Il passato mi ha rivelato la struttura del futuro

Politica & Diritti

Da Pierre Teihard de Chardin ad Alfredo Cattabiani nella ricerca di don Cosimo Occhibianco  nel convegno di Grottaglie
PIERFRANCO BRUNI*
Il passato mi ha rivelato la struttura del futuro”. È un concetto forte di Pierre Teilhard de Chardin, del quale Cosimo Occhibianco conosceva attentamente il suo pensiero, perché la sua laurea in filosofia era stata dedicata proprio a questo pensatore nato nel 1881 e morto nel 1955. infatti, alla base del suo ricercare c’è l’idea del legame tra passato e futuro. Nella ricerca di don Cosimo Occhibianco si possono individuare almeno tre percorsi che hanno caratterizzato il suo essere etno-antropologo, etno-linguista ed etno-tradizionalista (nel senso di ricercatore delle tradizioni, ovvero della Tradizione di una comunità.
Don Cosimo Occhibianco studia la parola nel suo incipit e nelle sue metamorfosi catturando quelle radici che sono alla base di un lessico e di una sintassi prettamente popolari (il concetto di “popolare” non ha una versione gramsciana, piuttosto demartiniana. La lingua italiana, infatti, nasce dal ceppo di una cultura popolare, le cui radici, in questo caso preciso, sono greco – latine. Bisogna fare attenzione, però, a non intrecciare cultura e lingua. La cultura popolare contiene, certamente, anche la lingua, ma include, in modo articolato, dei modelli in cui la tradizione dei costumi, dei riti e della centralità dell’uomo costituiscono un importante punto di riferimento tra antropos ed etnos.
La linguistica è (ha) una filologia della parola (o delle parole), che nasce dall’oralità, la quale ha origine nella poesia, nei “linguaggi” che hanno una struttura poetica. Sia il linguaggio popolare, che quello cosiddetto colto (o elitario, come direbbe una certa antropologia strutturalista e marxista, che qui non mi riguarda, dopo gli studi avanzati di natura eliadiana) nascono dal ceppo poetico, ovvero dalla musicalità, dalla liricità, dal ritmo. Il tutto sostenuto da una eredità filologica greca.
Cosimo Occhibianco inizia, infatti, la sua attività di ricerca sulla lingua, e sulla funzione etnolinguistica, ri-prendendo il viaggio  dalla poesia, ovvero dalla ricerca del lessico poetico. La poesia non ha bisogno di una costruzione grammaticale o sintattica iniziale, diventa un fatto sillabico, sulla base della frammentazione orfica. È musica, di conseguenza è possibile avvalersi anche di termini e concetti che esulano la forma sintattica pura o quella grammaticale già esistente e crea il “meticciato” della “sillabazione” onirica del ricordare.Ciò che interessa nella poesia, soprattutto in quella definita “in vernacolo”, è la musicalità, il ritmo aventi una finalità anche etica. Quindi il tutto è definito con l’obiettivo di una descrizione, di una visione morale del detto poetico stesso. Ogni poesia in vernacolo, recuperata in forma orale o testuale, ha questa schermatura. Si pensi alla poesia di Vincenzo Padula, anzi di don Vincenzo l’acrese, (al quale si affida involontariamente proprio nel tocco della ironia), nella quale viene impiegato un linguaggio ritmico, musicale che pone sempre un messaggio come fondamento. In seguito la poesia italiana ha cercato di restare nei limiti della musicalità, senza porsi il problema di un risultato allegorico, di etica o di moralità. Ma questo è un altro discorso.
Nella sua ricerca, don Cosimo ha posto come perno centrale il linguaggio poetico, trasformatosi poi in un linguaggio in cui i motti, i detti, le barzellette, i racconti, le leggende hanno contraddistinto il suo itinerario fino a interessare la struttura dei calendari che si definisce in una dimensione in cui il “motto” e il “detto” rappresentano la derivazione di un messaggio vero e proprio. È in questa fase che nasce l’incontro importante con i costumi e le tradizioni che lo condurranno dall’etnolinguistica all’etnoantropologia.
Una visione  che mira a riscoprire le tradizioni del mondo contadino, oltre che la lingua;
a riscoprire la musealizzazione del mondo contadino senza renderla musealizzabile soltanto come testimonianza antica;
a dare voce a questa muesealizzazione del mondo contadino, non dimenticando che, all’interno di questo bagaglio, c’è una ricerca che riguarda anche la descrizione delle strutture, come la “Colleggiata”.
Strutture che entrano in uno spirito di distinzione tra ciò che è bene immateriale e bene materiale. Il suo lavoro sulla “Collegiata” è una ricerca su un bene materiale che intreccia il materiale con l’immateriale.
Questo intrecciare il concetto di bene immateriale con il bene materiale diventa un unicum che è espressione di un vero e proprio concetto di bene culturale. I suoi testi hanno una “fisiognomica” che tocca il dialetto puro con le contaminazioni e lo stesso dialetto diventa costantemente un c’era una volta che è una ripetizione quasi pavesiana. D’altronde uno dei ricercatori che nelle sue bibliografie compare è Alberto Mario Cirese oltre a Rainer Bigalke, Gerhard Rohls e addirittura Alfredo Cattabiani. Proprio a Cattabiani (compianto amico di tanti studi insieme a Francesco Grisi) deve molto per la “impalcatura” dei Calendari. Dietro la formazione di Occhibianco non c’è soltanto un sostegno classico e popolare. Ci sono presenze di una antropologia moderna che legano la ricerca alla percezione letteraria.

Senza questa anche l’uso del dialetto come lingua del “folclore” non avrebbe avuto senso negli scritti di Don Cosimo.
Proprio come Mibac e Area Demoetnoantropologica stiamo portando avanti un progetto consistente sul legame tra Tradizione e Memoria nel contesto della Magna Grecia. Un contesto che deve, e gli studi su Don Cosimo testimoniano ciò, formalizzare il rapporto tra lingua e linguaggi nella temperie pre Unità d’Italia in una visione Calabro – Lucana – Salentina. Nella lettura di salentinità si innervano la ionicità vera e propria e la Messapia in un insieme che ha dato vita alla costruzione della Archeologia della parola che diventa demo-etno-antropologia. Don Cosimo è un archeologo della parola!

Credo che questo sia il dato effettivo al di là della riscoperta delle sue radici della “grottagliesità”. Se non si parte da questo presupposto teorico diventa difficile poter inserire uno studioso come don Cosimo Occhibianco in una griglia che è antropologicamente comparabile con l’antropologia moderna. Don Cosimo è dentro l’antropologia moderna proprio attraverso questi canali. È tra la visone di un Lombardi Satriani e di un Tullio De Mauro. Quindi si riscopre la propria appartenenza per portarla in un confronto dialettico con le appartenenze e le eredità di tutto il meridione. Un punto centrale sul quale bisogna puntare l’attenzione per non affidarlo soltanto agli studi di storia patria. Ha raccontato le storie come faceva Carlo Levi. Ciò che si usava chiamare la storia!
La Giornata Internazionale della Lingua Madre a Grottaglie dedicata a don Cosimo Occhibianco  – 21 Febbraio 2019  – Mibac SabapLe Istituti Scolastici De Amicis Liceo Moscati di Grottaglie e Istituto Casalini di San Marzano – Teatro Monticello ore 18.00. Un evento straordinario che apre un nuovo viaggio negli studi demo-etno-antropologici di uno studioso che non ha mai smarrito le sue eredità.

*Mibac – Responsabile Demoetnoantropologia SabapLe e Responsabile Progetto Etnie – Letterature del Mibac