Tramutola: una piccola Ginevra

Politica & Diritti

BASILICATA – Si concludeva con un insulto, il rapporto secolare tra il barone di Tramutola, Abate di Cava, e gli abitanti del feudo. E’ una fine umiliante, riprovevole, offensiva, consumata e decretata con un atto arrogante. Le parole scritte sono pietre e con le pietre si costruiscono monumenti e non ci sono giustificazioni che possono affievolire l’amarezza che hanno generato quelle parole, disdicevoli, trasmesse in una lettera, dal barone di Tramutola, Abate Carlo Mazzacane: Tramutola una piccola Ginevra.

Ma veniamo ai fatti.

Il Ministro di Carlo III di Borbone (1734-1759), il celebre Tanucci (1) prese di mira le giurisdizioni baronali, per rafforzare l’autorità dello Stato. La lotta contro la nobiltà retrograda e il clero legato ad antichi pregiudizi, aveva come obiettivo d’allargare il potere del sovrano e manomettere gli antichi diritti della Chiesa. L’intervento del Tanucci, venne ideato introducendo novità nella gerarchia della Chiesa. Il Tanucci mirava al sovvertimento d’ogni ben fondato principio, preparando gradatamente gli spiriti alle idee giacobini, che dovevano poi arrivare dalla rivoluzione francese. Si può tranquillamente affermare che l’azione del Tanucci fu un’azione di preparazione, suo malgrado, alle azioni di rivolta.

Approfittando, appunto, di queste idee nel 1776, un avvocato di Cava dei Tirreni, Tommaso Galise, avanzò presso la Regia Camera, un esposto con il quale intendeva dimostrare che i monaci della Badia di Cava non erano i veri e legittimi eredi di quei monaci cui erano state fatte le donazioni da re Normanni e dagli Imperatori Svevi(2) e che pertanto tutti i diritti, possessioni, pertinenze e feudi vantati dalla Badia, dovevano considerarsi come appartenenti al fisco sotto il cui potere erano caduti con lo sparire dei legittimi padroni: l’Ordo Cavensis.

Appena a Tramutola si ebbe sentore di tale questione, sollevata dall’avvocato di Cava, gli scontenti si risvegliarono e, capitanati dal dottore fisico Michele Falvella, già noto per liti clamorose contro il Vicario baronale di Tramutola, oltre a rinnovare le solite proteste per i forni ed i mulini, sulla scia del Galise, tentarono di “svellere” sin dalle radici i diritti abbaziali, sostenendo essere stati falsificati i privilegi del conte Silvestro e del conte Guglielmo di Marsico, dai re Normanni e da Federico II Imperatore, concessi all’Abate di Cava su Tramutola.

La Badia di Cava affidò la difesa dei suoi diritti al dotto giureconsulto e profondo storico, Domenico Ventimiglia(3), il quale riportò completa vittoria, sicché Ferdinando IV confermò pienamente tutti i diritti, privilegi e giurisdizioni dell’Abate. Però il Re, sembrandogli gravoso il diritto dei forni, già abolito nei feudi della Camera, insistette presso l’Abate perché lo abolisse o almeno lo riducesse. L’Abate, in rispetto alla volontà reale, rinunziò a favore dell’Università di Tramutola, per un canone annuo di ducati 150. Tutto ciò fu approvato dal Re il 18 settembre 1795.

Nel mese di giugno 1797, dovendo tale decisione essere pubblicata in Tramutola, cioè che in sostituzione dei diritti sui forni, sui quali per volere sovrano l’abate fu costretto a rinunciare, l’Università di Tramutola doveva corrispondere alla Badia di Cava un canone annuo di 150 ducati. Fu proprio questa contropartita ad inasprire gli animi della popolazione tramutolese, provocando i tumulti che sfociarono in una sommossa contro il vicario dell’abate che venne malmenato e lo stesso abate, Tommaso Capomazza (1793-1801), in visita pastorale venne minacciato e insultato nel Palazzo della corte baronale (attuale casa Fiatarone). Il tumulto fu, dopo alcune ore, domato e gli autori furono arrestati e puniti. All’abate Tommaso Capomazza gli successe Carlo Mazzacane di Omignano (1801-1824) il quale ricordando i moti di Tramutola del 1797, definì Tramutola una piccola Ginevra, alludendo alla grande Ginevra di Giovanni Calvino e, fino all’eversione della feudalità, non fece visite pastorali in Tramutola. Carlo Mazzacane, con l’intento di condanna, definì Tramutola una piccola Ginevra, città questa calvinista per antonomasia, città protestante. Una città enigmatica, Ginevra, in cui convivono alta finanza, modernismo, origine celtiche, società iniziatiche e antiche tradizioni. Ancora oggi a Ginevra è palpabile il fastidio nei confronti del cattolicesimo. Sui giornali locali quasi ogni numero recano un riferimento alle stragi compiute dal Papato nei confronti dei “riformisti”, i protestanti. Rivela fatti del passato che non sono stati ancora completamente metabolizzati e che non devono essere dimenticati. Ginevra, terra laica, il filosofo Jean-Jacques Rousseau la ipotizzava come una confederazione di popoli garante di una pace perpetua.

Tramutola una piccola Ginevra, espressione che mette in luce le colpe storiche della Chiesa cattolica, in particolare riguardo all’intolleranza religiosa, perché nel seno di Tramutola si annidavano gli spiriti del protestantesimo e dell’illuminismo che nella seconda metà del settecento penetravano per tutta Europa e che quindi erano entrati anche in Tramutola. Infatti, nelle biblioteche delle persone colte di Tramutola si potevano trovare le opere degli enciclopedisti francesi(4) che portarono i principi della rivoluzione francese anche a Tramutola. Inoltre, durante il seicento e nel settecento vi fu una numerosa immigrazione di calabresi che esercitavano alcuni mestieri, tra i quali i Calderai. Sicuramente tra gli immigrati calabresi dovettero infiltrarsi elementi delle colonie Valdesi di Calabria, scampati al massacro del 1561. Infatti, alcuni Valdesi calabresi scampati al massacro si rifugiarono a Ginevra dove studiarono all’Accademia di Calvino. Molti furono rinchiusi nelle carceri del castello di Montalto, mentre proseguiva la caccia agli sbandati. Dei superstiti, alcune centinaia furono inviati al confine e i rimanenti, dopo l’abiura, furono lasciati liberi. Altri fuoriusciti si unirono alle bande dei briganti che operavano nelle vicine montagne. Gli infiltrati Valdesi che giunsero in Tramutola, con l’esercizio dei mestieri, erano a contatto con il popolo e quindi andavano diffondendo i loro principi ortodossi.

Sia delle idee protestanti che di quelle giacobine, se ne ebbe una prima prova nel giugno 1797(5), come riportato innanzi, quando ad opera di alcuni giovani studenti fu suscitato un tumulto popolare contro il Vicario Abbaziale e contro l’Abate stesso, Tommaso Capomazza, che si trovava in visita pastorale.

Quando Ferdinando IV di Borbone, comincia ad avere un atteggiamento antifrancese e antigiacobino, scoppia la miccia che fa incendiare i cuori dei giovani di tutto il regno di Napoli. Così il 23 gennaio 1799, si ebbe il capovolgimento della monarchia borbonica e venne inaugurata la repubblica partenopea. In Tramutola furono piantati due alberi della libertà(6).

Con la restaurazione della monarchia borbonica, ad opera del cardinale Ruffo, in tutti i centri del regno di Napoli, furono lasciati strascichi di rancore, odi e vendette che a Tramutola peggiorarono i rapporti tra il popolo tramutolese e il Vicario Abbaziale. Poi, ritornati i francesi ai tempi di Napoleone, nel 1806, essendo stata abolita la feudalità, all’Abate rimase soltanto la giurisdizione spirituale. Il Vicario Abbaziale, dopo un pò, dovette ritirarsi a Cava e il Palazzo Abbaziale di Tramutola(7) che per secoli era stato il centro della vita civile del nostro paese, rimase abbandonato. Con l’avvento di Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Murat, tutti i beni della Chiesa furono confiscati. Poi, tramontato il periodo napoleonico ed avvenuta di nuovo la restaurazione borbonica, cominciarono ad organizzarsi le società segrete, specialmente quella dei “carbonari” che aprirono rivendite anche a Tramutola, diffondendo idee, massime e principi inneggiando al patriottismo.

(1) cfr. mio articolo sul blog “Moti tramutolesi del 1797 e 1799”.

(2) argomento trattato nei capitoli precedenti 8-9-10.

(3) D. Ventimiglia-Difesa Storico Diplomatica su Tramutola 1801.

(4) LA MADONNA DEI MIRACOLI; Edito a cura del Comitato Pro Centenario – Tramutola – Tipografia S.C.O.T. Via Farini N° 33 – Bagnocavallo (Ravenna)

(5) cfr. mio articolo sul blog “Moti tramutolesi del 1797 e 1799”.

(6) cfr. mio articolo sul blog “Moti tramutolesi del 1797 e 1799”.

(7) cfr. Vincenzo Petrocelli I beni culturali di Tramutola IL PALAZZO ABBAZIALE finito di stampare luglio 2007,Tipolitografia Centro Grafico di Rocco Castrignano Anzi (PZ).