Tra profezia e speranza

Politica & Diritti

Tra profezia e speranza.

Pino Presicci

La democrazia ha imposto una nuova nozione di libertà come diritto universale e “imprescrivibile” di ciascun uomo all’autodeterminazione, e Tocqueville riconosce esplicitamente la superiorità di questa “giusta nozione di libertà” rispetto alla libertà come privilegio di ceto, riservato a pochi, che caratterizzava le società aristocratiche. 

Già nell’Ottocento il saggista, sociologo, filosofo, magistrato e moralista francese Alexis C. de Tocqueville (1805-1859) aveva anticipato gli esiti di questa posizione: “Una società in cui gli esseri umani si riducono nella condizione di individui “rinchiusi nei loro cuori” è una società in cui pochi vorranno partecipare attivamente all’autogoverno. La maggioranza preferirà starsene a casa e godersi le soddisfazioni della vita privata, almeno fintantoché il governo in carica, qualunque sia, produce i mezzi di queste soddisfazioni, e ne fa larga distribuzione”. Tocqueville chiama questo nuovo dispotismo “morbido”, “mite e paternalistico”. “Non sarà una tirannia del terrore e dell’oppressione, come nel tempo andato”. In maniera profetica Tocqueville ha descritto alcuni aspetti della contemporaneità.

Il declino della partecipazione, il disinteresse per la politica, lo statalismo che dissolve il valore delle associazioni e della sussidiarietà pongono la persona sola “di fronte al gigantesco Stato burocratico” e si verifica l’alienazione dalla sfera pubblica.

Si accentua il circolo vizioso dell’individualismo narcisistico che si è costruito la dimora dorata in cui coltivare il proprio orto e assaporare le proprie ricchezze.

Eppure, celebre è la definizione che Aristotele dà dell’uomo come “animale sociale”, ovvero essere che per natura tende ad aggregarsi e a vivere associato, consapevole dei vantaggi e delle convenienze di quello che il filosofo J. J. Rousseau avrebbe poi chiamato il “patto sociale“.

L’affermazione di Aristotele sottolinea la naturalezza dell’impegno politico, nel senso ampio del termine. L’uomo è per natura portato a giocarsi nella rete di rapporti con i propri simili per affrontare i problemi non da un punto di vista individualistico, ma comunitario.

Anche Dante avrebbe dato un’altra bellissima definizione dell’impegno politico.

Siamo nel canto VI dell’Inferno, laddove Dante incontra tra i golosi il compaesano Ciacco e gli chiede dove siano coloro che “a ben far puoser li ‘ngegni“, come Farinata, Arrigo, Mosca. Con la laconicità che lo contraddistingue Ciacco risponde che Dante potrà vederli se scenderà più in basso nell’Inferno, perché essi sono collocati nella parte più bassa. La risposta di Ciacco non vuole senz’altro significare che l’attività politica schiuda di per sé le porte dell’Inferno, ma ribadisce come non basti il “ben far“, cioè non è sufficiente dedicare il proprio tempo al vivere associato, occorre che la propria dedizione sia illuminata, occorre una sorta di purificazione dell’agire politico.

Nella contemporaneità, e soprattutto nelle società più ricche, si è diffusa sempre più l’illusione di poter “risolvere” la questione della vita buona della società civile e degli organismi istituzionali che la governano attraverso “l’elaborazione e l’applicazione” di teorie circa le forme “ideali” di organizzazione sociale. L’esperienza ha mostrato il fallimento di questa utopia sociale e politica. Le ideologie non rispondono al problema antropologico, alla domanda di felicità e di compimento che alberga nel cuore dell’uomo.

L’uomo non può darsi la felicità da solo, per dirla con Leopardi, e ha bisogno di qualcuno che lo salvi. Che cosa può purificare l’agire politico?

Scrive il Cardinale Scola: “L’incontro con Gesù Cristo, attraverso la fede nella comunità ecclesiale, si propone all’uomo come strada e forza per questa purificazione anche sociale. Di purificazione non ha bisogno solo l’amore interpersonale (eros-agape), ma anche quello sociale (giustizia-carità)”.

Oggi, invece, domina gli scenari nazionali e internazionali l’insegnamento di Machiavelli secondo il quale “il fine giustifica i mezzi”. Il codice di comportamento e di riferimento etico sembra mutare in relazione al fatto che ci si trovi in una dimensione privata o sociale o politica. Convinzioni religiose e ideali possono aver valore solo nella dimensione privata.

Nella sfera politica vige un codice deontologico differente. L’uomo politico, il principe, può essere simulatore e dissimulatore, fingere e, nel contempo, fingere di non aver finto.

È bene ricordare che i diritti e il valore della persona non sono certo fondati sullo Stato, ma sono connaturati all’uomo.

I politici non si possono dimenticare che “il giusto ordine della società e dello Stato è compito centrale della politica” (Papa Ben. XVI). In questo senso non può esistere pace senza giustizia. “Se non è rispettata la giustizia, che cosa sono gli Stati se non delle grandi bande di ladri?” afferma sant’Agostino.

Lo Stato non si sostituisce all’agire dei singoli né della comunità, non deve eliminare l’attività sociale, ma deve favorire la libertà, l’iniziativa, la creatività dei gruppi.

Pertanto. Non dobbiamo perdere la fiducia di fronte a tempi che sembrano incerti e di crisi morale. La fiducia e la speranza non vengono dalla politica. Ideale e politica possono procedere a braccetto quando la politica rispetta la cultura della libertà, della ricerca della felicità, dell’esercizio della carità, quando lo Stato non si sostituisce al singolo e al popolo, ma garantisce lo spazio per l’esercizio della loro attività.

E allora da che cosa proviene la speranza? Da cosa possiamo ripartire in un’epoca di profondo stravolgimento, di fronte ad un cambiamento d’epoca come il passaggio dall’impero romano al Medioevo, dal novecento ai nostri giorni, dopo quel fatidico 9 novembre 1989 (caduta del muro di Berlino) le speranze di un popolo si concretizzarono verso una Libertà tanto desiderata.

Gioverà qui solo ricordare una frase di N. Mandela “Lasciate che la libertà regni. Il sole non tramonterà mai su una così gloriosa conquista umana.”

da “La democrazia in America” Alexis H. C. de Tocqueville