In ricordo di Vittorio Emanuele Orlando presidente del consiglio

Politica & Diritti

Il 28 ottobre 1917, Vittorio Emanuele III re d’Italia, convocava al Quirinale Vittorio Emanuele Orlando per conferirgli l’incarico di presidente del consiglio in sostituzione di Paolo Boselli considerato non all’altezza del drammatico momento che l’Italia in guerra stava vivendo. Per Orlando, che il 30 ottobre successivo, proprio cent’anni fa, riceveva la fiducia del Parlamento, si trattava del coronamento di un cursus honorum politico iniziato nel lontano 1897 quando ancora in Sicilia si sentivano i postumi della grave crisi determinata dalla repressione dei Fasci Siciliani che aveva segnato il tramonto della leadership crispina. Orlando, proprio nel ‘97, era stato eletto nel partito di Di Rudinì che aveva trionfato in quella competizione elettorale. Il giovane deputato siciliano portava in Parlamento la sua eccezionale competenza tecnica – era ormai conosciuto come uno dei più grandi giuristi e fondatore della scuola giuspubblicistica italiana, una condizione che ne aveva fatto, fin dai suoi primi passi, un riferimento certo della politica nazionale. In Parlamento, pur in posizione autonoma, ebbe come  riferimenti Zanardelli e Giolitti anche se rifiutò intruppamenti e posizioni rigide. Questa posizione “morbida” gli permise, senza rinnegare i principi che lo animavano, di collaborare, nell’interesse superiore del Paese, anche con governi di chiara impostazione conservatrice come quello guidato da Antonio Salandra di cui fu ministro di Grazia e giustizia. Nello scontro fra “interventisti” e “neutralisti”, che maturò alla vigilia della prima guerra mondiale, dissociandosi da Giolitti fu a favore dell’intervento anche se non accettò la demonizzazione di quanti manifestavano opposizione o perplessità circa l’entrata in guerra.

Nel ministero Boselli, che era succeduto a Salandra, fu incaricato del ministero degli Interni, ruolo particolarmente delicato in tempo di guerra in quanto implicava la responsabilità del cosiddetto “fronte interno”. Il fronte interno era tradizionalmente concepito come quello nel quale sarebbero potute maturare turbative del clima sociale che potevano avere riflessi negativi sul piano militare. Orlando, contraddicendo questa tradizione che lo relegava ad un ruolo di controllo della sicurezza del Paese ma integrò quest’azione con forti interventi diretti a sostenere le vittime della guerra attraverso, soprattutto, forti interventi assistenziali. Inoltre, si oppose con fermezza al tentativo dei comandi militari, soprattutto del comandante supremo Cadorna, di invadere la vita civile, ciò che avrebbe determinato un grave pericolo per l’ordine democratico. Da presidente del consiglio, dovette rimettere in sesto, soprattutto sul piano morale, il Paese dopo la sconfitta di Caporetto.

A lui si deve l’esautoramento di Cadorna e la sua sostituzione con il generale Armando Diaz. Fu uno dei quattro grandi che si incontrarono a Versailles per trattare la pace dopo la sconfitta degli austro tedeschi. In quell’occasione, i forti contrasti con il suo ministro degli esteri Sonnino, il quale contro ogni razionale realismo pretendeva che l’intera Dalmazia venisse assegnata all’Italia, resero la posizione italiana debole con il risultato che le pretese risarcitorie italiane furono clamorosamente mortificate alimentando il mito della cosiddetta “vittoria mutilata”.

In quell’occasione, per protesta, Vittorio Emanuele Orlando abbandonò i lavori. Nell’ottobre del ’19, il presidente della Vittoria, come era stato definito, si dimise da Capo del governo per assumere, sempre più, il ruolo di padre nobile dell’Italia liberale. Come molti liberali del tempo, a cominciare da Benedetto Croce, quando si manifestò il fascismo, favorito dal clima quasi rivoluzionario che contraddistinse l’Italia del primo dopoguerra, non ebbe subito la chiara percezione della carica eversiva rispetto all’ordine democratico per cui la sua posizione fu apparentemente ambigua. L’equivoco venne chiarito dopo il delitto Matteotti quando, dopo un debole tentativo di contrapporsi facendo leva sulla sua autorevolezza, si ritirò dall’agone politico assumendo una posizione critica impegnandosi soprattutto negli studi e nella attività professionale. Alla caduta del fascismo, fu nominato dal Bonomi presidente della Camera dei deputati, chiamato a far parte della Consulta nazionale prima ed eletto, poi, all’Assemblea costituente, come altri grandi liberali, lui monarchico, diede il suo contributo all’iniziale costruzione del nuovo Stato repubblicano mostrando molte riserve nei confronti della nuova leadership democristiane.

Proprio il peso di quelle riserve, criticò in modo plateale il comportamento di De Gasperi alla conferenza di pace non tenendo conto della diversa condizione in cui si svolgeva quel consesso rispetto a quello cui aveva partecipato lui da presidente del consiglio, fu decisivo nel tagliargli la strada per il Quirinale. Al suo posto fu, infatti, eletto capo provvisorio dello Stato Enrico De Nicola. Fra le sue ultime battaglie parlamentari si annovera quella contro la cosiddetta legge truffa. Morì il 1° dicembre 1952.