I miei 7 anni come schiava sessuale per i cartelli messicani

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Nel 2008 Daniela venne rapita in Nicaragua e divenne una schiava del sesso per i gruppi del narcotraffico: oggi racconta a VICE News, per la prima volta, come è riuscita a sopravvivere agli abusi e alle orribili vessazioni subite.

Foto di Daniele Giacometti/VICE News

Daniela ricorda di aver viaggiato bendata attraverso il deserto a nord del Messico, pensando che sarebbe morta di lì a poco.

Le ordinarono di scendere dal furgone, togliersi la benda dagli occhi, e di seguire gli uomini armati che l’avevano rapita in una grande casa e poi giù, nello scantinato. C’erano corpi nudi e incatenati alle colonne, dal soffitto al pavimento. La costrinsero a guardarli.

Nella stanza c’erano cinque ragazze agonizzanti. Sfinite, erano sorrette solo dalle catene. Borbottano, le bocche impastate di saliva e sangue. Intorno a loro, uomini sorridevano e le stupravano, ridevano e le picchiavano, si toccavano mentre le ferivano con i coltelli.

Daniela non è il suo vero nome. La donna preferisce continuare a usare uno pseudonimo: sebbene sia riuscita a fuggire, infatti, teme che i suoi rapitori possano raggiungerla.

Quello che Daniela ha visto quel giorno è solo una delle tante esperienze orribili subite nei sette anni trascorsi come schiava sessuale dei cartelli narcos, prima sotto il controllo degli Zetas, e poi di quello del Golfo. È finito tutto solo l’anno scorso, quando la donna è riuscita a fuggire e tornare a casa dalla sua famiglia in Nicaragua, esattamente dove l’incubo era cominciato.

“Ho visto tante persone morire in modi raccapriccianti,” racconta bevendo una cioccolata calda in un caffé di una città del Messico. “Nessuno può immaginare quello che mi costringevano a fare. Voglio parlarne perché la gente deve sapere cosa sta succedendo al confine, con le ragazze scomparse: molte di loro lavorano come schiave sessuali per i narcos.”

Il caso di Daniela è ora al vaglio dell’ufficio procuratore generale messicano, ma se avesse aspettato l’intervento delle autorità, sarebbe probabilmente ancora prigioniera dei suoi aguzzini.

Secondo i dati del governo messicano, 20.203 uomini e 7.435 donne sono state dichiarate “disperse o scomparse” all’interno del paese nel corso del 2015. I numeri sono più o meno gli stessi del 2012, quando il presidente Enrique Peña aveva promesso di avviare un giro di vite contro le sparizioni ad opera dei cartelli della droga.

Chi scompare raramente torna a raccontare com’è andata. Le ragioni di un rapimento possono variare: molte delle donne sparite diventano tuttavia schiave sessuali, come Daniela.

Lei stessa sembra sotto shock ogni volta che ripensa alla durata della sua prigionia: sette anni. Pensava di essere scomparsa ‘solo’ per quattro o cinque anni, ma i suoi rapitori aveva cercato apposta di confonderla.

“A volte, quando ero con un cliente, scoprivo in che mese o che anno ci trovassimo perché veniva fuori conversando. Ma se le persone che [mi] avevano rapito mi avessero sentito chiedere, mi avrebbero picchiata,” ricorda. “Non potevo ascoltare la radio o guardare la TV, né leggere giornali, niente. Dormivo in una delle loro case, mi portavano i clienti per fare cose brutte, mi prendevano i soldi e mi rimettevano a dormire.”

Dopo 7 anni di abusi e detenzione, Daniela ha accettato di raccontare la sua storia.

I narcos messicani hanno rapito Daniela conoscendone il punto debole: la povertà. Era il 2008, e a 22 anni lavorava come sarta in una fabbrica in Nicaragua, guadagnando il minimo indispensabile per provvedere ai figli e alla madre. I debiti la stavano consumando, e un prestito era un’opportunità che non poteva rifiutare. Quando le fu offerto denaro, accettò di seguire una sconosciuta ad una presunta conferenza al confine con l’Honduras, per vedere se potesse ricevere sostegno finanziario.

Lì venne rapita in un’imboscata, insieme ad altre 15 donne. A tutte loro furono ritirati i documenti, e richiesti gli indirizzi di famiglia; se avessero mentito o cercato di fuggire, i loro figli o i genitori sarebbero stati torturati o uccisi. Poi, le fecero vestire con jeans puliti, polo, cappellini bianchi, istruendole a dire, in ogni stazione per l’immigrazione in Honduras, Guatemala, Belize e Messico, che stavano viaggiando in Chiapas come parte di un’escursione turistica. Arrivarono legalmente via terra a Comitan, Messico, dopo due giorni di un viaggio silenzioso e angosciante.

La prima tappa fu un bordello chiamato Babilonia — un luogo sporco, buio, puzzolente, per lo più frequentato da viaggiatori ubriachi di birra. Daniela ha avuto lì il suo primo contatto con la prostituzione forzata: per 15 giorni è stata costretta a offrire prestazioni sessuali e, se il cliente si lamentava della sua inesperienza, veniva picchiata.

Ma quella era solo la sua iniziazione. Dopo due settimane in Chiapas, il gruppo venne fatto salire di nuovo sul furgone e diretto più a nord.

Di tanto in tanto, le prigioniere venivano offerte ad altri trafficanti di altre città. Le distribuivano come pacchi. Una in Chiapas, un’altra a Tabasco, un’altra a Veracruz. Daniela è stata l’ultima a scendere dal camion: come scoprì leggendo su un cartello, si trovava a Nuevo Laredo, frazione di Tamaulipas, una provincia messicana vicino al Texas. Lì scoprì di essere finita nelle mani degli Zetas.

Il cartello degli Zetas si è formato intorno agli anni Novanta come un gruppo di forze speciali reclutate dal cartello del Golfo per proteggere l’allora leader dell’organizzazione Osiel Cárdenas. Al momento del rapimento di Daniela, gli Zetas erano un’organizzazione criminale famosa per i metodi violenti che colpivano chiunque si trovasse a vivere nei loro territori, di cui Tamaulipas era il più importante.

Durante l’intervista, niente turba Daniela quanto parlare di un ragazzino che lavorava insieme a lei al Danash, un bordello nel centro di Nuevo Laredo. Lo considerava suo fratello, avendolo incontrato che lui aveva solo 12 anni. I ricordi la fanno piangere a dirotto.

Daniela doveva ballare, bere, drogarsi con i clienti, e portare a termine un minimo di sei prestazioni sessuali a notte. Il ragazzo lavorava come garzone, corriere, sentinella, e DJ, e veniva spesso offerto anche ai clienti, molti dei quali erano turisti americani in cerca di sesso con bambini.

Quando i loro carcerieri erano distratti, i due rompevano la regola che vietava di parlarsi all’interno della casa e fantasticavano su quello che avrebbero fatto una volta tornati in libertà. Così sono sopravvissuti per anni. 

Ma il ragazzino si ammalò, sviluppando un problema all’intestino che gli impediva di lavorare. Così i sicari del cartello lo portarono insieme a Daniela su una montagna fuori città.

Le diedero una pistola e le ordinarono di ucciderlo. Al suo rifiuto, chiesero al ragazzino di uccidere la donna. Ma nessuno poteva farlo, e gli Zetas, furiosi, agirono da soli.

“Lo hanno appeso e hanno cominciato a tagliarlo,” ricorda Daniela. “Sono crollata a terra, ho cominciato a piangere, piangere, mi hanno preso a calci, mi hanno messo su un furgone e non ho più sentito niente su di lui.”

Quello era un test, avrebbe poi capito la donna. Se fosse stata capace di uccidere il ragazzino, sarebbe stata utilizzata come sicaria; visto che così non fu, gli Zetas le diedero un ruolo nel traffico di cocaina in alcune città.

Si tratta di una pratica comune per le persone rapite dai cartelli: le donne che sono prigioniere da più anni hanno più difficoltà a vendere servizi sessuali rispetto alle nuove arrivate, quindi vengono impiegate in nuovi ruoli, in particolare quelli in cui è più probabile morire per mano militare. Diventano esseri usa e getta, sicarie, corrieri della droga, complici di estorsioni e imboscate a veicoli della polizia.

In questo nuovo ruolo, Daniela ebbe la possibilità di conoscere da vicino alcuni leader degli Zetas, tra cui Z-40, Metro 3 e Catracho.

Incontrò anche La Ardilla, un sadico comandante di 31 anni che si muoveva al Danash come fosse casa sua. Daniela lo avrebbe visto ordinare il massacro di 72 migranti centro-americani sospettati di far parte di un cartello rivale, nel 2010, e per il quale ora è detenuto in una prigione federale di massima sicurezza nello stato meridionale di Oaxaca.

Il massacro avvenne durante la sanguinosa guerra per il potere tra gli Zetas e il Golfo. All’epoca, Daniela era la schiava/amante di un comandante degli Zetas chiamato El Viejón. Quando questo decise di passare dalla parte del Golfo, lei lo seguì, inevitabilmente.

“Quando mi disse che sarei stata la sua amante, mi portarono in un posto, presero un coltello e mi aprirono un piede, il collo del piede. Mi misero un chip per raggiungermi se fossi fuggita,” racconta Daniela.

Inoltre, essere proprietà personale di un boss non significava non doversi prostituire. Anzi, le condizioni del bordello in cui fu messa a lavorare erano ancora peggio di quelle subite sotto il controllo degli Zetas.

Daniela spiega che i suoi nuovi capi registravano i clienti dal momento in cui entravano nel bar. Le stanze avevo microfoni e telecamere nascoste. I narcos guardavano i clienti nudi e li spiavano per impedire che parlassero di affari personali con le vittime.

Alle donne venivano mostrati i video delle torture e uccisioni di quelle che avevano tentato di fuggire. Anche diventare tossicodipendenti poteva costare la vita. Alcuni clienti pagavano per torturare le ragazze, un po’ come avveniva per le donne che aveva visto nello scantinato. Daniela dice che i suoi carcerieri le hanno mostrato il video di un uomo che dava in pasto dei pezzi di corpo umano a un leone, in una villa nella città di Reynosa.

Gli uomini del cartello avevano inserito un microchip nel piede di Daniela per controllare i suoi spostamenti. [Foto di Daniele Giacometti/VICE News]

Nonostante Daniela sostenga di aver fatto del suo meglio per starsene fuori dai guai, una volta ha rischiato di venir punita con la vita, quando le era stato chiesto di controllare una coppia che era stata rapita.

“Era la prima volta che mi dicevano di controllare qualcuno, e sembravano così tristi,” ricorda. “Tanto sono morta comunque, pensai, quindi li lascio andare. Li ho fatti scappare.”

L’atto di ribellione – ricorda – le è costato un pestaggio orribile e un viaggio nelle campagne dove El Viejón ha minacciato di investirla con un trattore. Poi l’uomo ha cambiato idea, ordinando che rimanesse in ginocchio per ore di fronte ad altri membri del cartello, per poi essere chiusa in un furgone senza acqua e senza cibo fino quasi alla morte.

Poi, dice, è stata mandata di nuovo a lavorare nel bordello.

Secondo le ultime stime di governo sul traffico sessuale in Messico, risalenti al 2014, ci sarebbero 47 gruppi criminali identificati coinvolti nel business, con leader in America Centrale, Messico e Stati Uniti, e bar e discoteche per tutta la frontiera settentrionale.

Daniela non è sicura che i clienti sapessero che fosse una schiava, ma crede che molti lo sospettassero. Era evidente, spiega, che vedessero i suoi lividi – anche se non veniva picchiata in faccia, e i cubicoli erano bui – ma facevano finta di niente. Chiedere aiuto era fuori questione, nonostante avesse provato a comunicare la sua disperazione con gli occhi.

Daniela non vuole fornire dettagli su come sia riuscita a scappare, su come si sia tolta il chip dal piede, e su come abbia riconquistato la libertà. Dice soltanto che qualcuno ha rischiato la vita per salvarla. “Mi hanno fatto uscire, mi hanno pagato il viaggio fino a Città del Messico,” è tutto quello che racconta. “Se dicessi di più, ucciderebbero questa persona e non me lo perdonerei mai.”

Daniela, a ragione, teme per la vita del suo salvatore. La violenza continua a regnare a Tamulipas anche dopo che la guerra tra gli Zetas e il Goldo è finita, rimpiazzata da una serie di lotte intestine tra la varie fazioni di entrambi i cartelli.

Daniela non vuole nemmeno parlare con gli investigatori di Città del Messico. All’inizio, dice, l’avevano spedita indietro in Nicaragua, ma il suo caso è stato ripreso in mano quando una onlus messicana che lavora sulla tratta di schiave sessuali è riuscita a rintracciarla.

Daniela oggi fa parte della campagna internazionale “Hoja en Blanco”, che combatte contro la tratta di persone. [Foto di Daniele Giacometti/VICE News]

Gli attivisti l’hanno persuasa a contattare un procuratore speciale che si occupa di crimini sessuali. La sua speranza, dice, è che l’inchiesta porti alla liberazione di altre donne ancora prigioniere e indifese.

Daniela spiega che la sua famiglia aveva riportato la sua scomparsa in Nicaragua. Avevano sporto denuncia presso le autorità locali, erano andati in televisione, avevano pagato per dei manifesti, ma poi l’avevano data per morta e si erano rassegnati ad una vita senza di lei. Il suo nome, come la maggior parte degli scomparsi in Messico, non era nemmeno sul registro nazionale dei dispersi.

Daniela ricorda l’incredulità di sua madre, alla sua telefonata da una stazione di polizia nella capitale messicana. Cominciò a crederle soltanto quando la conversazione si spostò su vecchi ricordi, come il vestito che aveva fatto per il 15esimo compleanno della figlia, e che era troppo lungo.

“Figlia mia, sei viva,” ha detto allora sua madre piangendo, ricorda Daniela. “Sì, mamma. Sono qui.”