Recensione “Sull’altra riva”

Politica & Diritti

“Compassione e tenerezza, ecco quello che ci vuole … senza aver paura di disturbare”. Il senso del romanzo dell’amico e collega Cesare Paradiso “Sull’altra riva” (Manni editore) è racchiuso tutto in questa frase, semplice, breve, ferma. Una storia come tante, vera, che sfiora senza toccare molti, in cui ognuno può scorgervi qualcosa di già visto o sentito, ma che nel flusso storico che l’autore affida a due amici, l’io narrante di Carlo e la coscienza terza di Francesco, si colora di significato, di ciò che resta dietro al dolore, che passa, ti attraversa  e ti cambia.

Vi ritrovo Eschilo, tragediografo greco del V a.C., che con il suo famoso motto “pathei mathos”, interpretò il dolore umano come incentivo alla conoscenza, alla crescita interiore, alla maturazione personale. “Chi soffre va onorato, va ascoltato”; Francesco, affermato psicologo del romanzo di Cesare, riconosce così che il dolore è parte della vita, “fa male, ma non è un male” e forte di questa coraggiosa convinzione sceglie di curare personalmente la moglie Bice, affetta da Alzehimer, donandosi completamente, convertendosi a “una gioia nuova, così come occhi appena bagnati dalle lacrime scorgono più chiara una nuova bellezza”. Gli occhi curiosi e discreti e gli orecchi in ascolto dell’amico giornalista, Carlo, calano il lettore nella storia di Francesco e Bice, due coniugi cui la vita ha tolto l’insignificanza del quotidiano, della normalità dei sani, donando loro l’occasione unica di sperimentare l’amore estremo che può esplodere solo nella sofferenza, che diventa cura, abbracci e baci fragorosi anche su guance inermi, su occhi apparentemente assenti, perché nessuna menomazione o regressione riduce l’intatta presenza di un essere umano. Un romanzo breve e forte nel monito: il dolore serve a “risvegliare in noi energie che dormono o che addirittura ignoriamo di possedere”. Una narrazione delicata, dai tanti chiaro scuro, in cui la pioggia cadenza tempo e appuntamenti, in cui c’è un prima e un dopo, in cui c’è una donna e la sua malattia, al centro la cura di un uomo, il suo grandioso atto d’amore strenuamente incollato alla volontà di “vivere irresistibile”. Cesare narra tramite la sua storia il mistero della bellezza, come autori del passato.

Se leggiamo alcuni versi dello “Zibaldone” di Leopardi appartenenti circa al 1826, ci rendiamo conto che dietro l’apparente bellezza si nasconde una triste ed impensabile realtà di sofferenza per tutti gli esseri viventi, animali e piante, nessuno escluso. Mi sovviene Manzoni e il suo considerare il dolore non come forza bruta, cieca ed inutile, ma come caratteristica naturale e significativa della condizione umana. La “provvida sventura”, che legge nella sofferenza un segno della presenza di Dio, che mette a dura prova le sue creature, ma mai le abbandona. Il dolore è quindi una testimonianza dell’immenso amore di Dio, poiché rende degni di una vita migliore coloro che lo sopportano con rassegnazione e con fede.

Il dolore come “forza che crea energia”, che non schiaccia, semmai trasforma e irradia Amore. “I malati guariscono i sani”.  È esattamente quanto ha detto Giovanni Paolo II, dedicando una lettera apostolica all’argomento per mettere in luce il senso insieme soprannaturale e umano della sofferenza: «È soprannaturale perché si radica nel mistero divino della redenzione del mondo ed è altresì profondamente umano, perché in esso l’uomo ritrova se stesso, la propria umanità, la propria dignità, la propria missione». Cesare fa ai suoi lettori un dono prezioso, racconta nel suo stile pulito e piano, con rara chiarezza e definito sfondo, in bilico tra realtà e libera fantasia, il senso alto e puro della sofferenza, che mai è fatalità o castigo, poiché dall’amore viene e all’amore porta.

Evelyn Zappimbulso