Non c’è Politica senza Cultura        

Politica & Diritti

                                                                                  

di Pino Presicci 

Nel 1945 Bobbio scriveva: “tecnica apolitica vuol dire in fin dei conti tecnica pronta a servire qualsiasi padrone, purché questi lasci lavorare e, s’intende, assicuri al lavoro più o meno onesti compensi; chi si rifugia, come in un asilo di purità, nel proprio lavoro, pretende di essere riuscito a liberarsi dalla politica, e invece tutto quello che fa in questo senso altro non è che un tirocinio alla politica che gli altri gli imporranno, e quindi alla fine fa della cattiva politica”.

Bobbio vedeva all’opera il politico incompetente che non è in condizione di prendere buone decisioni perché è privo delle conoscenze necessarie.

Non ha idea di come procurarsele, e non se ne cura perché è soltanto un politicante.

Un tema, come si vede, di schiacciante attualità nel dibattito politico dei nostri giorni. Proprio al compito di rendere la politica consapevole dell’importanza della conoscenza accurata dei fatti, Bobbio avrebbe dedicato una parte consistente delle sue energie nei decenni del dopoguerra.

Così, ad esempio, scriveva nei primi anni cinquanta, in polemica con i comunisti che proponevano una “politica culturale”, difendendo una “politica della cultura” che fosse: “oltre che la difesa della libertà, anche la difesa della verità. Non vi è cultura senza libertà, ma non vi è neppure cultura senza spirito di verità.”

C’è da chiedersi quanto, dello scoramento che Bobbio confessava alla fine degli anni novanta, fosse dovuto alla sensazione di aver combattuto questa battaglia invano.

In verità la battaglia continua. Continua là dove la cultura ha trovato e trova fertili terreni intrisi di uomini che “pensano” e dove la formazione alla Cultura politica proviene da maestri che nel nostro paese hanno tanto insegnato.

Purtroppo oggi ci sono maestri che durano il tempo di una trasmissione televisiva.

La costruzione del pensiero politico viene affidato ai social, e tutti sappiamo quanta falsa comunicazione troviamo dentro queste “lettere moderne“.

Prigionieri del fare.

Siamo prigionieri del/nel fare, navigatori nell’imminenza. La pancia del popolo lancia messaggi lineari e diretti che la classe politica non può fare altro che raccogliere per mantenere un consenso “fragile“, solamente fondato su ragioni di reciproco interesse.

Così facendo, è chiaro che si toglie senso, progressivamente, anche alla dignità della democrazia: se tutto è funzionale, nulla è più progettuale.

Il popolo è una entità inesistente ma, nei fatti, condiziona pesantemente un potere debole; d’altronde, pur non esistendo, il popolo è sovrano.

Quando la pancia del popolo chiede rappresentanza agli esponenti del fare politica il risultato è il fenomeno che chiamiamo “populismo” che, a seconda dei contesti, assume forme, contenuti e linguaggi.

Ciò che conta dire è che, in questo rapporto tra il fare politica e il popolo, a farne le spese è la “mediazione istituzionale”.  Ovvero quel processo dialettico nell’ambito istituzionale, sociale e comunitario tra i soggetti in conflitto che deve superare le categorie ragione/torto, vero/falso, giusto/sbagliato.

L’esistenza di una Cultura Politica trova in se le ragioni per trasformare il conflitto in azione generativa. Partorire, cioè, la capacità di generare nuove relazioni consentendo di leggere il conflitto non come un vincolo, ma come fonte di informazioni, di conoscenza che apre la via al riconoscimento dell’altro, un’opportunità di attivare mutamenti, con l’obiettivo di “lavorare con e non per”.

La politica non può andare disgiunta dalla cultura. Politica e cultura sono in nesso costante. Si parla, infatti, di cultura politica, di politica della cultura o culturale.

La conoscenza, la cultura derivano dalla pratica sulla quale, a loro volta, agiscono.

Alla base di una cultura, in sostanza, c’è una società e la società trova la sua essenza nella cultura che si è data.

Per cambiare la politica è necessaria una rivoluzione culturale che porti ad una nuova pratica politica. Ad un nuovo Agire politico.

Non può esserci una rivoluzione politica che non sia anche rivoluzione culturale.

La cultura, da privilegio di una classe, deve trasformarsi per assumere il significato di un servizio sociale a favore di una vera Libertà e una profonda Conoscenza del termine Politica.