Voci nell’oblio della memoria – eccidio della divisione acqui”

Politica & Diritti

Convenium “voci nell’oblio della memoria – eccidio della divisione acqui” – mostra “vite trucidate”

CASAMASSIMA (Ba) – Più conosciamo la nostra storia e quella degli altri, più tessiamo dei legami con l’Umanità. PER NON DIMENTICARE. Si è tenuto a Casamassima il 9 febbraio 2019,  presso la Sede ANSI, il Convegno “Voci nell’Oblio della Memoria, Eccidio della Divisione “ACQUI” e l’inaugurazione della Mostra “VITE TRUCIDATE” dedicata a quei ragazzi della ACQUI che si immolarono all’insegna della dolorosa e faticosa conquista della Libertà,  sacrificando se stessi.

Settantasei anni fa si consumava il brutale massacro compiuto dai tedeschi all’isola di Cefalonia e Corfù. Nella mostra curata dal Presidente ANCR Sez. di Casamassima, Vitoronzo PASTORE,  sono esposte diverse corrispondenze dal fronte e dai Campi di concentramento, tratte dalla sua collezione personale.

E’ stato arduo, nell’allestimento della mostra, afferma Pastore, aver dovuto selezionare tra le numerose testimonianze inedite di importanza storica di trucidati e reduci, corrispondenze e manoscritti. La novità assoluta della mostra, l’esposizione in copia del documento,  in possesso dell’autore, di Attestazione Giurata che probabilmente è stata atto probatorio nel Processo di Norimberga, inoltre,  le cartoline dei singoli  Acquini, medagliati al Valor Militare e i Militari di truppa.

All’evento organizzato da ANCR Sez. di Casamassima in collaborazione con ANSI Sez. di Casamassima e il Club per l’UNESCO di Bisceglie; sono intervenuti  il Gen. Francesco BRUNO, Comandante della Brigata Pinerolo, il Ten. Coll. Michele MIULLI  dell’Arma dei Carabinieri Reggimento “Puglia”, 1° Lgt Stefano PIATTI  della Brigata Pinerolo, il Vice Presidente ANSI Sez. di Casamassima Aniello ROMANO, il Ten. Coll. Donato MARASCO, Dirigente del Sacrario Militare dei Caduti d’Oltremare di Bari, il Dott. Gaetano RUOCCO Consigliere Naz. ANSI e Segretario Federale Combattenti e Reduci, l’Avv Fabio ZEPPOLA, l’Avv. Sandro SAVINA Segretario ANMI di Lecce, l’Arch. Antonio PASTORE Presidente della Pro Loco di Casamassima, e il Dr Michael BARBIERI Consigliere Comune di Casamassima in sostituzione dell’Assessore alla Cultura Arch. Azzurra ACCIANI. Erano presenti studiosi provenienti da Lecce, Turi, Barletta, Napoli, Bari, Bisceglie e cittadini  Casamassimesi.

Il Convegno è stato introdotto dal Presidente Club per l’UNESCO di Bisceglie, Pina CATINO che ha sottolineato come l’UNESCO riconosce agli Storici Scrittori, il ruolo fondamentale  per la promozione di un’educazione-istruzione-formazione di qualità verso la Cultura della Pace. Commemorare le vittime è un dovere… diventiamo cosi attori della memoria attiva; memoria che è rivolta al futuro e impegnata per la dignità di ogni singolo essere umano, come fondamento di pace… a seguire  il prof. Graziano LEUCI, Membro del Club di Bisceglie ha letto il Preambolo dell’Atto Costitutivo UNESCO, che chiarisce con efficacia il ruolo e la dimensione etica dell’UNESCO e dei Club che sono nati dall’immensa aspirazione alla pace, cresciuta in seguito alle drammatiche esperienze di guerra del secolo scorso.

“Vorrei essere una rondinella e venirvi a trovare” scriveva un ragazzo della “Acqui” ai suoi genitori, con queste parole Vitoronzo Pastore, anche autore del libro Il Massacro della Divisione Acqui, 1939-1943, pubblicato nel 2013 da SUMA Editore,  ha salutato  le Autorità militari e civili e tutti gli Ospiti presenti.

Gli interventi:

Il Gen. Francesco BRUNO, Comandante della Brigata Pinerolo: dopo compiacimento del materiale espositivo, ha sottolineato l’importanza della Memoria e il Ricordo degli Eccidi del passato, tutto sia monito a mai più ripetersi, soprattutto che la Memoria sia fondazione per i giovani di oggi e delle future generazione, per un futuro di Pace per l’Umanità.

Il Ten. Colonnello Cav. Dr. Michele MIULLI, ufficiale nei carabinieri:

Due sono stati i momenti terribili che hanno consentito di annientare la Divisione “Acqui”: quello bellico del settembre 1943 e quello della guerra fredda.

Sul piano militare, avendo accertato prove inconfutabili di un probabile tradimento dell’Italia con la sottoscrizione di un armistizio con gli Alleati, già dal giugno 1943 il dittatore Hitler e la fidata Wehrmacht avevano preparato – sin nei minimi dettagli – l’operazione “Achse” per l’occupazione dell’Italia e di tutti quei territori ove erano dislocati i militari italiani, nell’Europa Sud-Orientale e nella Francia meridionale. L’invasione doveva essere accompagnata dall’immediata smilitarizzazione delle Forze Armate e la deportazione in massa dei militari italiani. In attesa dell’annuncio dell’armistizio, nel precedente mese di giugno fu costituito uno Stato Maggiore Operativo tedesco in Atene presso il Comando dell’11ª Armata Italiana, mettendola alle dirette dipendenze del Comandante Superiore Sud-Est tedesco, Generale Gyldenfeldt.  Non solo, sul suolo italiano i tedeschi inviarono ben quattro Comandi di Corpo d’Armata, 17 Divisioni, moltissime Unità di Supporto Logistico e decine di Reggimenti e Battaglioni. Il 30 agosto erano tutti operativi e  pronti ad occupare l’Italia e i territori gestiti dalle Forze Armate Italiane.  Di contro i Comandi Militari Italiani non avevano preparato contromisure da adottare in caso di aggressioni da parte delle forze tedesche. I singoli comandanti furono lasciati nella più totale confusione ed incertezza. Questo causò un fatale ritardo nel prendere le decisioni più opportune, poiché il Comando Supremo Italiano e lo Stato Maggiore dell’Esercito non diramarono inequivocabilmente l’ordine di considerare i tedeschi “nemici”. L’08 settembre 1943, all’annuncio dell’armistizio, scattò il piano “Achse” e le truppe tedesche accrebbero la loro mobilità per impadronirsi di tutte le armi italiane, di tutti gli automezzi, delle scorte di munizioni e carburanti, degli animali da traino e di tutta la logistica. I militari italiani, non appena disarmati, divennero “internati militari” senza le tutele derivanti dagli accordi internazionali sui prigionieri di guerra e senza nemmeno il sostegno della Croce Rossa Internazionale.

A Cefalonia è da rivalutare il comportamento del Generale Gandin, il quale prese qualche giorno di tempo, attuando anche una specie di referendum tra i militari, per decidere se arrendersi e cedere le armi o combattere i tedeschi. Vinse lo zoccolo duro dei militari italiani agli ordini del Capitano Pampaloni ed altri ufficiali, assieme ai carabinieri del 7° Battaglione, che volevano la resistenza ad oltranza. La battaglia scoppiò il 13 settembre e dieci giorni dopo furono completamente sopraffatti dai tedeschi: 1300 caduti nei combattimenti, molti dei quali falcidiati dagli Stuka; altri 6000 furono trucidati con assassinii e fucilazioni dalla Wehrmacht, tra cui  tutti gli ufficiali (alla Casetta rossa) e il comandante Gandin. Altri 3000 circa perirono nelle stive delle navi affondate dalle mine, durante il trasporto al Pireo.

Il P.M. del processo di Norimberga dichiarò che: “a Cefalonia i militari tedeschi, applicando con triste zelo un ordine proveniente da Berlino, compirono una delle azioni più arbitrarie e disonorevoli nella lunga storia del conflitto armato”.

Per la strage della Divisione “Acqui” a Cefalonia il generale tedesco Hubert Lanz, comandante del XXII Corpo d’Armata  e membro del Comando Supremo  del settore Sud-Est europeo e dei Balcani, fu condannato il 19 febbraio 1948 da un tribunale militare americano a dodici anni di prigione. Ne scontò solo tre.

Sul piano politico-giudiziario, nel dopoguerra, lo Stato Italiano nel 1956 assunse la decisione di non presentare alcuna richiesta  di estradizione alla Germania  dei presunti colpevoli dell’eccidio di Cefalonia.

Un insabbiamento che, seppure censurabile e scandaloso, rispondeva alla necessità politica di non imbarazzare e indebolire la neonata Repubblica Federale di Germania, quale fondamentale baluardo dell’Alleanza Atlantica e della Nato.

Sulla cortina di ferro e nella guerra fredda, la ragion di stato prevalse come opportunità politica ed insabbiò la bruciante verità dell’eccidio.

In una storica  intervista  l’ex senatore a vita Paolo E. Taviani confermò questo dato infamante, che continuò col trattato di Osimo che vide la definitiva perdita dei territori dell’Istria, della Dalmazia e parte della Venezia Giulia, con la diaspora  di centinaia di migliaia di italiani, costretti a diventare esuli.

Ci consoliamo ripensando ai fatti drammatici di Cefalonia come ad un insieme di eventi emblematici, difficili e gloriosi della nostra storia. Soprattutto pensando ai martiri che, nell’attimo del trapasso, seppero rivolgere un ultimo pensiero ai loro cari e alla Patria, meritando l’onore del ricordo e la gloria eterna.

Il Ten. Colonnello Donato MARASCO, Dirigente del Sacrario Militare dei Caduti d’Oltremare di Bari:

ha ricordato che al Sacrario vi sono oltre 40.000 ignoti provenienti dai Balcani, dalla Grecia e isole dell’Egeo, dall’Africa Settentrrionale e Orientale e in questi ultimi anni anche quei soldati periti nei Campi di concentramento o di lavoro istituiti dopo l’8 settembre 1943 nel territorio della ex Repubblica Democratica Tedesca. Della Divisione ACQUI vi sono le spoglie di 149 noti, e un  numero di non noti. Il ricordo di tutti vivrà in eterno.

L’intervento dell’avvocato Fabio ZEPPOLA esperto in diritto amministrativo, cultore della materia e autore di numerosi studi. Collabora con riviste scientifiche ed amministrative. Esercita la libera professione a Lecce e Roma.

Ristori e risarcimenti

Il 17 settembre 1943, la Germania aveva beffato una prima volta i ”prigionieri di guerra” italiani, catturati dopo l’8 settembre, declassandoli a “internati militari” (IMI), senza tutele internazionali e assistenza della Croce Rossa. Dopo più di mezzo secolo, la Germania post nazista, nostro partner nella NATO e in Europa, li ha beffati di nuovo!

Il 12 agosto 2000, il governo tedesco istituì la “FondazioneMemoria, Responsabilità e Futuro”, che stanziò 10 miliardi di marchi per risarcire gli “schiavi di Hitler”, in particolare quelli dell’Europa Orientale e i deportati in KZ ed escludendo i “prigionieri di guerra”,  già obbligati al lavoro dalle Convenzioni e sotto tutele. L’indennizzo per ogni schiavo vivente, era di 2500 DM per il lavoro nell’agricoltura e 7500 D.M. nell’ industria,

Gli IMI, furono illusi, invitati a presentare tramite l’OIM, le loro domande d’indennizzo, compilando un modulo di ben 8 pagine (!), di non facile documentazione dopo mezzo secolo e da presentare entro il 31 dicembre 2001, benché fossero già discriminati a priori, in quanto riclassificati pretestuosamente e con un falso storico, “prigionieri di guerra” (benché non dichiarata e senza  tutele internazionali e della Croce Rossa). Se poi erano stati trattati in deroga alle convenzioni e ai diritti umani, ciò non mutava il loro status ma era colpa non della Germania ma di un criminale, tale Adolfo Hitler!

Presentarono domanda d’indennizzo 110.000 IMI superstiti, 7.000 internati civili, 2050 deportati in KZ e 320 internati di origine slava, ma ne furono accolte dolo 3000!

2004 marzo – La Suprema Corte di Cassazione italiana ammette cause di risarcimento danno davanti ai Tribunali italiani, non riconoscendo l’immunità dello Stato Tedesco

2004 28 giugno – La Corte Costituzionale Federale tedesca conferma che gli IMI sono prigionieri di guerra, anche se civilizzati nel 1944

2012 la Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja, ha ritenuto la Germania – come tutti gli altri Paesi – immune dalla giurisprudenza internazionale per quanto riguarda crimini di guerra e quelli contro l’umanità

2014 La sentenza della Corte Costituzionale n. 238/2014, del 22.10.2014 ha accolto in gran parte le questioni di legittimità sollevate con varie ordinanze dal tribunale di Firenze, dichiarando la illegittimità costituzionale dell’art. 3 della legge n. 5 del 2013, che prevedeva l’adeguamento, in Italia, alle decisioni adottate dalla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia, che aveva negato la possibilità di agire nei confronti della Germania per i crimini di guerra commessi dal Terzo Reich (stragi, trattamenti inflitti agli IMI, etc)

2015 luglio – Il Tribunale di Firenze accoglie due richieste di risarcimento di sopravvissuti da campi di concentramento

Il risarcimento del danno non patrimoniale ai deportati nei campi di concentramento nazisti 

Con due sentenze (n. 2468 e 2469 del 06.07.2015) arrivate al termine di un tortuoso iter giudiziario, passato anche per una rimessione alla Corte Costituzionale, il Tribunale di Firenze ha accolto la domanda di risarcimento del danno non patrimoniale da parte di due sopravvissuti ai campi di concentramento nazisti.

Gli attori, infatti, allegavano di essere stati catturati in Italia dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 e, dopo un trasferimento via treno, condotti nei campi di prigionia di Buchenwald e Mathausen, ove venivano liberati dagli Alleati nel giugno del 1945.

E’ facile intuire i numerosi aspetti di diritto processuale, anche internazionale, toccati dalle sentenze in esame. In primis, le questioni relative alla giurisdizione ed alla competenza del Giudice italiano nel decidere controversie che vedono convenuta la Repubblica Federale Tedesca per continuità giuridica con il Terzo Reich. A tal proposito, veniva eccepito, sia dalla Germania che dalla Repubblica Italiana quale terza chiamata dalla convenuta, il difetto di giurisdizione sulla base della sentenza della Corte Internazionale di Giustizia del 3 febbraio 2012 (Germany v. Italy, Greeceintervening), cui l’Italia è obbligata a dare esecuzione in ottemperanza ai propri obblighi internazionali.

Tuttavia, il Tribunale di Firenze, nella persona del Giudice Dott. Minniti, sollevava questione di legittimità costituzionale delle norme consuetudinarie che, applicate in ossequio alla sentenza CIG del 03.02.2012, negano l’accesso alla tutela giurisdizionale dei cittadini che vedevano un proprio diritto leso sul territorio nazionale italiano.

La Corte Costituzionale italiana, con sentenza n. 238/2014 (in netto contrasto con la sentenza della CIG) dichiarava l’illegittimità costituzionale di due norme nazionali di ratifica di trattati internazionali, per contrasto con gli artt. 2 e 24 della Costituzione.

L’effetto della sentenza della Consulta è quello, secondo il Tribunale di Firenze, di rendere illegittimo il recepimento interno della norma consuetudinaria internazionale secondo la quale anche gli illeciti per crimini di guerra e contro l’umanità, commessi iure imperii da uno Stato, soggiacciono al principio della immunità dalla giurisdizione (anche civile) della Repubblica Italiana.

Un altro aspetto delicato riguarda gli accordi post-bellici tra l’Italia e la Germania relativi ai rapporti economici tra gli Stati e i rispettivi cittadini. Trattati che, secondo il Tribunale, non precludono il risarcimento dei danni causati ai singoli cittadini, coprendo solo aspetti economici intercorrenti prima della guerra.

Prima di passare al merito della domanda, il Tribunale deve inoltre risolvere l’eccezione di prescrizione del diritto per cui è causa. In merito, conformemente a quanto già stabilito da altre corti (Trib. Torino, sent. 19.05.2010, n.  3464; App. Firenze, sent. 11.04.2011, n. 480), viene dato risalto alla norma consuetudinaria internazionale che ritiene imprescrittibili i crimini contro l’umanità (come stabilito, seppur in un obiterdictum, anche dalla Corte di Cassazione, sent. 11.03.2004, n. 5044), cui sicuramente rientrano la deportazione e la prigionia in campi di concentramento.

Radicata la giurisdizione e risolta l’eccezione di prescrizione, il Tribunale di Firenze passa ad esaminare i fatti costitutivi del diritto al risarcimento.

Facendo applicazione della regola di giudizio di cui all’art. 115 cpc, sono da considerarsi fatti noti (o comunque non specificamente contestati dalla Repubblica Federale Tedesca, regolarmente costituita) i tristi eventi e le terribili condizioni di prigionia cui venivano sottoposti gli internati nei campi di lavoro e detenzione predisposti dal regime nazista.

Agli attori, pertanto, è stato sufficiente produrre in giudizio la propria “Arbeitkarte”, attestante la propria presenza nel campo di concentramento ed allegare il fatto della cattura sul suolo italiano.

Il risarcimento accordato dal Tribunale di Firenze (€ 30.000,00 per una detenzione di circa un anno, € 50.000,00 per il soldato tenuto prigioniero per circa venti mesi) tiene conto, oltre che delle disumane condizioni in cui notoriamente erano costretti gli internati, anche del fatto di “aver assistito direttamente alla estrema sofferenza fisica e morale di centinaia di persone contemporaneamente, aver assistito alla sopraffazione umana delle vittime ed alla morte dei sopraffatti costituisce di per sé una ferita morale che ha certamente prodotto per lunghissimo tempo un dolore morale lancinante nell’attore”. Su tali cifre, inoltre, devono essere computati gli interessi, fissati in via equitativa al tasso del 4% annuo, che vengono fatti decorrere dalla data del 1° gennaio 1945 fino alla pubblicazione della sentenza.

Tutt’altro che trascurabile è la possibile portata di questo genere di giudizi, specialmente se, in ossequio alla imprescrittibilità dei crimini contro l’umanità, dovesse essere ammesso l’accesso giurisdizionale agli eredi di altri italiani deportati durante la Seconda Guerra Mondiale e al momento non più in vita. Le cifre dei deportati variano a seconda delle fonti ma sono stimate intorno a 44.000 deportati civili, a cui aggiungere i circa 321.000 internati militari italiani (su un totale di circa 800.000 IMI) effettivamente catturati in Italia.

La visita alla Mostra è aperta al pubblico dal 10 al 16 febbraio – orari 10,00-12,00 – 17,00-18,00.

Per tutti e le Scuole di ogni Ordine e Grado dal 18 febbraio  al 30 marzo previa prenotazione, tel. 3475905224.

Il Presidente dell’A.N.C.R. Sez. di Casamassima Vitoronzo PASTORE

Il Presidente dell’A.N. S. I. Sez. di Casamassima Pietro BELLOMO

Il Presidente Club per l’UNESCO di Bisceglie Pina CATINO

Marco Tatullo