Giornata mondiale della Pace 2019

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Giornata mondiale della Pace 2019: coi missionari costruiamo la Storia

Cinquant’anni e uno per la Giornata voluta da Paolo VI: è tempo di riprendere l’intuizione del Papa santo e operare per la Pace nel presente.

Giornata mondiale della Pace: quest’anno per la 51° volta. L’intuizione di papa Paolo VI – nel frattempo riconosciuto santo e proclamato tale lo scorso anno – di convogliare la preghiera e l’azione della Chiesa cattolica verso la pace universale deve suscitare un moto di gratitudine e di impegno rinnovato.

Una “giornata” proposta da una confessione religiosa, sia pur maggioritaria nel mondo, non ha il peso di una iniziativa promossa universalmente da istituzioni rappresentative di tutti. Ma è appunto il compito di essere “sale della terra” che impegna i cristiani nella costante proclamazione del valore fondante della Pace e nella promozione di segni di pacificazione. Si potrà obiettare che il clima culturale e sociale, almeno come lo percepiamo qui in Italia, è del tutto opposto a quello che predispose più di 50 anni fa la prima Giornata mondiale della Pace: il sogno di un nuovo ordine mondiale basato non sul ricatto della bomba atomica o sul dominio incontrastato di uno o più imperi era condiviso da intellettuali e da politici, dalla gente comune e dalle generazioni sfuggite al Secondo conflitto mondiale.

In queste ultime settimane abbiamo sentito evocare nuovamente il rischio di un conflitto atomico, l’ultimo possibile nella Storia, mentre si registra la misura massima di persone in fuga da guerre e fame, da isolamento e ignoranza. Mentre i leader mondiali sembrano tornare al piacere di terrorizzare il mondo, c’è un popolo numeroso quanto Italiani e Austriaci messi insieme che vaga fra deserti e megalopoli, fra mari e villaggi alla ricerca di un minimo di sicurezza.

A bene vedere, i timori che possiamo avere oggi non sono diversi da quelli degli Anni Sessanta. La decolonizzazione rapida aveva lasciato molti popoli in balia di ricatti e di nuove dipendenze; la tensione geopolitica fra i blocchi impregnava anche la vita quotidiana delle società dividendole al loro interno fra partigianerie precostituite; l’offesa radicale all’ambiente veniva perpetrata nel silenzio senza che se ne avesse una consapevolezza diffusa. Non dobbiamo invocare a difesa del disimpegno per la Pace oggi un aggravamento delle sfide e una complicazione maggiore che in passato.

Sta proprio qui il compito profetico della Chiesa: affermare la verità quando tutto sembra smentirla, contrastarla, svuotarla. Anche la verità del grande “sogno” che l’umanità deve tornare a perseguire, quello della convivenza fraterna nei popoli e fra i popoli. Cosa che non solo è possibile, ma è davvero conveniente anche alla nostra economia quotidiana. I sostenitori della rincorsa agli armamenti sbandierano il fatto, oggi purtroppo reale, che l’economia globale si regge sull’industria bellica. Ma quale futuro può avere, nell’immediato e a lungo termine, il lavoro dell’uomo destinato principalmente alla produzione di strumenti di distruzione? Qual è la logica di questo se non quella perversa del Male?

Prendiamo in esame un Paese al quale siamo legati da mille ragioni. Il presidente degli Stati Uniti ha presentato un bilancio preventivo per quest’anno nel quale quelle militari costituiscono il 61% delle spese federali. Quel che serve a produrre cibo per il corpo e per la mente è un decimo di questo: l’1% sarà speso in agricoltura, il 5% per l’istruzione. Tutto il resto (ricerca scientifica, salute pubblica, abitazioni, sostegno al lavoro) viaggia su percentuali comprese in questo arco di valori; costa un po’ di più l’amministrazione pubblica (6%) e l’assistenza ai veterani (vittime anch’essi delle spese militari, ma considerate un costo distinto). Non conosciamo il bilancio dei Paesi “concorrenti”, ma possiamo immaginare che la logica dominante ne condizioni i caratteri in maniera analoga.

Certi costi poi non compaiono nel bilancio “interno” di uno dei Paesi dominanti, ma sono spalmati su altri Paesi: qual è il costo per uno Stato africano al quale sono sottratte materie prime a prezzi irrisori, quali i costi per uno Stato del Medio Oriente costantemente sottoposto a conflitti armati, quali i costi per uno Stato sudamericano bloccato nella sua economia dalla spartizione dei bacini di influenza, quali i costi per uno Stato asiatico il cui sviluppo travolge le famiglie con lo sfruttamento dei lavoratori. O quali i costi per uno Stato europeo che vive nell’insicurezza per il terrorismo e nella tensione fra i nuovi ricchi e i poveri di sempre.

La ricerca della Pace non è cosa che possiamo affidare alle dichiarazioni di principio dei vertici mondiali o allo sviluppo “naturale” delle cose. Richiede investimento di testa e di risorse, deve smantellare ogni giorno una ragione e uno strumento di guerra. Richiede cristiani convinti che l’annuncio di Natale ”Pace sulla terra” non debba rimanere confinata nelle chiese ma si faccia messaggio e proposta per tutti. È quello che fanno i nostri fratelli nelle missioni in ogni angolo di mondo. È a loro che affidiamo la speranza che la Giornata mondiale della Pace sia lievito per la trasformazione del mondo a partire dalle periferie perché, come ha detto papa Francesco a commento di questa Giornata, “chi è ai margini della storia è costruttore del Regno di Dio”.