La bellezza della gentilezza

Cultura & Società

L’agire gentile è energia connettiva. Sa di eleganza ma richiede audacia. Non è questione di saluti e sorrisi. La vera gentilezza è verità istintiva, è onestà immediata tra azione e pensiero. Essere gentili non costa niente. Fare i gentili, invece, qualcosa costa. Il tutto sta nel vedere quanto si è disposti a spendere e, in ultima analisi, se si ha qualcosa da spendere per fare i gentili.

Niente a che vedere con il formalismo delle buone maniere, con cui siamo soliti associare, oggi, la gentilezza.

Nietzsche sosteneva: «La gentilezza appartiene alla generosità dei magnanimi». Ora, chi del friburghese conosce solo la vulgata che ne fa il campione di un superuomo cinico e spietato nei confronti delle umane debolezze, potrà pure sorprendersi di questa apertura alla magnanimità, ovvero alla generosità e alla disponibilità verso l’altrui. Ma si tratta, appunto, di una cattiva e superficiale lettura delle sue opere. Basterebbe solo riandare con la memoria all’atto della sua dichiarata pazzia biografica, quando a Torino abbracciò un cavallo, brutalmente frustato dal suo postiglione, per cambiare orizzonte interpretativo. Difficilmente troverete un esempio altrettanto suggestivo per significare cosa sia la gentilezza. E come la gentilezza del fare si trasformi, completandosi, nella gentilezza dell’essere.

Si può essere sempre completamente gentili? Probabilmente, no. Difficile manifestarsi gentili con chi non lo è; con chi scambia la vostra gentilezza per “cortigianeria” (uno dei sinonimi di gentilezza è “cortesia”, da “corte”); con chi la travisa per arrendevolezza all’altrui prepotenza o anche solo alla loro “scortesia”. Ma queste, in fondo, sono solo le degenerazioni di un concetto che è, allo stesso tempo, molto più semplice e molto più complicato: qualcosa che ha a che fare con l’intima sensibilità dell’animo umano, con il suo tessuto connettivo nella società, con la sua predisposizione psicologica. L’istituto della gentilezza ha a che fare con l’indole umana a saper scegliere, di volta in volta, le modalità con cui manifestarla. Si è gentili anche quando di fronte al sopruso e alla vigliaccheria, alla violenza più o meno verbale e all’inganno si reagisce duramente con l‘onestà del detto, o con lo schiaffo più o meno metaforico che sia.

Per i fenici, ad esempio, era atto di gentilezza prendersi, letteralmente, a pesci in faccia, qualora il caso di una controversia lo richiedesse. E, sempre ad esempio, da molti non è per niente ritenuto gentile l’attentato alle virtù di Francesca che Paolo operò fino a condurla nell’inferno dantesco, dove il Sommo ne rintraccia le sorti, nonostante ella (Francesca) si ostini a reputare l’amato (Paolo) vittima dell’ «Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende».

La questione “gentilezza”, insomma, non si risolve per niente con un paradigma che ne stabilisca una volta per tutte, e con definitiva chiarezza, le modalità di espressione. Si può essere gentili anche a: «Prendere a pugni un uomo solo perché è stato un po’ scortese» (Battisti, Emozioni) perché, infine, gli insegniamo come stare al mondo e questo è un atto di generosità. E non lo si è affatto, quando salutiamo con un sorriso qualcuno, mandandolo intimamente a quel paese. La vera gentilezza, questa grande bellezza inesplorata, risiede proprio lì, in perfetto equilibrio verticale tra mente, cuore e pancia. Ed ha una forza prodigiosa, riesce a trasformare in armonioso fascino ogni protervia umana.

Evelyn Zappimbulso