Ognuno ha il Cristo che si merita

Cultura & Società

Come accade spesso, Galimberti non entra nel merito delle lettere che pubblica, ma prende spunto da esse, per scrivere cose sicuramente interessanti, ma che poco hanno da spartire col significato delle stesse. La mia lettera apparsa su D – La Repubblica del 15 dicembre:

«Trascrivo un passo della biografia di Simone Weil, a cura di Alessandro Di Grazia in: “Simone Weil, l’Iliade o il poema della forza” (Asterios Editore).

“A metà novembre un’esperienza mistica cambierà completamente il corso della sua vita. Mentre recita Love di George Herbert, avrà il primo reale incontro col Cristo. Di quest’esperienza farà parola solo nel 1942 in due lettere inviate a Padre Perrin e a Joë Bousquet. Riferisce di aver recitato dapprima questo testo come una semplice poesia e che, senza accorgersene, era diventata una preghiera. «E’ durante una di queste recite che Cristo stesso è sceso e mi ha presa. Nei miei ragionamenti sull’insolubilità del problema di Dio non avevo previsto questa possibilità, di un contatto reale, da persona a persona, quaggiù, tra un essere umano e Dio. Avevo vagamente sentito parlare di cose simili, ma non ci avevo mai creduto». Di tenore simile anche la seconda lettera, in cui Simone accentua maggiormente la sua estraneità culturale a manifestazioni ed esperienze del genere; questo fatto, ai suoi stessi occhi, fornisce una garanzia in più della genuinità delle sue esperienze: «una presenza più personale, più certa, più reale di quella di un essere umano, inaccessibile ai sensi e all’immaginazione, analogo all’amore che traspare attraverso il più tenero sorriso di un essere amato” (pag. 96).

E’ persuasa, Simone Weil, che Cristo le abbia fatto sentire da vicino la sua presenza. Un Cristo eccezionale per una donna eccezionale. Un Cristo eccezionale perché non si fa vedere, non mostra le sue piaghe sanguinolente, come hanno riferito alcuni santi, non invita a bere la bevanda del suo costato, non piange né ride, non fa vittime, non manda malanni, non offre corone di spine, non chiede cappelle in suo onore e processioni di preti, e non emana profumo di lavanda o di viola o di gelsomino. E’ un Cristo che comunica amore, che riempie d’intensa segreta gioia. Di questo Cristo fa esperienza Simone Weil, e non ne fa parola con nessuno, se non qualche anno più tardi, in una lettera indirizzata a persone che sa non grideranno al miracolo. Un Cristo credibile. Quasi quasi persino per un ateo».

Qualche riga della risposta di Galimberti, intitolata: «Che rapporto c’è tra mistica ed erotica? Il linguaggio dei mistici grida erotismo: anche per arrivare a toccare la “realtà” di Dio bisogna seguire i sentieri tracciati da amore».

E già dal titolo si comprende che Galimberti sembra ignorare il significato della mia lettera.

Scrive: «Non è eccezionale il Cristo che si fa presente a Simone Weil. Eccezionale è l’amore che, quando raggiunge la sua vertigine nella sessualità come nella mistica (che della sessualità è la sublimazione), consente di trascendere i confini dell’Io e accedere a quell’entusiasmo dove a parlare è un dio (en theos) che ci abita e ci conduce in quell’altra parte di noi stessi, che alcuni chiamano “inconscio”, altri “follia”, altri ancora “trascendenza”.

Io stavo parlando d’altro. Volevo dire che il Cristo del quale parla Simone Weil, è eccezionale, come eccezionale era lei, giacché in contrasto con il Cristo immaginato da alcuni santi. Di questa eccezionalità parlavo nella lettera. Un Cristo ben diverso, ad esempio, dal Cristo descritto da Caterina da Siena o da Gemma Galgani. Volevo dire che Simone Weil era persona seria e intelligente. In altre parole: ognuno ha il Cristo che si merita