina all’infinito senza mai trovare una soluzione è praticamente impossibile con le notizie che si contraddicono ogni giorno. Il Paese è ormai diventato il teatro di un giuoco di interessi pazzeschi che si consuma sulla pelle dei civili senza che nessuno sappia o voglia sciogliere il nodo che sempre più stringe alla gola la popolazione inerme e indifesa. La distorsione della realtà disseminata di vittime e sfollati in cerca di un approdo sicuro, rischia di incendiare l’intera regione in modo irreparabile.

 TRANSIZIONE. Africa così vicina, così lontana. Se la Libia piange, il Sudan certo non ride. Anzi soffre tanto quanto il vicino, se non di più, in uno scenario di guerra e di morte. Al pari di quanto accade a Tripoli, la situazione a Khartoum presenta un quadro politico alquanto complesso e convulso. Dai vari rapporti delle Organizzazioni umanitarie trapela uno scenario sconfortante che penalizza soprattutto i minori, figli di una guerra dimenticata e di soprusi indicibili. Adesso, dopo tanti sconvolgimenti, la caduta del regime trentennale di Omar al Bashir apre nuove prospettive. Il clima spietato e oppressivo che per decenni ha avvelenano i rapporti umani e le diverse situazioni di vita quotidiana in questa parte dell’inquieto continente africano forse è alle spalle. Da quando la popolazione ha finalmente aperto gli occhi esigendo dalla giunta militare una transizione civile immediata e in maniera incondizionata le condizioni potrebbero evolvere in meglio, a meno di sgradite interferenze di cui il Sudan, se saprà tornare padrone del suo destino, non ha nessun bisogno per crescere come merita. 

EQUILIBRIO. Con una battuta delle sue Andreotti sosteneva di amare talmente la Germania da volerne addirittura due. Peccato che non ci sia più. Sarebbe stato curioso sapere, lui che in Vaticano era di casa, che cosa ne pensasse a proposito della “vexata quaestio” sui due Papi, uno emerito, l’altro sul soglio di Pietro, rinata dopo il polverone sollevato dal controverso documento di Ratzinger sugli abusi sessuali nella Chiesa. Con tutto il rispetto, certo è che i due fronti sono ormai divisi da un invalicabile muro di Ratisbona reso ancora più delicato dalla non sempre idilliaca coabitazione tra Benedetto e Francesco all’interno di uno schema di reciproca vicinanza calibrato col misurino della felpata diplomazia cardinalizia. Ora resta da capire se il disagio sia legato solo alla discutibile scomunica del ’68 per spiegare l’origine dello scandalo legato alla pedofilia che in effetti risale a molti anni prima, oppure se le crepe nell’equilibrio della Chiesa siano invece da ricercare anche altrove, nell’incontro tra posizioni inconciliabili e tensioni latenti esplose proprio mentre si avvicina la Pasqua.