L’eurozona sta attraversando una crisi di identità e l’Italia ne sosterrà il peso

Cronaca

di Rododak

“Piuttosto che ripensare al loro modello economico sballato, i leader europei spingeranno l’Italia in una situazione ingestibile”: così pochi mesi fa l’economista Ashoka Mody avvertiva che le politiche fiscali anticicliche necessarie a portare l’Italia fuori dalla sua lunga stagnazione rischiano di risultare impossibili e irrealistiche in una Unione dalla politica monetaria bloccata e che non recede dai suoi dogmi fallimentari di austerità fiscale. Pochi mesi dopo, siamo al paradosso: la stessa Commissione che ha in tutti i modi cercato di ostacolare il governo italiano nella sua volontà di praticare strategie economiche anticicliche, ora gli punta il dito contro gettandoci sulle spalle la colpa della nuova “recessione tecnica” (anche se giustamente qualcuno osserva che parlare di “nuova” recessione è in realtà una lieve imprecisione).
Prima di giungere al punto di non ritorno, dice Mody, sarebbe necessario trovare un accordo costruttivo su uno stimolo fiscale ben dimensionato e ben speso – e naturalmente sbloccare la leva strategica della politica monetaria.

di Ashoka Mody

Potremmo trovarci di fronte all’aprirsi di un’altra crisi dell’eurozona. Come in tutte le crisi, ci sono due elementi centrali: la storia e la tragedia in sé.

La storia è chiara. L’eurozona è un progetto concepito male sin dall’inizio: per un gruppo eterogeneo di paesi, una politica monetaria unica era il classico caso di “taglia unica” che non va bene a nessuno. In particolare, l’Italia aveva bisogno del sostegno della svalutazione, divenuto impossibile una volta abbandonata la lira. L’Italia ora è bloccata in una crescita estremamente bassa e il minimo shock può spingerla verso la recessione.

La tragedia della zona euro nasce non solo dall’arroganza di un’impresa avviata contro il parere dei molti che avvertivano che sarebbe finita male. Nasce anche dalla mentalità che ha accompagnato il progetto. Poco dopo la sua creazione, è stato subito chiaro che i paesi membri non avrebbero istituito un’unione fiscale per trasferire risorse verso i paesi in recessione, al fine di compensare la mancanza di una propria valuta e di una politica monetaria indipendente. Come ho spiegato nel mio libro EuroTragedy: A Drama in Nine Acts,(La tragedia dell’euro: un dramma in nove atti – ndr), un’unione fiscale era politicamente impossibile: i paesi proteggevano il nucleo della loro sovranità nazionale e si rifiutavano di rinunciare alle loro entrate fiscali. Nell’aprile del 1998, il cancelliere Helmut Kohl aveva dichiarato apertamente che la Germania non avrebbe mai pagato i conti di altri paesi. Se non avesse preso quell’impegno, non ci sarebbe stato nessun euro.

Data l’impossibilità di creare un’unione fiscale, la risposta giusta sarebbe stata abbandonare l’idea di un’unione monetaria. Invece a Maastricht nel 1991, per l’insistenza tedesca, le autorità europee crearono una serie di regole fiscali – al cui centro era posto il limite del deficit di bilancio pari al 3% del Pil – come base per proseguire. L’austerità a livello nazionale, sosteneva la versione dichiarata dei fatti, avrebbe assicurato un’eurozona “stabile”. Gli economisti avvisarono immediatamente che le regole erano profondamente dannose. Impongono infatti l’austerità proprio nel momento in cui un paese sta per entrare in recessione, peggiorando la recessione, forse in maniera molto grave. Sono diventate famose le parole dell’ex presidente della Commissione europea Romano Prodi, sul fatto che le regole fiscali erano “stupide”.

Eppure, come lemming, le autorità europee hanno insistito su queste regole. Che sono diventate parte dell’identità dell’Ue. I leader sembrano convinti di non essere “buoni” europei se non si inchinano a queste regole. Hanno dato vita a un’unione monetaria profondamente sbagliata e, per loro, le regole e la narrativa della “stabilità” giustificano questa decisione e sostengono la loro convinzione che l’eurozona sopravviverà. Ma sposare teorie così dannose ha profonde conseguenze macroeconomiche, come ha sottolineato il premio Nobel George Akerlof.

Nel 2010, con l’economia greca in recessione, i governi europei e il Fondo monetario internazionale (Fmi) hanno chiesto al governo greco di aumentare rapidamente le tasse e tagliare le spese, come prezzo da pagare per ricevere i prestiti necessari a pagare i creditori privati ​​in preda al panico. Olivier Blanchard, allora capo economista del Fmi, suonò un campanello d’allarme: l’austerità proposta era virtualmente senza precedenti, scrisse in una nota interna, e avrebbe minato l’economia greca. Ma il punto di vista europeo, adottato anche dal management del Fmi, non poteva consentire altrimenti. Come aveva previsto Blanchard, l’economia greca si contrasse drasticamente, le entrate fiscali diminuirono e, come effetto perverso, l’austerità causò l’allargamento del deficit di bilancio del governo. In quello che era ormai diventato un ciclo distopico, i creditori ufficiali richiesero ancora più austerità, il che ha fatto precipitare la Grecia in una delle peggiori depressioni economiche che si siano mai registrate a memoria d’uomo.

Tagliare la spesa, se fatto al momento sbagliato, provoca sofferenze e instabilità.

Ignorando quello che era evidente, il modello di recessione indotta dall’austerity fu applicato ad altre economie dell’eurozona negli anni 2011-2013, creando una prolungata sofferenza economica, che ha sollevato ansie politiche e causato aspre divisioni tra i paesi creditori e debitori dell’eurozona.

Ma le regole si sono incrostate sempre più saldamente all’identità europea. Nel gennaio 2012, durante una recessione italiana apparentemente senza fine, l’allora presidente del consiglio italiano Mario Monti affermò che la Germania aveva vinto il dibattito economico europeo . La “preziosa” visione di Berlino, si inchinava Monti, era stata “meravigliosamente esportata”. E consigliava ai paesi ad alto debito di dimostrare “concretamente” di avere compreso gli imperativi della disciplina. A giugno 2014, il cancelliere Angela Merkel affermò che le regole erano un “guardrail” che offriva protezione.

Portiamo avanti velocemente il nastro fino a oggi: la stessa filosofia è rimasta intatta.

A maggio di quest’anno, gli italiani hanno eletto due partiti anti-establishment e di protesta. La Lega, di destra e anti-immigrazione e il Movimento Cinque stelle, più volto a sinistra ed euroscettico, hanno formato un governo. Il commercio mondiale intanto stava rallentando e l’economia italiana, con le sue sorti strettamente legate a quelle del commercio globale, stava rallentando parallelamente. Il governo della Lega e dei Cinque stelle ha annunciato un’agenda politicamente risonante, ma ambiziosa e poco realistica, di tagli alle tasse e con l’introduzione di un reddito universale.

Lo scontro è stato immediato. Le autorità europee erano pronte a difendere la loro ideologia economica, a cui ostinatamente si attaccano, anche se, invece di proteggerla, ha ripetutamente esposto l’Europa a nuove ferite. E così, dato che i funzionari europei hanno insistito sul rispetto delle regole, i leader italiani hanno fatto promesse elettorali che non possono mantenere.

Mentre il governo italiano deve frenare sulla sua generosità fiscale, le autorità europee devono riconoscere che è necessario uno stimolo ben progettato per evitare che l’Italia cada in recessione. Una recessione renderebbe più difficile il rimborso del debito già elevato del Paese, che aumenterebbe i tassi di interesse e peggiorerebbe la crisi – addossando un peso potenzialmente insopportabile sulle fragili banche del Paese. Invece di guardare alla via giusta, le due parti hanno parlato senza ascoltarsi.

La Commissione ha insistito sul fatto che l’elevato debito e il grande deficit, che il nuovo governo ha ereditato dai precedenti, richiedono una stretta fiscale. Questa posizione è supportata da due fonti diverse. Alcuni sostengono che il vero problema dell’Italia è la cronica bassa crescita della produttività e che uno stimolo fiscale non farà nulla per aumentarla. Il che è vero, ma fuori argomento. La politica fiscale non aumenta la crescita a lungo termine, ma impedisce a un’economia di precipitare in una crisi lunga e politicamente divisiva, un rischio preoccupante per un paese con bassa produttività cronica. Un secondo argomento è che, poiché il governo italiano ha un pesante fardello rappresentato dal debito, la spesa fiscale per stimolare l’economia “spaventerà” gli investitori, che vorranno tassi di interesse più elevati e, quindi, annulleranno l’influenza benefica dello stimolo. Questo argomento è importante perché proviene da Blanchard, ora al Peterson Institute of International Economics.

Blanchard, mentre era al Fmi, ha costantemente preso una posizione favorevole allo stimolo. Ha condotto la battaglia intellettuale contro l’austerità esagerata. In un documento meritatamente famoso, di cui è coautore un altro membro dello staff del Fmi, Daniel Leigh, Blanchard ha evidenziato che l’austerità è particolarmente debilitante quando viene inflitta a un paese in recessione, un risultato ampiamente ripreso dalla letteratura economica.

In uno studio di verifica, Leigh e i suoi colleghi del Fmi hanno smentito un altro mito: che i paesi con alti livelli di debito debbano sottoporsi all’austerità, oppure gli investitori allarmati pretenderebbero maggiori tassi di interesse, il che potrebbe far aumentare pericolosamente il debito. L’articolo, pubblicato su una rivista scientifica di altissimo livello, sostiene che anche per i paesi con debito molto elevato l’austerità fiscale è una cattiva idea.

E quindi, lo stimolo fiscale può aiutare anche i paesi ad alto debito ad affrontare una recessione incombente. Tuttavia, un esercito di commentatori, incluso l’influente comitato editoriale del Financial Times, sta citando il recente commento di Blanchard sul caso italiano per difendere l’insistenza della Commissione sull’austerità.

La stessa Commissione, nel frattempo, continua a rifarsi alla sacralità delle regole. In un linguaggio che ricorda il “guardrail” della Merkel, il commissario europeo per gli affari economici e monetari Pierre Moscovici ha twittato : “L’eurozona è come un condominio: è compito dell’amministratore far rispettare le regole comuni, in modo che nessuno tocchi un muro portante! ”

Durante gran parte della crisi finanziaria e della zona euro, la Banca centrale europea (Bce) ha peggiorato le cose con la sua politica monetaria restrittiva. All’inizio, i tassi di interesse eccessivamente alti della Bce hanno peggiorato la recessione. Quindi, trattenuta dalla Germania e da altri stati membri dell’area Nord, la Bce ha ritardato l’introduzione degli acquisti di titoli di Stato (quantitative easing) per abbassare i tassi di interesse a lungo termine. Con una politica monetaria così inerte, a partire dall’inizio del 2013, il tasso di inflazione core nell’eurozona è sceso a circa l’1 per cento. L’inflazione in Germania è stata leggermente superiore all’1% e in Italia inferiore.

L’inflazione bassa fa sì che i consumatori ritardino gli acquisti, che si riduca la crescita e che aumenti il peso del rimborso del debito. Tuttavia, nonostante il rischio di una bassa inflazione prolungata, la Bce a settembre di quest’anno ha cantato vittoria e ha deciso di sospendere gradualmente il programma di acquisto di obbligazioni.

Questa tendenza a limitare l’uso dello stimolo monetario fa parte della filosofia della zona euro, esattamente come l’enfasi sull’austerità fiscale.

Il rischio ora è che se l’Italia cade in una recessione, il suo tasso di inflazione diminuirà ulteriormente, il che aumenterebbe il suo tasso di interesse reale (calcolato tenendo conto dell’inflazione). Il tasso di interesse reale è già superiore al 2,5 per cento, il che è straordinariamente alto per un’economia alle soglie della recessione. La stretta combinata del tasso di interesse e dell’austerità fiscale potrebbe rivelarsi insopportabile per l’economia italiana e le sue banche instabili. Così l’Italia si trova di fronte allo spettro di un’economia debole, che peggiora le finanze pubbliche e aumenta la probabilità che i debitori non siano in grado di restituire i loro prestiti bancari. L’Italia potrebbe facilmente precipitare in una crisi finanziaria ingestibile.

Se il Paese andrà incontro a un simile destino, la versione dei fatti sarà che il governo italiano è stato irragionevole, e che i suoi piani fiscali stravaganti hanno innescato la crisi. È vero che i piani del governo italiano sono irragionevoli, non c’è modo per il governo di raggiungere i suoi obiettivi fiscali. Ugualmente, tuttavia, l’insistenza della Commissione sulla rigidità fiscale potrebbe provocare una terribile crisi. Dati i rischi, il comportamento sconsiderato della Commissione le dà ben poca autorità morale per accusare gli italiani di essere stati intransigenti.

L’eurozona è intrappolata in una crisi di identità. Le affermazioni a lungo ripetute secondo cui l’euro accelererebbe il commercio all’interno dell’area dell’euro sono state screditate (qui e qui), senza che rimanga alcun beneficio tangibile da celebrare. Al contrario, i rischi di una politica monetaria di taglia unica che non si adatta a nessuno sono evidenti. La tendenza della Bce a praticare una politica monetaria restrittiva peggiora le cose, specialmente per i paesi più deboli.

Senza reali benefici e con rischi anche troppo reali, la forza unificante attorno alla quale i leader e gli intellettuali della zona euro si stringono è la virtù della temperanza e della parsimonia. Gli argomenti contorti usati per giustificare l’austerità derivano dall’immagine di sé dei leader europei. Tuttavia, questo approccio, ammantato dall’aura della prudenza, amplifica i pericoli che l’Europa si trova ad affrontare.

Il tiro alla fune tra le autorità italiane e la Commissione limita fortemente la capacità della Bce di contenere la crisi. Per accedere al sostegno della Bce, l’Italia dovrebbe accettare un regime di austerità e riforme che potrebbero dimostrarsi esplosive a livello nazionale. Ma senza l’accordo su un simile regime, la Bce non sarà in grado di attivare l’Outright Monetary Transactions, per acquistare titoli di stato italiani, e quindi contenere l’aumento del tasso di interesse richiesto dai mercati. E anche se il governo italiano rispettasse le richieste, alcuni membri del Consiglio direttivo della Bce potrebbero impedire alla banca l’acquisto delle obbligazioni, nel timore che un default italiano sulle sue obbligazioni li costringerebbe a sopportarne le perdite.

In questo gioco a chi resiste di più non ci saranno vincitori. Ben prima di raggiungere il punto di non ritorno, è necessario un accordo costruttivo – supportato da un resoconto dei fatti condiviso: uno stimolo adeguatamente dimensionato e ben speso è nell’interesse di tutti. Sfortunatamente, rimane intatta la riluttanza a pagare le bollette degli altri – una riluttanza a spendere che si scontra con la realtà. Sembra che siamo bloccati su un percorso tragicamente antagonistico.