Il Patto atlantico ha 70 anni

Cronaca

di Giulia Clarizia  

“Non è privo di significato il fatto che i popoli europei abbiano appreso con gioia che questo trattato sarebbe stato firmato sul libero suolo americano. Esso serve a far comprendere a tutti che gli oceani stanno per divenire dei piccoli laghi e che anche le più piccole formazioni storiche non rappresentano altro che varietà folkloristiche dinanzi alla necessità di unirci tutti per salvare il nostro più caro patrimonio comune: la pace e la democrazia” [1].

    Sono passati esattamente settant’anni dal giorno in cui venne firmato il patto che diede vita all’Alleanza Atlantica, di cui l’Italia è membro fondativo.

    Il percorso che portò la nostra penisola all’interno del blocco occidentale della Guerra fredda non fu sempre lineare. Esso rifletteva, infatti, la complessa e delicata situazione politica del secondo dopoguerra.

    Oggi il contesto interno e internazionale è radicalmente cambiato. Tuttavia, ricostruire anche solo a grandi linee le ragioni per le quali l’Italia compì la scelta occidentale può essere utile a comprendere la collocazione internazionale del nostro paese anche nel presente.

    Le democrazie europee, ovvero Gran Bretagna, Francia, Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo, nel marzo del 1948 avevano firmato il Patto di Bruxelles, l’alleanza difensiva che aveva dato vita all’Unione Europea Occidentale. L’Italia ne era rimasta fuori, con grande delusione degli Stati Uniti.

    Questi ultimi già con il Piano Marshall, che prevedeva la gestione collettiva dei fondi fra i paesi destinatari e poneva come clausola la realizzazione di un’unione doganale in Europa, avevano dimostrato di voler spingere a favore di una integrazione europea.

    Se sul piano economico questa prospettiva incontrò immediato favore del governo italiano, allora guidato da De Gasperi, affiancato dal Ministro degli esteri Carlo Sforza, il discorso relativo a una cooperazione sul piano militare non fu altrettanto semplice.

    Fra i molteplici problemi con cui il governo italiano doveva fare i conti, ve ne erano due di forte priorità. Il primo era quello della necessità di ricostruire il paese economicamente; necessità rispetto alla quale furono essenziali gli aiuti provenienti dagli Stati Uniti, che furono di fatto l’unico paese in grado fornire alla penisola l’assistenza necessaria.

    Il secondo problema era quello di garantire la sicurezza del paese, sia a livello interno, sia relativamente alla difesa dei confini. Particolare preoccupazione era data dal confine con la Jugoslavia, con la quale pendeva la questione del Territorio Libero di Trieste.

    La situazione dell’esercito italiano era disastrosa. Non solo pesavano le limitazioni imposte al paese dal trattato di pace, ma l’industria italiana non era in grado di sostenere le necessità di produzione per equipaggiare le forze consentite. Anche dal punto di vista militare, sarebbe stato presto chiaro che era essenziale ricevere l’aiuto statunitense.

    Le elezioni del 18 aprile 1948 sancirono la vittoria della Democrazia Cristiana, ma soprattutto della “scelta occidentale” [2] che l’Italia stava compiendo, in primo luogo attraverso la partecipazione al Piano Marshall. Nonostante ciò, ci vollero mesi prima che il governo italiano potesse chiarire la sua posizione relativa alla partecipazione ad un’alleanza difensiva con Stati Uniti, Canada e i cinque paesi dell’Unione Europea Occidentale.

    Non erano solo le sinistre del “blocco del popolo” ad opporsi per motivi ideologici a ciò che avrebbe marcato a tutti gli effetti l’adesione italiana al blocco occidentale. Anche all’interno della stessa DC, vi erano inizialmente pareri contrari. Solamente parlare di alleanza difensiva creava enormi problemi a livello di opinione pubblica. La popolazione, stremata dalla guerra, associava la questione con la possibilità dello scoppio di un nuovo conflitto.

    Con l’inizio del 1949, però, il governo italiano si convinse all’unanimità che, per tutelare i propri interessi e non rimanere isolato, era necessario manifestare la propria posizione favorevole all’adesione.

    Trascorsero alcuni mesi prima che le potenze occidentali raggiunsero l’accordo rispetto alla partecipazione italiana all’alleanza.

    Furono interessi concreti e motivazioni strategiche dunque a spingere l’Italia a diventare membro fondativo dell’Alleanza atlantica. Questi erano tuttavia supportati dalla convinzione che la penisola appartenesse per sua natura al mondo dell’Europa Occidentale. In questo senso, la partecipazione al Patto atlantico era l’altra faccia della medaglia rispetto al processo di integrazione europea, che si stava avviando proprio negli stessi anni. 

[1] C. Sforza, Cinque anni a Palazzo Chigi: la politica estera italiana dal 1947 al 1951, Atlante, Roma, 1952, p. 241. 

[2] Per approfondire si veda A. Varsori, “La scelta occidentale dell’Italia, 1948–1949”, in Storia delle Relazioni Internazionali, Vol. 1, n.1-2, 1985.