Un ministro che offende l’Italia

Cultura & Società

di Renzo Balmelli  

COSTERNAZIONE. Poco alla volta cadono le maschere. Nell’imminenza del 25 aprile Matteo Salvini ha deciso con uno strappo duro e inatteso di disertare le celebrazioni per la festa della Liberazione. Che cosa lo abbia spinto a compiere un simile atto è una domanda che l’interessato dovrà porre in primo luogo alla sua coscienza. Nessuno fino ad ora aveva mai osato tanto nello svelare i propri stati d’animo nei confronti di un tema che continua a fare discutere e ad alimentare polemiche strumentali nei confronti della lotta partigiana. Con questo suo gesto a dir poco sconcertante, il ministro dell’Interno in un sol colpo offende la Patria, di cui i leghisti si considerano gli unici depositari, fa un affronto alla memoria di chi si è sacrificato per il bene degli italiani, minimizza il valore della Resistenza, lancia un pessimo segnale al Paese e viene meno al suo ruolo istituzionale. Anziché escludere con frasi irritanti e derisorie la possibilità di sfilare “qua e là con i fazzoletti rossi”, il leader del Carroccio avrebbe dovuto essere invece in prima fila a celebrare una data fondamentale che segna la rinascita della democrazia e la fine dell’infame giogo nazifascista. Sottrarsi a questo onore equivale è una rottura col passato importante che lascia perplessi e attoniti. La storia non si cancella con esibizioni muscolari di fronte alle quali, come sosteneva una collega che aveva già capito tutto, ti “kafkano” le braccia dalla costernazione. 

CAOS. Per ovvie considerazioni di carattere storico, quando la Libia torna a occupare le prime pagine, a Roma, più che altrove, si finisce inevitabilmente col toccare il tasto sensibilissimo di una ferita mai veramente sanata. Non appena i venti di guerra riprendono a soffiare violenti come ora, torna alla memoria il ricordo sbiadito, ma non troppo, dell’assurda mistica colonial-patriottica consumata sulle note di “Tripoli bel suol d’amore” e conclusa al rombo ben poco amoroso dei cannoni. Descrivendo quell’avventura, D’Annunzio evoca “l’odore acre dei dromedari” con una licenza poetica che oggi, con qualche rigurgito nostalgico, restituisce altri effluvi; quelli ben poco seducenti di un Paese conteso da milizie, etnie e tribù varie che si combattono in nome di interessi enormi e di dubbia moralità. Nel caos generale, incombe all’orizzonte la minaccia di un lungo conflitto a bassa intensità dalle conseguenze imprevedibili, senza che la comunità internazionale, prigioniera delle proprie titubanze, si dimostri capace di trovare le risorse per rendere meno fragile il filo al quale è appeso l’incerto futuro del popolo libico. 

PASSATO. Più che altro sembravano compagni di merenda in gita finiti lì per caso. Sta di fatto che a Milano il grande Barnum del sovranismo inscenato da Salvini alla fine è risultato uno spettacolino con alcune comparse minori ma senza i primattori della nuova piattaforma politica pronta a dare l’assalto all’UE. Le assenze più o meno giustificate di Marine Le Pen, Viktor Orban e altri tenori della compagnia hanno tolto un bel po’ di smalto alla sbandierata, oceanica adunata nazional-populista. Tuttavia è presto per parlare di crepe o divisioni all’interno della coalizione di Visegrad. Il pericolo c’è e preoccupa. Se le prossime elezioni confermassero i sondaggi, il fronte assente nel capoluogo lombardo potrebbe ricompattarsi e dare vita presto a un populismo autoritario di destra, quale si va d’altronde delineando. Con un solo obbiettivo: demolire l’Europa per farla tornare al passato sempre in agguato dietro l’angolo. 

APPELLO. Per contrastare validamente la deriva reazionarie non bastano le buone intenzioni, per quanto di tutto rispetto. Senza indugi in previsione del voto europeo occorre procedere a un ripensamento della politica che sappia affrontare le paure delle persone, a cominciare dalla precarietà del lavoro nell’ottica di una voce apertamente e onestamente progressista. Questo compito spetta in primo luogo alla sinistra che deve ritrovare sé stessa senza abbracciare tesi neoliberiste che non le appartengono. L’Europa da conquistare a maggio è soprattutto l’Europa della pace e dei valori che sappiano restituirle e consolidarne le vere ragioni per la quale esiste, affinché non ricada nei suoi vecchi mali. La sinistra che nel corso della storia più di una volta è stata chiamata in soccorso della democrazia per ovviare ai disastri degli altri, non può certo ignorare l’appello proprio ora, in tempi tanto calamitosi. 

UTOPIA. Diceva Giorgio Strehler che il teatro “è il racconto di un uomo che diventa racconto di tutta l’umanità”. Sul palcoscenico, fonte inesauribile di comunicazione diretta e di coinvolgimento, si dipanano storie di straordinaria intensità che si fanno metafora come nell’opera di Brecht L’anima buona di Sezuan, considerata uno dei capolavori del teatro epico, ora ripresa e adattata in una versione di stupefacente attualità. Nel suo lavoro, concepito durante l’ascesa del nazismo, il celebre drammaturgo sviluppa il tema della bontà e la difficoltà di metterla in pratica proprio come accade adesso. Alla parabola si ispira l’attrice Monica Guerritore, splendida figlia d’arte del grande regista milanese, che sviluppa il confronto tra bene e male in un mondo intriso di ferocia e reso intollerante dagli istinti “ringhianti”. E giustappunto viene da dire con che cosa, se non con la cultura, è lecito sperare nell’utopia di un mondo migliore. 

LEZIONE. Durante il ventennio il termine fake news non era stato ancora inventato. Ma se anche fosse esistito sarebbe stato cancellato come tutte le parole straniere. Comunque si chiamassero, le notizie false avevano ad ogni modo un loro corrispettivo in italiano non meno efficace. Erano le bufale con le quali venivano spacciate le bugiarde vanterie del regime date in pasto ai creduloni. Un pamphlet di Francesco Filippi appena pubblicato da Bollati Boringhieri e commentato sul Corriere della Sera da Corrado Stajano, fa giustizia delle leggende diffuse dalla propaganda mussoliniana che attribuisce al regime meriti non suoi. Dal balcone di Piazzale Venezia venivano irradiati insensati teoremi per spacciare scelte rivelatesi poi disastrose come quando Mussolini decise di invadere l’Albania imitando il suo emulo germanico. Da quel tragico evento, preludio della seconda guerra mondiale, sono trascorsi ottant’anni, ma a volte, ascoltando certi linguaggi, sembra proprio che la lezione non sia stata ancora recepita come si dovrebbe. 

TENSIONE. In Israele cercansi laburisti disperatamente. Mentre si va configurando il quinto governo dell’era Netanyahu, la sinistra vive uno dei suoi più gravi momenti di debolezza. E non c’è da stare tranquilli. Con l’avvento di un esecutivo sostenuto dalle frange estremiste, il declino del partito che fu di Yitzak Rabin, grande e rimpianto tessitore di pace assassinato dai terroristi, priva il Paese di una reale alternativa alla deriva più a destra della sua storia. D’altronde se a imporsi fosse stato Benny Gantz la situazione non sarebbe stata molto diversa. Sui dossier cruciali come il negoziato con i palestinesi, il leader del neonato movimento “Bianco-blu” che ricalca il colore della bandiera nazionale, non si discosta dalla rigida ortodossia ufficiale della maggioranza. Netanyahu nonostante gli scandali politico-finanziari che lo hanno coinvolto, rimane dunque, a meno di clamorosi rovesci, ancora il re, il “King Bibi” di una nazione che noi tutti amiamo, ma che lontana dai riflettori deve fare i conti sul piano interno con le crescenti disuguaglianze sociali e l’aumento della povertà tra i ceti più sfavoriti. Quanto ai già convulsi rapporti internazionali, dopo il verdetto delle urne che assegna la vittoria seppure di stretta misura al Likud, non è da escludere che fra non molto si farà sentire di nuovo la mano ancora più pesante di Trump. Con i suoi interventi a gamba tesa, il riconoscimento di Gerusalemme capitale e il dono controverso della sovranità israeliana sul Golan, il presidente americano non solo ha scombussolato i già precari equilibri geo-politici della regione, ma ha compiuto il “capolavoro” di aggiungere un carico enorme di tensione emotiva, tipica dei sovranisti, all’interno di un contesto già potenzialmente esplosivo. Viste le premesse e considerato il clima incandescente nei territori occupati, d’ora in poi affrontare il tema dominante della sicurezza e della stabilità non solo sarà più difficile, ma quasi impossibile da concretizzare se non muovendo da posizioni di forza radicali e intransigenti di cui si è sempre fatto interprete il premier in pectore. Ormai la ricerca dell’unica soluzione possibile, ovvero la creazione di due Stati, si fa sempre più flebile e sembra appartenere definitivamente alla preistoria. 

INCERTEZZA. C’era una volta la Brexit. Forse non è ancora il punto di caduta definitivo, ma l’ipotesi di un rinvio senza data di scadenza appare sempre più probabile. Si scherza sulle manfrine della “perfida Albione”, che tra l’altro non sono imputabili alla presidenza del Consiglio europeo, ma alla prova dei fatti la situazione è maledettamente seria. Alla fine del suo “tour” della disperazione in varie captali, la premier Theresa May sarebbe riuscita a ottenere il rinvio del divorzio in base a una procedura che però cambia completamente le carte in tavola. La fase di stallo potrebbe alla peggio potrebbe durare più di un anno, la qualcosa, come si può facilmente intuire, non sapendo esattamente che cosa accadrà nei prossimi mesi, rimetterebbe addirittura in discussione persino l’uscita della Gran Bretagna dall’UE. A Londra i fautori del leave di fronte a questa prospettiva già sono sul piede di guerra e minacciano tuoni e fulmini per salvarsi dal caos che loro stessi hanno creato. Colmo dell’ironia, la proroga flessibile della separazione senza un accordo del Parlamento britannico obbligherà il Regno Unito, che non ne voleva più sapere, a organizzare e tenere le elezioni di fine maggio mantenendo così, in un clima di totale incertezza, i legami istituzionali con il continente al quale ha voltato sdegnosamente le spalle.