Ashley Judd, l’aborto e la legittima difesa

Cultura & Società

«Ashley Judd/ “Ho abortito dopo una violenza”: ma uccidere un figlio non è il #MeToo». E’ il pessimo titolo di un saggio articolo apparso su “ilsussidiario.net” del 14 aprile. L’articolo  è del prete e scrittore Mauro Leonardi, e il titolo certamente non è suo ma della redazione del Sussidiario. Un titolo carico di violenza e irrispettoso verso la persona che è stata costretta ad una scelta difficile e dolorosa, come sempre è quella dell’aborto.

Con sconcertante disinvoltura si bara con le parole. Non si può, infatti, nella maniera più assoluta, mettere sullo stesso piano una donna che uccide un figlio e una donna che abortisce. Possiamo affermare, ad esempio,  che la signora Franzoni uccise il figlio, il suo bambino, ma non possiamo affermare che la signora Ashley Judd ha ucciso il figlio, il suo bambino. Anche perché per farlo siamo costretti a ricorrere a termini impropri, a barare per l’appunto con le parole. Il nocciolo di un ciliegio che sta germogliando non è un ciliegio.

Molto saggio, l’articolo di don Mauro, sebbene con qualche limite da attribuire al fatto che è un sacerdote, e non sempre può esprimere liberamente il suo pensiero. Scrive, infatti: “Che devastanti conseguenze ci possano essere dal punto vista psicologico e legale nel mettere al mondo un bimbo in questa situazione? Cosa accadrebbe se il padre lo riconoscesse? Se potesse vantare dei diritti sulla creatura e così continuare a ricattare la madre, di fatto, perpetuando la violenza? Cosa accade a una madre che, con il passare degli anni, ogni volta che vede suo figlio, riconosce in lui i tratti fisici che lo fanno somigliare al padre? Come si può crescere un bambino che somiglia a chi ti ha ferita in un modo incalcolabile?”. Dal che si deduce chiaramente che non disapprova la decisione della signora di abortire. Però sente il dovere di precisare: “Ovviamente non difendo l’aborto e sono il primo a dire che quella vita sarebbe stata sacra in ogni caso”.

Sacra è anche la vita dell’ingiusto aggressore nel caso della legittima difesa. Eppure possiamo privare della vita l’aggressore, anche se incapace di intendere e di volere, qualora si tratti di salvare la nostra. L’embrione, si obietterà, non stava minacciando di morte Ashley Judd, che cosa c’entra la legittima difesa? C’entra, giacché per molte persone la qualità della vita in certi casi è più importante della vita stessa.

Renato Pierri