Il PD di Renzi? Non è più il PD. E i tesserati scappano

Politica & Diritti

È vero o no che all’interno del Partito Democratico si sta assistendo ad una calo di iscrizioni di dimensioni preoccupanti? Pochi giorni fa, altri numeri e altri dati hanno riacceso le polemiche circa gli iscritti  a quello che si vanta di essere il primo partito d’Italia: nel 2015 gli iscritti al PD sarebbero un numero inferiore a quelli dell’anno precedente. Immediata la giustificazione di Lorenzo Guerini, esponente di spicco della segreteria nazionale del partito, che ha risposto che, in realtà, il numero degli iscritti attuali sarebbe “in linea con quello dello scorso anno, 366 mila” e che “a chi gioca i numeri PD al lotto ricordo che nel 2012 gli iscritti erano 477 mila e non 800 mila”.

Il problema del calo degli iscritti si era presentato già un paio d’anni fa. Allora fu l’ex segretario del partito, Pier Luigi Bersani, a lanciare l’allarme: secondo lui, da quando era segretario Renzi, la “base” si era ridotta di diverse centinaia di migliaia di iscritti. Durissime le parole di Bersani: “Un partito fatto solo di elettori e non più di iscritti, non è più un partito. Lo Statuto dice che il PD è un partito di iscritti e di elettori”. E ancora: “Se diventasse solo un partito di elettori diventerebbe un’altra cosa… Uno spazio politico e non un soggetto politico”.

A rispondere a queste accuse è stato il già citato Guerini (che, detto per inciso, è vice segretario nazionale del partito) il quale ha detto che questi numeri erano “infondati” e che erano basati su “proiezioni inventate”. E, per confermarlo, ha dichiarato che “alla data del 30 settembre gli iscritti al PD sono 239 mila 322”. Dimenticando che anche questo numero era ben al disotto delle proiezioni comunicate fino a quel momento.

Poi, durante l’Expo 2015, il PD ha pensato che non poteva lasciarsi sfuggire l’occasione per fare proseliti e ha lanciato una campagna di marketing con la quale, a chi si iscriveva presso la sede di Milano del PD, sarebbe stato dato un biglietto per l’Expo, oltre alla tessera del partito. “Si tratta di un modo per avvicinare tutti, e in particolare i più giovani, alla vita politica e renderli protagonisti di un evento mondiale che si svolgerà nella nostra area metropolitana”, era riportato sulle pagine ufficiali del sito della sede milanese del partito. Se questo stratagemma sia servito o meno a fare nuovi iscritti e quanti non si sa.

Così come non si sa quali siano stati gli effetti delle misure adottate da tutti gli ultimi governi per favorire i partiti. A cominciare al governo Letta che aveva promesso di attuare, dopo decenni e dopo un referendum popolare, la riforma dei finanziamenti ai partiti: finanziamenti che, con l’iniziativa di Letta, cesseranno nel 2017. Detto questo, lo stesso PD ha introdotto gli aiuti volontari del due per mille. Una misura che è servita a poco, se è vero che a finanziare il PD con il 2 per mille sono stati soltanto 10.157 contribuenti per un totale di 199.069 euro. Ancora una volta i conti non sono tornati: Guerini ha dichiarato che a destinare il due per mille al Partito sarebbero state 550 mila persone, “un record assoluto”. Dimenticando che a dire che quanti erano i contribuenti e quanto avevano destinato al PD era stato il dipartimento delle Finanze e del Tesoro.

Intanto, però, pare che il PD abbia deciso di chiudere molte sedi locali del partito, passate da oltre 700 a poco più di 640. Le previsioni più ottimiste parlano di una riduzione delle sezioni del 30 per cento (passate da oltre 6400 a 4.500). Numeri che avrebbero dovuto preoccupare i vertici del partito tanto più che, solo un paio d’anni fa, le sedi erano quasi 7.000!

Ebbene, anche ammettendo che i numeri dati dal vice di Renzi siano corretti, ciò significa che in soli due anni, da quando a gestire il partito è il ‘Nuovo che avanza’, il PD ha perso oltre il venti per cento degli iscritti.Un dato preoccupante e di cui nessuno all’interno del partito parla. Numeri negativi suffragati dagli esempi. Come il “Pisanova Berlinguer” di Pisa, sede storica dove gli iscritti sono passati da 350 del 2014 ai 30 del 2015. O come la segreteria di Enna che recentemente è stata commissariata. Commissariata anche la di Messina, dove il commissario, Ernesto Carbone, ha deciso di chiudere 57 circoli su 61 perché inattivi.

A smentire che si possa parlare di crisi è sempre Guerini: “Siamo noi che stiamo razionalizzando il quadro. Non è solo questione di costi, anzi”.

Resta il fatto che, di sicuro, il PD non è più il partito di una volta. Da quando c’è “lui”, il già citato ‘Nuovo che avanza’ – al secolo Matteo Renzi – il Partito Democratico non è più quello che richiamava milioni di persone ad ogni visita del suo segretario (oggi i casi di gruppi di persone che hanno attaccato pubblicamente il ‘Nuovo che avanza’ sono così numerosi che non fanno più notizia); il PD non è più il partito che basava le proprie decisioni e il proprio consenso sulla gente, sul popolo. E a dirlo è sempre un numero: quello dei circoli del partito che chiudono. Semplicemente, il PD non è più il PD.

Forse è vero che si tratta solo di un problema di “efficienza”, ma pare che agli iscritti questo modo di fare non piaccia. Sono in molti a dire che la realtà è ben diversa. Una persona ben informate come Nico Stumpo, oggi deputato, Responsabile nazionale dell’Organizzazione del Partito Democratico durante la segreteria Bersani spiega: “Siamo sempre stati sopra il mezzo milione. Ai tempi del congresso 2012, poi, avevamo 6.800 circoli e 800 mila iscritti”.

Oggi il PD rischia di non essere più il partito “del popolo”: parla tramite Twitter, discute del  “Nazareno” o della “Leopolda”. In altre parole, sta cambiando il target a cui si rivolge. Il ‘Nuovo che avanza’ non sta cambiando solo l’Italia (forse senza avere il diritto, dato che è stato nominato da un Presidente scelto da un Parlamento eletto con un sistema elettorale incostituzionale!): sta cambiando anche il proprio partito (non è un caso se molte delle proposte portate in Parlamento dal governo non sembrano neanche frutto di un partito che dovrebbe essere l’erede di sinistra, ma sembrano seguire ben altre ideologie). E questo, a molti di quelli che credono negli ideali alla base di quel partito, non piace. E a dirlo, nonostante le smentite ufficiali, sono i numeri.