Daniel Defoe e il suo Robinson Crusoe: trecento anni e (non) li dimostra

Cultura & Società

di Nicola F. Pomponio

Il 25 Aprile del 1719 veniva pubblicato quello che tutt’oggi è considerato uno dei capolavori della letteratura inglese e occidentale: “The life and strange surprising adventures of Robinson Crusoe”. A così tanto tempo dalla pubblicazione questo romanzo continua ad essere un ineliminabile momento nella costruzione dell’immaginario e della coscienza della modernità e quindi, al di là delle ragioni commemorative, vale ancora la pena di sobbarcarsi la in verità lieve fatica di rileggerlo: la profondità, la potenza visionaria, la capacità di analisi e l’apertura al futuro di questo libro sono semplicemente stupefacenti. Daniel Defoe ha creato uno dei pochi miti moderni che, secondo Ian Watt, si affianca a Don Giovanni, Don Chisciotte e Faust (la modernità è molto avara di miti paragonata ad altre epoche storiche).

Questa capacità mitopoietica di Defoe ha radici ben salde in una visione del mondo profondamente influenzata tanto dal pensiero religioso quanto dalla situazione socioeconomica inglese del XVIII secolo. Per questo val la pena rileggere questa opera, talvolta relegata nella letteratura per l’infanzia (come la potentissima, corrosiva, salace, misantropa satira del quasi contemporaneo, è pubblicato nel 1726, swiftiano Gulliver), in quanto pietra miliare del processo di costruzione del moderno individualismo. Una pietra miliare saldamente posta su quella strada regia a cui appartengono, venendone fortemente influenzata, capolavori quali “The Pilgrim’s Progress” di Bunyan e il meraviglioso “The Paradise Lost” di Milton.

La trama del Robinson Crusoe è così nota da non dover essere riassunta, ma sono i particolari che innervano l’opera a dover essere ricordati. Crusoe è un affermato mercante che parte alla volta dell’Africa per commerciare in schiavi e quando si ritrova unico sopravvissuto su un’isola deserta riesce a recuperare molti dei beni che la sua nave trasportava. Su questo aspetto della solitudine è bene soffermarsi. Defoe proviene da una famiglia puritana e dissenziente. E’ un convinto protestante in anni di crudele lotta civile contro il cattolicesimo e da buon puritano non può che trovare nella luce interiore, nella solitudine (cosa di più solitario di un uomo su un’isola deserta?) la forza a partire dalla quale operare nel mondo. La Riforma ebbe il grande merito di sottolineare l’interiorità umana e ciò anche in polemica con un cattolicesimo visto come pura esteriorità di riti e Defoe, che espresse comunque sempre opinioni di tolleranza nei confronti di altre posizioni religiose cattolicesimo compreso, ben traspone nel suo romanzo questa situazione di abbandono in un mondo in cui a brillare è da un lato la coscienza del singolo e la divinità che in esso si trova, dall’altro una Divina Provvidenza che regola verso il meglio il corso degli avvenimenti (cosa di più “provvidenziale” del recupero di oggetti dalla nave naufragata che verranno a costituire la sua accumulazione originaria che, ben utilizzata, gli consentirà di sopravvivere?).

Riecheggiano così temi calvinisti e luterani e la loro interpretazione del concetto di illuminazione di Agostino (non a caso Lutero era un frate agostiniano); dietro Robinson si ergono quindi le figure dei grandi della Riforma e forse solo all’interno del protestantesimo era possibile pensare non tanto, ovviamente, il concetto di solitudine (su cui scrisse una penetrante riflessione il nostro Pavese nella “Letteratura americana e altri saggi” parlando proprio di Robinson) quanto l’effetto che esso è in grado di imprimere all’attività umana. Questa solitudine, questa laboriosa solitudine è il fondamento di un agire che vede nel raggiungimento del successo – nel caso di Crusoe la sua sopravvivenza – la cifra della salvezza individuale oltremondana. Viene utile rileggere Defoe alla luce dell’analisi che Max Weber, ne “L’etica protestante e lo spirito del capitalismo”, fa del pensiero di uno dei Padri fondatori degli Stati Uniti: Benjamin Franklin. In ambedue i casi la razionale utilizzazione dei beni, l’industriosa attività del singolo, il rigore morale che proviene da una retta coscienza e un deciso individualismo di stampo illuministico sono alla base dei due pensatori. La identificazione dell’umano con l’Homo oeconomicus è uno dei caratteri fondamentali dell’antropologia dei due autori e ambedue sono espressione di quella nuova “middle class”, esplicitamente citata all’inizio del romanzo, che veniva a porsi tra i ricchi e i poveri.

Così ciò che caratterizza l’agire di Robinson è proprio una logica ormai moderna in cui, per esempio, l’isola diviene suo possesso perché è da lui dissodata, valorizzata e lavorata. Oggi può forse sembrare scontato ma abbiamo appunto trecento anni di distanza dall’opera; le acquisizioni coloniali ispano-portoghesi del nuovo mondo erano atti notarili in cui venivano registrati luogo e data della scoperta e quindi annessi al re di cui lo scopritore era rappresentante. Nella riflessione anglosassone, soprattutto quella che si riferisce al liberalismo di John Locke attentamente studiato da Defoe, è il lavoro a giustificare il possesso, non tanto la scoperta e l’autorizzazione regale e/o papale. Robinson, da buon allievo di questo filosofo, diviene padrone della nuova terra in quanto la valorizza utilizzando al meglio ciò che possiede (ben poco a parte una “retta coscienza”) e ciò che trova (praticamente tutto), questo è il suo capitale iniziale che saprà far fruttare con “il sudore della fronte”.

Da questo atteggiamento religioso discende inevitabilmente la superiorità nei confronti dei “selvaggi” (fiumi d’inchiostro sono stati versati su Venerdì) i quali, non avendo la coscienza illuminata dalla Rivelazione, sono condannati all’inferiorità verso il protagonista che, ricordiamolo, era in viaggio per questioni schiavistiche, ma, forse, la nave naufraga proprio perché compie un viaggio empio? Il testo non lo dice, ma la nota tolleranza di Defoe verso le altre confessioni potrebbe essersi ampliata, e qui seguiamo un’interpretazione ottimistica dell’autore, anche in direzione antischiavista. Altro elemento che richiamiamo, ma se ne potrebbero richiamare molti ancora, è una visione della natura completamente scevra da qualsiasi animismo o panteismo. Robinson agisce già dopo la rivoluzione scientifica, la natura è diventata una grande macchina e non ha più gli scrupoli o i timori che solo un secolo prima il grande John Donne (“And new Philosophy cals all in doubt”) esprimeva; con atteggiamento pragmatico, se non utilitaristico, la natura diventa un semplice oggetto su cui esercitare il proprio potere plasmatore e una fonte di ricchezza se ben sfruttata. Robinson, il nuovo Adamo, si appropria della sua isola e la utilizza ai suoi fini.

Il romanzo risulta essere una grande, ampia, profonda allegoria in cui il singolo, l’individuo forgia un mondo a sua immagine e somiglianza in cui il collettivo è espunto e i rapporti tra gli uomini sono regolati essenzialmente da contratti (si veda la lunga discussione al riguardo che Robinson tiene con gli altri marinai approdati sull’isola). Il mondo del passato con i suoi rapporti naturali (la prima ribellione di Robinson è verso il padre), con le sue gilde, corporazioni, “stati” (nel senso prerivoluzionario del termine) è tramontato; l’interiorità è l’unica norma di riferimento e il successo dell’individuo (non del ceto, non del gruppo di appartenenza, non della società stessa) diventa, calvinisticamente, la prova di far parte della comunità dei salvati.

Resta una domanda: se Robinson è un parto della fantasia e contemporaneamente un modello di comportamento, la vita reale si muove in questo modo? Già Marx aveva mostrato i limiti di quelle che chiamava “robinsonate” e cioè la pretesa di scambiare un fittizio e immaginario “stato di natura” per una realtà storica, ma oltre ciò, oggi, quanto è rimasto di quell’individualismo così compiaciuto di sé e talvolta così sospettoso verso il “diverso”? E cosa resta di individuale una volta che i moderni mezzi di comunicazione hanno frantumato quella identità così orgogliosamente fondata solo sulla coscienza interiore? Cosa rimane oggi del soggetto che si pensa in eterna contrapposizione all’oggetto e vede in esso sempre e solo qualcosa da addomesticare e ricondurre ai propri desideri, bisogni, brame? Ovvero, in altre parole, la grandezza del romanzo di Defoe sta nel consegnarci una figura mitica sorta tre secoli fa e che nel corso di questi anni si è usurata; ha dato grandi contributi allo sviluppo umano ma ha anche prodotto, senz’altro al di là delle intenzioni del suo autore, modelli per ideologie ancor oggi sbandierate come quella del “self made man” o quella del “destino manifesto” o quella del “fardello dell’uomo bianco”.

Forse, però, oggi l’ottimistico individualismo anglosassone settecentesco mostra la corda da più punti di vista. E forse proprio nella sua fondazione religiosa. Rescindere i legami tra individuo e comunità di appartenenza (necessario per liberare le nuove forze emergenti) è senz’altro utile ma anche pericoloso nel momento in cui la “retta” voce interiore diviene l’unico termine di riferimento dell’agire; Robinson agisce da individuo libero da vincoli e legami sociali – per tacere della totale assenza di aspetti sentimentali o erotici – con una morale quasi stoica, la sua etica lavorativa ha qualcosa di eroico e ammirevole, ma ormai si è assistito da tempo alla più profonda divaricazione tra agire e “voce interiore”.

Non solo. Nelle moderne società individualiste l’etica del lavoro da un lato si è sganciata dall’illuminazione interiore (quindi da un fondamento morale) e dall’altra riduce l’individuo a semplice consumatore (di cose e persone); in tal modo la solitudine degli individui diventa una gabbia da cui, avendo soppresso ogni legame sociale, si corre il rischio o di non uscire o di proporre come vie d’uscita fantomatiche appartenenze alle più svariate, talvolta fortemente sospette, “comunità”. L’individualismo mostra così un volto predatorio i cui germi, assolutamente non voluti né previsti, si annidano già nell’avventura sull’isola deserta. Cosa ci resta dopo trecento anni di individualismo? Quell’individualismo che, applicato in tutti i campi, dalla morale all’economia, dalla politica ai sentimenti è diventato talmente aggressivo da non riconoscere più nulla al di sopra di sé se non il soddisfacimento di pulsioni e desideri, magari più espressione di leggi economiche che di reale necessità dell’individuo, e che nel momento della realizzazione rinnovano il bisogno? Già solo per questo vale la pena rileggere le avventure di Robinson Crusoe.

Buona lettura