Muore Tullio Gregory. Il filosofo tra scetticismo ed empirismo

Cultura & Società

Pierfranco Bruni
Se la Ragione non avesse torto trionferebbe  il dubbio della verità.  Quando la filosofia tocca il pensiero in termini etici, il rapporto tra linguaggio e comunicazione costituisce un legame in cui lo stesso modello filosofico assume i contorni di una realtà pedagogica. Una sottolineatura in grado di spiegare il viaggio compiuto da Tullio Gregory, lo storico e filosofo italiano con il quale in anni passati ho molto dibattuto.
Era nato il 28 gennaio del 1929 a Roma, e qui è morto il 2 marzo del 2019. Non solo filosofo, concetto sul quale si è soffermato identificando la semantica di essere “filosofo”, ma soprattutto storico della filosofia, termine a lui molto caro. Si dedicò al lessico universale italiano e al suo percorso in una enciclopedia in cui la filosofia partiva dal pensiero ed entrava nella storia.
Questo ambivalente modello comunicativo tra storia e filosofia lo ha portato ad approfondire alcuni aspetti. Il suo pensiero, che abbracciava sia l’aspetto scientifico, filosofico che teologico, lo ha condotto a creare un vero e proprio modello di passaggio di ciò che è avvenuto filosoficamente nel Medioevo e di ciò che è accaduto nel XVII secolo. È il filosofo, o lo storico della filosofia,  che lega il Medioevo al XVII secolo.
Infatti è del 1958 un suo studio sul platonismo medioevale. In quella dimensione, in cui sorge la riflessione sul Medioevo, è naturale che l’appendice di questa filosofia medievale abbia come punto di approccio la visione platonica, ovvero il platonismo che si rivela all’interno di un pensiero e di un pensare in cui l’anticamera di tutto il suo percorso ideale era la metafisica.
Non c’è alcun filosofo che non debba fare i conti con la metafisica. Nel 1961 pubblicherà “Scetticismo ed empirismo – Uno studio su Gassendi”. Anche qui vi è un passaggio nevralgico che lo porterà ad approfondire la presenza dell’aristotelismo nella grande filosofia del pensiero del Rinascimento e della Riforma.
Il Protestantesimo e la Riforma Cattolica sono dentro i suoi studi e costituiscono il punto di approccio per una ricerca profonda e per la pubblicazione di un libro nel 1964 dal titolo “Aristotelismo”, inserito nella Grande Antologia Filosofica. Con lo scavare nella parola e nel lessico filosofico, Tullio Gregory si trova di fronte alla dimensione dell’immanente. Non può fare a meno dell’immanente. La parola, o meglio il pensiero nella parola o la parola nel pensiero, non possono fare a meno dell’immanente.
A un certo punto della sua ricerca, l’aristotelismo diventa un fulcro centrale. Questo passaggio verso la versione immanente pone Dio come metafora di “ingannatore” e di “genio maligno”. Una metafora che sorpassa la metafisica, perché discutere di un “Dio ingannatore e di un genio maligno”, in un nota a margine su Cartesio (pubblicata sul Giornale Critico della Filosofia Italiana, 1974) significa porre le premesse per un nuovo modo di approcciarsi alla teologia.
Forse è qui che lo storico della filosofia cede il passo al filosofo. Questo lo fa diventare un oppositore della teologia.
Un dato di grande rilevanza. Nel momento in cui si entra nel pensiero libertino, ovvero nel pensiero del XVII- XVIII secolo, l’etica penetra nella religione.
Non è possibile che in una metafisica l’etica e la religione possano stare insieme, eppure Tullio Gregory nel 1986 pubblica un testo dal titolo Etica e religione nella critica libertina partendo, ancora una volta, da un presupposto che è la forma di conoscenza della cultura medievale.
Prendendo le mosse da questa conoscenza, Cartesio diventa punto nevralgico all’interno di una dimensione che assume i contorni di una dimensione ontologia. C’è il lessico della filosofia che non è il pensiero filosofico in sé. Scavando nel tempo del pensiero, Tullio Gregory – che è stato mio amico e con il quale abbiamo condiviso alcuni aspetti e non condiviso molti altri aspetti, tra cui proprio quello della visione della vita come metafisica – arriva al punto in cui si pone di fronte alla geografia del sacro.
Io, profondamente cristiano, penetro questo spazio della sua geografia del sacro attraverso modelli e filosofi che hanno scavato nella cristianità paolina.
Tullio Gregory si sofferma sul concetto di Occidente nell’altomedievale, ovvero traccia un percorso attraverso lo spazio come geografia del sacro, avendo come punto di contatto l’Occidente altomedievale. Una riflessione che pubblicherà nel 2002 sul Giornale Critico della Filosofia Italiana.
Questo lo allontana dalla ragione come filosofia e dalla filosofia come ragione.
Il suo pensiero va inserito in quella linea di ricerca che è la filosofia moderna che diventa una speculare forma di pensiero ontologico. Un filosofo che si confronta con il demone, al di là dell’antropologia, della stregoneria, deve necessariamente confrontarsi con la religiosità della modernità.
Nel 2013 pubblica un titolo interessante, da me poco condiviso ma scavato nella memoria della civiltà occidentale, dal titolo “Principe di questo mondo. Il diavolo in Occidente” (2013) che viene poi ripreso come pensiero nella modernità del pensiero filosofico francese pubblicato nel 2016 e in un altro testo dello stesso anno in cui intravede le vie della modernità.
Ritengo che questo sia un dato essenziale per comprendere non solo la visione di Tullio Gregory, ma per capire anche il concetto di religiosità, di anima mundi. Di questa “Anima mundi” (1955) con la quale parte il suo viaggio di studioso e il suo viaggio nelle opere. È come se avesse trovato, nelle ultime riflessioni, il dato iniziale di un concetto che è quello dell’idea del pensiero, che è quella della dimensione della parola che diventa dura, anche penetrando il concetto di Illuminismo.
Aveva una grande fiducia nella ragione e sosteneva che va sempre difesa perché perdendo la ragione si perde la sostanza dell’essere uomini.
Sapeva però, allo stesso tempo, che bisogna demitizzare la ragione e confrontarsi costantemente con il dubbio. Ricordo una sua frase significativa:
“Chi è sicuro di sé può diventare un tiranno”. Ed è questa la chiosa fondamentale di un filosofo che si è misurato con la ragione, consapevole anche del fatto che la ragione è diversa dal concetto di razionalismo. Diceva ancora: “Chi invita alla ragione chi pretende venga messa al centro dei problemi delle riflessioni dovrebbe sentirsi poi in dovere di impegnarsi usandola nei confronti degli altri e con gli altri”.
Un filosofo della ragione “sui generis” perché sapeva guardare con molta attenzione alla centralità dell’uomo con i suoi sentieri, i suoi sentimenti, le sue emozioni e con la sua semantica percettiva. Se la verità avesse ragione il dubbio della certezza trionferebbe.