Dare un senso alla sessualità

Cultura & Società

di Anna Momigliano

C’è questa espressione, coniata credo da Lawrence D’Arabia, che mi torna spesso in mente: «Come mangiare la zuppa con un coltello». T. E. Lawrence la utilizzava per spiegare una caratteristica della guerra, e più precisamente della guerra di guerriglia, che è una faccenda disordinata, sporca e lunga, nel senso che è un’arte che richiede tempo per essere imparata bene. Mi domando se lo stesso non si possa dire del sesso. Che peraltro è un argomento molto più interessante della counterinsurgency.

Fare sesso è, oggettivamente, qualcosa di molto fisico e in un certo senso complicato, qualcosa che, al di là degli entusiasmi iniziali, ci mettiamo un po’ a imparare a fare come si deve e, spesso, anche qualcosa di impacciato. Eppure è anche qualcosa di molto bello, qualcosa da cui siamo (comprensibilmente) ossessionati. La domanda, allora, è come mettiamo insieme queste due cose, o meglio come ce le raccontiamo insieme? Come riusciamo a costruire una narrazione coerente, che riesca a dare un senso alla goffaggine del desiderio?

Rispondendo a una domanda di Clara Mazzoleni, Sally Rooney – la giovane scrittrice irlandese che ha fatto molto parlare di sé col romanzo Parlarne tra amici e di cui sta per uscire in Italia Persone normali – ha detto una cosa interessante: «Non so se il corpo sia più autentico della mente. Forse è altrettanto inaffidabile e complicato, ma di sicuro ha le sue aree di competenza». Mi è piaciuta questa combinazione di aggettivi, “inaffidabile” e “complicato”, perché riflette, credo, un modo di parlare di corpi che s’inserisce in un filone contemporaneo, e spesso femminile. Nella stessa intervista Mazzoleni paragona Rooney a Phoebe Waller-Bridge e cita una recensione al suo spettacolo, Fleabag, definito come il «monologo di una giovane donna che cerca di dare un senso alla sua sessualità, alle sue relazioni e a se stessa». Trovo molto rassicurante che qualcuno provi ancora a trovarsi un senso. E, soprattutto, che lo faccia a partire dai nostri corpi impacciati.